Come da pronostici, Alexander Zverev ferma a un nonnulla dal traguardo Nicolas Jarry, che non aveva mai fatto tanta strada in un Masters 1000. L’amburghese piazza qualche vincente in meno dell’avversario ma commette pochissimi errori, che è ovviamente un modo poco spettacolare e piuttosto efficace per prendersi un match. Il cileno però non sfigura: riesce a recuperare situazioni assai compromesse (addirittura annulla tre match point), resta attaccato al numero 5 ATP finché ce la fa, ma incassa un break in entrambi i set quando non ha più modo di recuperarlo. Finisce 6-4 7-5 in 101 minuti. L’eroe del tennis cileno Jaime Fillol, arrivato a Roma per le fasi finali del torneo, dev’essere molto orgoglioso del nipote preferito, il quale a sua volta si rende conto che questo non è un giorno qualsiasi per la sua famiglia e il suo paese: l’emozione quasi gli impedisce di parlare durante la premiazione.
Anche Zverev vive un momento particolare. La sua ultima vittoria in un Masters 1000 era vecchia di tre anni (Cincinnati 2021). Poi, nel 2022, quand’era vicino a conquistare la testa del ranking ATP, il drammatico incidente sulla terra dello stadio Philippe-Chatrier gli fece temere di dover chiudere in anticipo la carriera. Tornare a vincere proprio a Roma, dove a vent’anni aveva ottenuto il suo primo titolo importante battendo Novak Djokovic, è un viatico che gli assicura un posto tra i favoriti del Roland Garros, al via tra una settimana.
Il successo tutto italiano nel doppio femminile arriva alla fine degli Internazionali a compensare tardivamente la delusione collettiva per le assenze giustificate del giocatore più atteso, Jannik Sinner, e del suo naturale antagonista, Carlos Alcaraz. Sara Errani e Jasmine Paolini ci forniscono la prova provata che quando il caso diventa progetto - o, se preferite, quando un’idea estemporanea (“ …giochi il doppio con me?” ) si trasforma in consuetudine (“…ci capiamo perfettamente, ci compensiamo”) - il risultato può stupire. Sara, classe 1987, sembrava una sopravvissuta di gran lignaggio incapace di accettare l’inesorabile verdetto del tempo. Ormai scarsamente competitiva in singolare, faticava a trovare la compagna fissa e giusta per il doppio, una con la quale incrementare il bottino di poco meno di trenta tornei vinti in carriera, compresi i cinque slam a fianco di Roberta Vinci. Jasmine, classe 1996, è singolarista di esperienza e, dal febbraio scorso, temutissima Top 20 dopo che ha alzato la coppa di un WTA 1000, a Dubai, terza italiana a riuscirci insieme a Flavia Pennetta (Indian Wells 2014) e Camila Giorgi (Montreal 2021). Nella disciplina di coppia, la toscana aveva vissuto un’unica esperienza positiva tre anni fa ad Amburgo con la svizzera Jil Teichmann.
Cominciato senza illusioni l’anno scorso, il connubio con Sara (con la quale aveva peraltro saltuariamente giocato in passato) ha invece portato in ottobre il primo titolo nel WTA 250 di Monastir e, tre mesi fa, il secondo nel 500 di Linz. La semifinale a Miami ha confermato la bontà del lavoro fatto insieme in inverno. Oggi le due azzurre, che vedremo in campo alle Olimpiadi, controllano il primo set (6-3), cedono il secondo per propri peccati veniali (4-6) e trionfano in rimonta nel long tie break (10-8 dopo essere state sotto 6-8). È incontenibile la gioia delle ragazze appena realizzano di aver davvero sconfitto Coco Gauff e la specialista canadese-neozelandese Erin Routliffe: s’abbracciano, salutano tutti, saltano, ripetono “…è un sogno”, “…non ci speravo più”, “…vi daremo altre soddisfazioni”.
Sara rivince così dopo 12 anni il torneo di doppio degli IBI, dei quali era stata finalista anche in singolare nel 2014. Avendo attraversato periodi non facili, si toglie ora qualche sassolino dalla scarpa: “Siamo migliorate insieme, io e Jasmine. Io sono più sicura, lei è velocissima, ha una grande potenza da fondo campo. Sfrutto la mia abilità in un altro modo rispetto a quanto accadeva con Vinci”. È un sodalizio saldo e destinato a durare. Errani è fisicamente integra e ha la stessa viglia di tennis di quindici anni fa, Paolini è portatrice sanissima di entusiasmo.
Come da tradizione, a fine campionati il presidente della FITP Angelo Binaghi snocciola le cifre del Masters 1000 italiano. Intanto, la crescita in termini di partecipazione: le presenze, che erano più o meno cinquantamila all’inizio del millennio, sono state quasi 360mila quest’anno. Il grande capo della federazione definisce questo fenomeno “un’invasione, uno sviluppo finanche troppo violento” che peraltro rispecchia il boom attuale del movimento tennistico nazionale. Serve più spazio al Foro Italico: Binaghi parla tribune ampliate per i campi del ground e di un terzo stadio, verosimilmente il Pietrangeli, dove entreranno solo i prenotati; la società pubblica che gestisce il patrimonio delle strutture sportive, Sport e Salute, individua tra il Grand Stand e lo Stadio dei Marmi l’area di possibile espansione. Altri impianti potrebbero tornare comodi all’interno del compound semiabbandonato del ministero della Difesa sul lungotevere Fellini, a poche decine di metri dall’ingresso principale del Foro.
L’incremento in termini di incassi è stato del 20 per cento sull’anno scorso (figuriamoci quello del fatturato, che comprende sponsorship, servizi, diritti etc.). L’impatto economico sul territorio è stato valutato intorno ai 615 milioni di euro: nessun evento sportivo italiano può esibire dati tanto positivi. E il successo dell’open romano fa il paio con quello degli italiani impegnati nel circuito professionistico: a oggi, tra primi cento della classifica Race ATP (che prende in considerazione i risultati dal primo gennaio in poi) contiamo undici azzurri, in maggioranza nati dopo il 2001. Potremmo trovarne una dozzina in tabellone a Parigi. Mica male.