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Sinner e Arnaldi, bravi ma non basta

Jannik Sinner

 
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I campioni sanno sfruttare ogni occasione di crescita. A quindici mesi dall’impressionante incidente sul campo Philippe Chatrier a Parigi, Alexander Zverev è un giocatore non solo ritrovato ma finalmente convinto di poter raggiungere qualsiasi obiettivo, slam compresi. Dopo il trionfo di Toronto di metà agosto, anche Jannik Sinner è più consapevole dei propri mezzi e, dunque, senza più timidezze. Entrambi spediscono un messaggio a Novak Djokovic e Carlos Alcaraz: non illudetevi che gli Us Open siano cosa vostra, noi ci siamo (meglio: uno di noi due ci sarà, cioè il tedesco).

L’ultimo ottavo di finale di Flushing Meadows è per palati raffinati, per chi sa che il tennis è soprattutto fatica fisica e mentale e ne apprezza le conseguenze. La serata è bollente con umidità al 75 per cento. All’inizio il tedesco non sbaglia niente, mentre l’italiano soffre di qualche farraginosità sulla prima di servizio. Il divario di rendimento è tutto lì, ma basta a far prevalere Sasha (6-4) dopo un braccio di ferro sfiancante che dura un’ora e dieci minuti. Nel secondo set cresce il tasso di errore del numero 12 ATP, mentre Sinner risulta più efficace quando gli tocca servire. Il momentum s’inverte, gli effetti favoriscono il numero 1 azzurro (3-6).

Sinner, crampi dopo due ore contro Zverev

Dopo oltre due ore di gioco Jannik attraversa un momento assai difficile dovuto a irrigidimenti alle gambe, chiari prodromi di crampi. Cerca di superarlo bevendo e assumendo sali, secondo le indicazioni dell’angolo dove siede il preparatore atletico Umberto Ferrara. I coach Simone Vagnozzi e Darren Cahill gli ripetono di restare morbido, di lasciarsi andare, di idratarsi correttamente nei cambi di campo. Perso il sesto game, che è un break, lo zoppicante sudtirolese quasi non riesce a raggiungere la panchina. Zverev, che sembra reggere meglio lo sforzo e le condizioni ambientali, chiude sul 6-2.

Zverev batte Sinner al quinto set

L'avvio del quarto set è massacrante: oltre un quarto d’ora per assegnare il primo game, con Sinner che si procura inutilmente cinque occasioni di break. Allo scoccare della terza ora di confronto, Zverev appare persino più provato dell’avversario. Tuttavia continua a tenere il passo fino al 4 pari solo grazie alla forza di volontà. Nel nono game cede il servizio e per Jannik è facile subito dopo mettere al sicuro il parziale (4-6). Nell’ultima frazione Zverev ritrova fiato ed esplosività e va in fuga. Il controbreak di Sinner è più volte a portata di mano, eppure tarda a concretizzarsi. Il tedesco si difende bene ed è bravo a scovare scorte nascoste di energia. Galvanizzato, va a chiudere sul 6-3. Non è un risultato che deve demotivare chi ha perso. Fosse finita diversamente, nessuno si sarebbe stupito e i meriti e i demeriti (pochissimi) di ciascuno sarebbero risultati i medesimi. Di sicuro ad Alcaraz non dispiacerà che il suo avversario di mercoledì sia stato in campo per 281 minuti.

Arnaldi eliminato da Alcaraz

Con quella faccia un po’ così che piacerebbe a Paolo Conte, il sanremese Matteo Arnaldi esce di scena ma conquista il pubblico dell’Arthur Ashe Stadium, che adora gli underdog, gli sfavoriti che ci provano comunque. Per avere ragione del numero 4 d’Italia e, ufficiosamente, 47 del mondo, Carlos Alcaraz deve estrarre dalla cassetta gli arnesi dei lavori difficili, lucidarli e usarli con sapienza. Il punteggio, 6-3 6-3 6-4, è bugiardo perché la differenza di qualità tra i due - che c’è,e ed è ancora tanta - oggi non appare così marcata. Il murciano ha dalla sua una classe innegabilmente superiore e, insieme, un’esperienza più ampia nonostante abbia due anni meno del ligure, che ha raggiunto la maturità tecnica, agonistica e mentale dopo i vent’anni d’età. In più, da campione affamato non perdona quando l’avversario, chiunque sia, compie il minimo errore. Tuttavia in alcuni passaggi è l’allievo di Alessandro Petrone a dominare gli scambi o a chiudere i punti con autorevolezza, piazzando splendidi rovesci lungolinea, insidiose palle corte, irraggiungibili lob.

