Un aggettivo che gli anglosassoni usano spesso è inspiring, che significa "stimolante" ma anche "essere d'esempio", "fonte positiva di emulazione". Nelle interviste post-match lo sentite ripetere da chi ha appena battuto qualche anziano campione. Le vicende recenti di Andy Murray sono però perfino più inspiring dei suoi trionfi di quand'era un Fab Four, cioè fino al 2016, dalle due medaglie d'oro olimpiche alle due coppe dei Championships, dalla vittoria a Flushing Meadows alle sei finali di slam perse, dai 46 titoli alle 41 settimane da leader del ranking ATP. Quanto lo scozzese ha fatto dal 2017 è lì a mostrare come, grazie alla volontà, alla dedizione e alla passione, nello sport e nella vita si superino difficoltà sistemiche e contingenti. I fatti sono noti. A trent'anni compiuti s'accorge che i dolori all'anca, che lo accompagnano da tempo, vanno acuendosi e poi, rapidamente, gli impediscono di restare competitivo. All'inizio del 2018 si sottopone a Melbourne al primo intervento in artroscopia. Si giudica, allora, che la tempestività sia utile a risolvere il problema. Un anno dopo, però, poiché il dolore persiste e la sua mobilità peggiora, Andy annuncia in Australia, tra le lacrime, il ritiro dal circuito. Poco dopo Bob Bryan, sedici slam di doppio conquistati con il fratello Mike, gli consiglia di ricorrere al cosiddetto "rivestimento", che prevede l'applicazione di un cappuccio di metallo alla testa del femore, preventivamente levigata, mentre una striscia di metallo la tiene in posizione corretta rispetto alla pelvi. L'osso rimane intatto. Il principale vantaggio di questa tecnica è che garantisce una buona stabilità. Per Bob, che aveva sofferto della stessa patologia, la terapia era risultata risolutiva.
Gli effetti sono positivi anche per Andy. In più, la riabilitazione si rivela veloce. Crollato nel frattempo a quota 503 del ranking mondiale, pochi mesi dopo l'intervento vince il Masters 250 di Anversa. A furia di wild card e tornei minori (nel 2021, impossibilitato a partecipare allo slam down under per colpa del Covid, s'iscrive al Challenger di Biella e raggiunge la finale), risale la classifica e mette le basi della propria resurrezione. Ora è ufficiosamente numero 61.
Gli ultimi eventi degli Australian Open che lo riguardano sono noti. Martedì sir Andrew Murray elimina Matteo Berrettini in cinque set, dopo aver annullato un match point a sfavore. Ieri si ripete battendo, in rimonta in cinque set, l'idolo locale Thanasi Kokkinakis (4-6 6-7 7-6 6-3 7-5) dopo 5 ore e 45 minuti massacranti: 2 ore e 53 prima, l'australiano aveva servito per il match e si era trovato a due punti dall'impresa. Insieme, Andy e Thanasi mancano per soli otto minuti un record storico: quello della più lunga partita degli Australian Open, che invece resta, con 5 ore e 53 minuti, la finale del 2012 tra Novak Djokovic e Rafael Nadal.
Qualcosa dello spirito indomito di Andy ispira oggi Jannik Sinner, sceso in campo nella Margaret Court Arena in apertura di giornata contro la sua bestia nera Marton Fucsovics, per mano del quale era stato cacciato dal tabellone principale di due slam, proprio qui tre anni fa al secondo turno e a Wimbledon due anni fa al primo. I due set iniziali confermano che l'ungherese, 31 anni il mese prossimo, 78 ATP, ha i colpi necessari a rendere difficile il compito al numero 1 d'Italia: buon servizio e risposta profonda, ha il gioco potente, preciso e pulito che serve ad allungare gli scambi fino all'errore dell'avversario. Jannik va in confusione, sbaglia lo sbagliabile, ma non viene surclassato: perfino io mi rendo conto che basterebbe poco per rimetterlo in corsa. Infatti, appena cala il rendimento di Marton, l'italiano si rifà sotto e, game dopo game, prende in mano il controllo degli scambi. Il finale è nel segno del predominio assoluto: degli ultimi ventuno giochi, Fucsovics ne raggranella solo tre. Il punteggio e la durata, 4-6 4-6 6-1 6-2 6-0 in 3 ore e 33 minuti, descrivono correttamente la progressione della partita; non era mai accaduto che Sinner vincesse dopo essere stato in svantaggio di due set; per l'ottava volta in tredici partecipazioni approda agli ottavi di finale di uno slam (una performance impressionante); il prossimo avversario sarà Stefanos Tsitsipas, che non ha faticato a battere l'olandese Tallon Griekspoor (6-2 7-6 6-3).
A conferma che l'equilibrio caratterizza lo slam australiano 2023, altri due degli otto match di singolare maschile in programma si sono conclusi al quinto set. Denis Shapovalov ha tentato senza riuscirci la stessa impresa di Jannik Sinner: alla fine Hubert Hurkakz non si è fatto sorpassare (7-6 6-4 1-6 4-6 6-3).
Ma la sorpresa arriva a fine festa, come la torta di compleanno. L'americano Sebastian Korda, già finalista nell'Allianz Coud di piazza Stuparich (2021, fu sconfitto da Carlos Alcaraz), butta fuori tabellone uno dei superstiti superfavoriti, il russo Daniil Medvedev, che non si prende neanche un set e lascia a capo chino la Rod Laver Arena sotto il peso del 7-6 6-3 7-6 rimediato in meno di tre ore. Infine il ceco Jiri Lehecka, 21 anni, ora 50 ATP, anch'egli finalista alle ultime Next Gen Finals milanesi, ha duellato con l’inglese Cameron Norrie, testa di serie numero 11, e poi l'ha trafitto (6-7 6-3 3-6 6-1 6-4).
Dopo i lustri dell'oligarchia Fe-Na-Dj-Mu che impediva a chiunquel'accesso all'Olimpo del Grande Tennis, il ricambio sta acquistando ritmi accelerati. Spuntano e sbracciano imberbi o quasi protagonisti che già insidiano i "giovani vecchi" come Medvedev o Zverev: il prossimo candidato al salto di qualità è un altro americano, Ben Shelton from Atlanta, Georgia, 20 anni compiuti in ottobre. Ma ne scriverò domani dopo averlo visto giocare contro Alexei Popyrin.