Nole è nervoso, sembra che lo disturbi qualcosa o tema qualcuno. Lo innervosisce ancora di più, a furia di palle corte o svirgolate, Corentin Moutet, uno che nel bel mezzo d’un game va a spegnere il cellulare lasciato acceso nel borsone. Il numero 1 ATP difetta della solita leggerezza nei movimenti, subisce due break, mette a fatica altrettante pezze, accorcia gli scambi, si prende un terzo break, vuole chiudere presto senza affaticarsi. Il francese lo asseconda, ché a lui interessa lo spettacolo più del risultato. Ottenuto quanto si prefiggeva (6-3 6-1 il punteggio), dopo 73 minuti Novak va ad abbracciare Corentin, scrive “Daje Roma” sull’obiettivo della telecamera, risponde a un paio di domande di Diego Nargiso e corre via. Forse sta pensando che domenica il cileno Alejandro Tabilo, testa di serie 29 degli Internazionali, lo costringerà a mostrare qualcuna delle sue magìe quando, all’imbocco del tunnel che va dal Centrale agli spogliatoi, una borraccia scivolata dallo zaino di un ragazzo che si sporge dall’alto lo colpisce di striscio in testa. S’accascia, resta a terra parecchi secondi. I video girati dalle telecamere dell’impianto e con gli smartphone tranquillizzano: s’è trattato di un incidente. Comunque, l’involontario “attentatore” viene rintracciato e interrogato. Il comunicato ufficiale degli organizzatori, che arriva alle 21.45, parla di “medicazioni del caso” e di “condizioni che non destano preoccupazione”. Meno male, anche se ora c’è l’interrogativo su quanta voglia abbia Novak di tornare sul Centrale.
È lotta a bassa intensità quella di Djokovic con Moutet. Ma è lotta vera. Si può vincere lottando e soffrendo come fanno Luciano Darderi e Francesco Passaro, perdere lottando allo stremo come Flavio Cobolli ed Elisabetta Cocciaretto, oppure perdere rinunciando a lottare come nel caso di Lorenzo Musetti. Tutt’e cinque gli italiani sono intorno ai ventidue, ventitré anni d’età, dunque si presume abbiano maturato la sensibilità per rendersi conto del rispetto dovuto alle migliaia di persone che hanno speso centinaia di euro per vederli giocare. Invece il più famoso e titolato, il carrarino numero 2 d’Italia, impegnato a inizio giornata sul Centrale, getta la spugna dopo aver lasciato il primo set (7-5) e il game d’apertura del secondo set al francese Terence Atmane, piazzato cento e passa posizioni sotto di lui nel ranking ATP (è 137). Dice, Lollo, che la sua vigilia dell’esordio agli Internazionali è stata tormentata da un virus intestinale e si lamenta del troppo caldo del mattino romano: poi però fa capire che se avesse vinto il set, chissà, forse non si sarebbe ritirato.
A Musetti, che pure ha già un figlio, qualcuno (il coach Simone Tartarini? il consulente Corrado Barazzutti?) deve spiegare che essere stato un precoce Top 20, aver vinto un Masters 500 battendo Carlos Alcaraz e un 250 a spese di Berrettini e aver vestito più volte la maglia azzurra sono fatti ed eventi che comportano più doveri nei confronti del pubblico, mica la licenza di mollare a metà match per qualche linea di febbre e un po’ di stanchezza.
Finita la ramanzina, m’occupo di quelli che ci provano senza lesinare sulle energie fisiche e mentali. Darderi gioca un match esemplare per concretezza e determinazione contro la testa di serie 28 Mariano Navone, l’argentino reduce dal successo di domenica scorsa nel super Challenger di Cagliari proprio contro Musetti. È una sfida di potenza e precisione, con scambi interminabili e rarissimi errori. Nell’ora e mezza di gioco entrambi spendono quanto hanno a disposizione, ma il ragazzo nato a Villa Gesell e cresciuto tennisticamente a Fano trae linfa vitale dal sostegno della Grand Stand Arena nei momenti decisivi. Il punteggio finale, 6-3 6-2, non riesce a descrivere come Navone, classe 2001, abbia avuto ottime occasioni per non perdere il contatto con il connazionale (Darderi ha doppio passaporto) e come sia stato costretto a non trasformarle in punti .
Ancora più entusiasmante la prova di Passaro sul campo 2, opposto alla testa serie numero 23 Tallon Griekspoor, approdato a Roma con grandi speranze anche se la terra rossa non è la sua superficie preferita. Proveniente dalle qualificazioni, ufficialmente numero 240 al mondo (ma da lunedì salirà almeno intorno a quota 180), il perugino ottiene il miglior risultato in carriera grazie alla resilienza sfoggiata dopo aver perso il primo set. Nei due successivi parziali alza il livello del proprio gioco, lima il tasso di errore e, soprattutto, prende a infilare l’olandese ogni volta che può. Rischia qualcosa in chiusura d’incontro ma è straordinario nel tie break, che chiude con un millimetrico passante lungolinea di rovescio (4-6 6-3 7-6). Nel caso domenica Francesco battesse il portoghese Nuno Borges e Luciano lo imitasse contro il tedesco Alexander Zverev, i nostri giovani eroi potrebbero trovarsi l’uno contro l’altro negli ottavi di finale.
Escono di scena, invece, Cocciaretto e Cobolli. La marchigiana ha problemi fisici nel primo set, poi riesce a mettere in difficoltà la francese Caroline Garcia ma non abbastanza da consentirle di giocare un terzo set (6-2 7-6). Il romano tiene sulla corda Sebastian Korda (giuro che non farò mai più giochi di parole sul glorioso cognome dell’americano, testa di serie 24) cedendo solo al terzo set 6-7 6-4 4-6.
Jasmine Paolini, la garfagnina che sta provando a rinverdire i fasti dell’era di Francesca, Flavia, Roberta e Sara, non ha una serata brillante. Il Centrale la emoziona, forse la inquieta. L’egiziana di formazione yankee Mayar Sherif, WTA 80, la impegna assai, nel primo set recupera da sotto 0-3, resta attaccata fino al 6 pari alla numero 12 del ranking WTA prima di avere la meglio nel tie break. Il secondo set rimette in equilibrio il match ma nel terzo la cairota dilaga, con una sequenza di vincenti impressionante. Finisce 7-6 2-6 6-4 nonostante l’estremo tentativo di rimonta da parte di Jasmine, a conferma difficoltà italica a dare spazio in patria ai propri profeti.