È sempre più concreta la possibilità che gli Us Open 2023 restino nella memoria collettiva come un’extended final tra Novak Djokovic e Carlos Alcaraz in tredici atti, tutti messi in scena sul rettangolo verde e blu dell’Arthur Ashe Stadium: sei sfide ciascuno per interposta persona più l’epico faccia a faccia di domenica prossima. Se l’erano vicendevolmente promesso il 20 agosto dopo che ad alzare la coppa degli Western & Southern Open, a Cincinnati, era stato il serbo, vittorioso per 5-7 7-6 7-6. Finora, sono stati di parola.
Dopo che Nole s’è premurato di annichilire il californiano Taylor Fritz in tre set (6-1 6-4 6-4) per raggiungere la semifinale che lo vedrà opposto a Ben Shelton, tra poche ore tocca a Carlitos imitarlo e assicurarsi l’accesso alla semi della parte alta del tabellone. Sarà Alexander Zverev a tentare di far saltare i programmi dello spagnolo.
Al momento però l’attenzione mediatica americana è dedicata al 20enne Shelton, che ai più si è rivelato agli ultimi Australian Open, suo primo torneo fuori dai confini nazionali, ma che già qualche mese prima aveva dato un saggio delle proprie qualità. Ho scritto il 21 gennaio su Monday’s Net: “L'americano ha un atteggiamento agonistico simile a quello di Carlos Alcaraz e di Holger Rune: sicurezza nei propri mezzi, capacità di concentrazione, predisposizione al colpo che impressiona. Rispetto alle sue stupefacenti prestazioni nel Masters 1000 di Cincinnati in agosto, quando eliminò Lorenzo Sonego e Casper Ruud, sembra perfino più efficace al servizio e più potente sia con il diritto, sia con il rovescio. A proprio agio sotto rete, ha caratteristiche da attaccante grazie alla preparazione delle discese con i colpi da fondocampo”. Confermo tutto. Anzi, mi sembra che da allora sia cresciuto tecnicamente e mentalmente grazie alle cure di babbo Bryan, 55 al mondo nel 1992, uno che dalla tribunetta del team gli urla “Stay hungry!”, nemmeno fosse Steve Jobs.
Ben Shelton intervistato a fine match
Nato sette mesi prima di Alcaraz, Ben elimina, in un inedito quarto di finale afroamericano, Frances Tiafoe in quattro set (6-2 3-6 7-6 6-2), sfoggiando anche un senso dello spettacolo che ne farà un amatissimo protagonista del circuito. Tanto determinato quanto esuberante, è lui il simpatico comunicatore naturale che da tempo l’ATP sta cercando.
Jelena Ostapenko è il paradigma di cos’è oggi il tennis femminile. La lettone, che ha 26 anni, nel 2016 aveva impressionato tutti quando, in concomitanza con il suo ventesimo compleanno, nella finale dello slam sulla terra rossa aveva umiliato sul Philippe Chatrier nientemeno che Simona Halep. Da allora ha vinto cinque altri tornei WTA - praticamente uno a stagione - ma nessun 1000, mentre nei major ha raggiunto una semifinale, nel 2018 a Wimbledon, e i quarti quest’anno a Melbourne e, appunto, a New York. Dunque, una carriera con qualche entusiasmante ascensione e tanti voli rasoterra. I tempi brevi di un torneo hanno spesso, per Jelena, lo stesso andamento peristaltico: può eliminare la testa di serie numero 1 Iga Swiatek la domenica e soccombere brutalmente contro la numero 6 Coco Gauff il martedì, cioè oggi. Anche qui, solo montagne russe, su e giù, su e giù.
Jelena Ostapenko
Ostapenko vs. Gauff è un match senza storia. Il punteggio è esplicito: 6-0 6-2. La diciannovenne di Atlanta, che nell’angolo del suo team ospita anche Brad Gilbert, il mentore di Andre Agassi, sembra finalmente pronta a provare a prendersi uno slam.
Anche l’altro quarto femminile, che vede affrontarsi Sorana Cirstea e Karolina Muchova, è segnato dal divario di qualità tra le due protagoniste. La ceca - quest’anno finalista il 10 giugno a Parigi ed eliminata al primo turno a Wimbledon il 6 luglio, a proposito di alti e bassi - sbriga la formalità in poco più di un’ora e mezza, impartendo alla romena una lezione su cos’è il tennis senza orpelli (6-0 6-3).