“Sono bravi ragazzi come me” aveva sentenziato ieri la nuova icona dello sport italiano Jannik Sinner poco dopo aver eliminato Novak Djokovic. Si riferiva a Simone Bolelli e Andrea Vavassori, che di lì a ventiquattr’ore avrebbero tentato di prendersi il titolo di doppio maschile degli Australian Open 2024. Eccoli, dunque, i due “bravi ragazzi” nella Rod Laver Arena, quando manca un quarto d’ora alle dieci di sera, ad affrontare la fortissima coppia formata dall’indiano Rohan Bopanna, classe 1980, e Matthew Ebden, 1987. Dei quattro in campo, ad aver già vinto uno slam sono Simone, qui nel 2015 con Fabio Fognini, e l’australiano di origine sudafricana a Wimbledon nel 2022 con il connazionale Max Purcell.
È un match ad alti tassi di qualità e spettacolo. L’efficienza dei servizi di tutt’e quattro impressiona, gli automatismi sono da manuale della specialità: è un piacere, per chi pratica come me il doppio a livelli infimi, seguire la logica dei posizionamenti e degli spostamenti sincronizzati. Nel primo parziale si va ai vantaggi tre volte; altrettanti sono i break point nei dodici game, due non trasformati da Bopanna ed Ebden, uno dagli italiani. Il tie break è invece una specie di two-men-show dell’indiano e dell’australiano, con i nostri incapaci, dopo il mini break di apertura, di rimettersi in corsa: 0-7.
Alla ripresa si ripristina l’equilibrio, con i turni di servizi rigorosamente rispettati. Non mancano i pezzi di bravura come i passanti lungolinea di rovescio o incrociati di diritto da destra di Simone e i recuperi di Matthew da posizioni estreme, ma non bastano a invertire la direzione del set fino al 5 pari. Tutto accade nell’undicesimo game, Andrea al servizio. Rohan sale in cattedra e si procura tre occasioni di break, con Ebden bravissimo a sfruttare di volée la prima per poi andare a servire per il match: il titolo resta così nell’emisfero australe (l’anno scorso se l’erano aggiudicati gli australiani Jason Kubler e Rinky Hijikata) con il punteggio di 7-6 7-5.
Peccato per i “bravi ragazzi” che sono i nostri migliori doppisti e peraltro giocano stabilmente insieme da poco tempo. Fa invece piacere a tutti il successo di Bopanna, che stabilisce un record: mai nessuno aveva vinto uno slam - il suo primo! - oltre i 42 anni d’età. E lui ne ha a 43 e 10 mesi. L’australiano Ken Rosewall ci riuscì qui nel 1977, ma aveva appunto “solo” 42 anni, tanti quanti l’indiano Leander Paes al Roland Garros del 2016. Il canadese Daniel Nestor aveva invece 40 quando alzò la coppa degli Open di Francia nel 2014. In più, Rohan è un campione del pacifismo non parolaio che da decenni tenta di contribuire al disgelo tra il suo paese e il Pakistan.
Se in un torneo Aryna “Bum Bum” Sabalenka riesce a dribblare Iga Swiatek e a prendere a pallate Coco Gauff, poi non ce n’è per nessun’altra. Lo sa bene Quinwen Zheng, 23 anni, che in settembre nei quarti di finale di Flushing Meadows era uscita dal tabellone in forza del pesante 6-1 6-4 rimediato contro la bielorussa e oggi, in finale a Melbourne, subisce lo stesso trattamento, con soltanto cinque game strappati all’avversaria: 6-3 6-2. La cinese, che gioca il tennis raffinato della scuola iberica (si allena a Barcellona con Pere Riba), ha però solo 21 anni, è entrata tra le prime cento al mondo meno di due anni fa e da lunedì sarà ufficialmente la numero 7 della classifica mondiale. Ottimo servizio e tocco sensibile, deve solo far pesare un po’ di più i propri colpi.
Il match non ha storia, tanto incontrastato è il dominio espresso dalla bombardiera numero 2 WTA, 25 anni, che s’impone grazie alle prime di servizio (sei gli ace in partita) e alla prevalenza negli scambi, al termine dei quali costringe spesso Zheng all’errore. Più rari, invece, i suoi vincenti, addirittura meno di quelli dell’avversaria (14 contro 19). La ragazza di Minsk conferma così il titolo conquistato nella Rod Laver Arena un anno fa a spese della moscovita di nazionalità kazaka Elena Rybakina, che in fatto di pesantezza di palla se la batte con lei. Scrivevo allora che bisognava prendere atto che il tasso di fantasia nel tennis femminile era ai minimi storici dopo il ritiro di Ash Barty, l'addio di Serena Williams, la crisi esistenziale di Naomi Osaka, la naturale stanchezza di Ons Jabeur. Una giocatrice della qualità della cinese mi fa sperare che quanto mi delizia di più nei match femminili, la varietà dei colpi, possa tornare a essere un fattore che fa la differenza.