Non è detto che in futuro a Matteo non riesca nell’impresa che oggi ha mancato. Lo lasciano presagire quanto visto in campo e anche i dati statistici del match: 31 i vincenti di Alcaraz contro 22 di Arnaldi, 22 errori contro 25, il 78 per cento di prime di servizio che hanno portato punti contro il 65. Non li ho contati, ma i colpi meritevoli di essere rivisti, vuoi per tecnica, vuoi per spettacolarità, sono stati parecchi, dei quali “solo” il 60 per cento o meno targato Carlitos. Insomma Matteo va considerato a tutti gli effetti la quinta forza del tennis azzurro, probabilmente in questo momento meno competitivo soltanto di Sinner e Lorenzo Musetti. Da qui alla fine della stagione sarà comunque chiamato a fornire conferme in questo senso. In caso di necessità, potrebbe perfino essere inserito all’ultimo minuto, tra pochi giorni, nella squadra di Davis in campo a Bologna.

Swiatek eliminata

Il torneo femminile reclama, a ragione, la stessa attenzione del maschile. Non mancano le sorprese né le conferme. Nella tarda notte italiana di lunedì la testa di serie numero 1, la polacca Iga Swiatek, era stata malmenata dalla lettone Jelena Ostapenko (3-6 6-3 6-1). Oggi la imita la più popolare giocatrice del circuito, la tunisina Ons Jabeur, che s’arrende (6-2 6-4) alla cinese Quinwen Zheng, 20 anni, che giocò il suo primo match a livello WTA nell’estate 2021 e mai si era spinta tanto avanti in uno slam.

La storia di Peyton Stearns

Le storie da raccontare abbondano. Come quella di Peyton Stearns. Di questi tempi, dodici mesi fa, di lei sapevamo che è di Cincinnati e aveva 20 anni, che in primavera era stata la prima giocatrice del Texas a vincere il campionato universitario NCAA e che le avevano dato una wild card per gli Us Open 2022. Stop. Ieri della tennista di Cincinnati avevamo confusa cognizione che, in stagione, in aprile aveva perso la finale di un WTA 250 in Colombia, sulla terra rossa, e poi era approdata al terzo turno del Roland Garros, ancora sulla terra rossa. Grazie alla buona classifica WTA (58 al 31 agosto), ha poi saltato le qualificazioni di Flushing Meadows ed eliminato nel main draw Viktorija Tomova, Clara Tauson e Katie Boulter: è lei una delle quattro americane potenzialmente quartofinaliste. Oggi prendiamo atto che Peyton è una delle protagoniste del rinascente movimento americano del quale ho già resocontato su Monday’s Net. Lo dimostra mettendo in difficoltà per un’ora la campionessa di Wimbledon Marketa Vondrousova, alla quale strappa il primo set del match che apre la giornata del Louis Armstrong Stadium. Poi, poco alla volta, la ceca, pur apparentemente acciaccata e in difficoltà al servizio, si mette a sparare vincenti come sa e per Stearns non c’è scampo: 6-7 6-3 6-2.

Pegula e Keys per i quarti

Nella contemporanea partita nell’Arthur Ashe, a contendersi il posto nei quarti sono le ultime due americane in lizza, Madison Keys e Jessica Pegula, da considerare veterane rispetto alle più o meno ventenni connazionali Peyton e Coco Gauff, quest’ultima qualificata già ieri. Rispettivamente 28 e 29 anni, hanno il privilegio di potersi confrontare anche dall’alto dei propri ricavi in premi: 16 milioni e passa di dollari Madison, 10 milioni Jessica. Numero 17 al mondo, Keys è stata finalista a New York nel 2017, sconfitta da Sloane Stephens, e semifinalista sia a Melbourne sia a Parigi. Pegula, 6 WTA, non ha mai raggiunto una semifinale di slam pur essendo approdata sei volte ai quarti. La ragazza dell’Illinois è oggi ingiocabile per Jessica, che è di Buffalo, stato di New York: dirompente alla risposta, attenta a non rischiare troppo al servizio, impiega un’ora (6-1 6-3) ad assicurarsi il passaggio di turno. Ovviamente, adesso sfiderà Vondrousova, credo con qualche chance di farcela.

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