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Perché gli italiani, da Jasmine Paolini a Simone Bolelli e Andrea Vavassori, perdono eppure sorridono

Jasmine Paolini
Jasmine Paolini (afp)
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A oggi non ci sono strumenti che misurano le emozioni. Si usano test come il Panas (Positive and Negative Affect Schedule): per avere un risultato minimo bisogna associare un punteggio da 1 a 5 a dieci aggettivi positivi e ad altrettanti negativi. Mica agevole farlo fare a chi sta per giocare la finale di uno slam. Di certo, quando Mark Maury, speaker ufficiale del centrale, urla il suo nome - senza accentare la “i” finale: bravò! - a Jasmine Paolini batte forte il cuore, almeno a giudicare da come batte il mio. Poi, per quasi mezz’ora lei e Iga si confrontano alla pari, mettendo in scena scambi potenti preferibilmente centrali, con variazioni impercettibili ma sufficienti, per ciascuna, a mettere in difficoltà l’avversaria. Nel secondo e nel terzo game entrambe cedono il servizio, poi Swiatek prende il largo sfruttando un break un po’ fortunoso che si affretta a confermare nel successivo turno di servizio. Da quel momento in poi risulta evidente ai quindicimila spettatori del Philippe-Chatrier perché la polacca è la numero 1 al mondo con quasi quattromila punti di vantaggio sulla prima inseguitrice (11695 Iga, 7988 Coco Gauff) e, soprattutto, com’è che a 23 anni ha già vinto, con oggi, cinque slam di cui quattro Open de France (campionessa nel 2023, aveva trionfato anche nel 2020 e nel 2022).

Dal 3-2 Jasmine soffre psicologicamente il predominio della polacca, che nei due precedenti confronti le aveva concesso sei game in tutto (6-2 6-1 in un lontano torneo ITF in Repubblica Ceca, 6-3 6-0 due anni fa agli Us Open). I successivi 35 minuti diventano uno foggio di forza impressionante al quale l’allieva di Renzo Furlan - un coach che qualcuno ha frettolosamente archivato ed è invece una risorsa formidabile del tennis italiano - prova a opporsi con orgoglio, mettendo a segno alcuni colpi che il pubblico apprezza assai, ma che non invertono la direzione della partita. Grazie a dieci game vinti consecutivamente, Iga si prende il primo set per 6-2 e si porta sul 5-0 nel secondo. A un passo dal cappotto, la numero 1 d’Italia riesce a conquistare, come le altre due volte, almeno un terzo game. In tutto la partita dura 68 minuti. Per la terza volta nell’era Open le italiane a Parigi si fermano al settimo e ultimo step del torneo: era capitato a Francesca Schiavone nel 2011 contro la cinese Li Na (ma la milanese aveva sconfitto in finale, l’anno prima, l’americana Samatha Stosur) e a Sara Errani l’anno successivo contro la russa Maria Sharapova.

Parlando dopo la sfilza di ringraziamenti di rito, Jasmine non manca di ricordare che domani sarà di nuovo in campo al fianco di Sara Errani nella finale di doppio. Loro avversarie saranno l’americana Coco Gauff e la ceca Katerina Siniakova. È un eccellente modo per non piangersi addosso, come peraltro credo non abbia mai fatto. Nella conferenza stampa sorride e ragiona da persona matura e positiva. Come sempre. Dice: “È un momento felice. Sono più solida rispetto al passato. Devo mantenermi così. Ho margini di crescita. Quello di oggi era il match più importante e sfidante della mia vita, però io adoro andare in campo a questo livello di competitività. Iga è stata semplicemente incredibile. La sua palla arriva velocissima, oggi mi sembrava di scambiare con un uomo, con un professionista di quelli forti”. Sul futuro: “Non mi aspettavo di essere mai la numero 7 del mondo, e mi fa persino strano. Prima di questo slam non ci volevo nemmeno pensare. Ora mi concentrerò su ogni torneo. Lo so, sarà tutto un po’ diverso, avrò più pressione addosso, dovrò abituarmi a più impegni ma ben venga anche questo: è la conseguenza dei miei risultati”.

Sul rapporto con Furlan: “Io e Renzo siamo sulla stessa lunghezza d’onda. Parliamo molto. Viviamo ogni passaggio con gioia. È questo il nostro modo di lavorare”. Due giorni fa, dopo aver sconfitto in semifinale l’emergente Mirra Andreeva, Jasmine aveva raccontato dei suoi sogni da bambina, di quanto il trascorrere del tempo li avesse trasformati, ridimensionandoli, e di come negli ultimi mesi si fossero ravvivati perché “ora credo in me stessa perchè sono dove non avrei immaginato di poter arrivare”. E, a 28 anni, per la ragazza di Bagni di Lucca il tempo dei sogni è solo cominciato.

Non è la giornata fortunata degli italiani. Simone Bolelli e Andrea Vavassori perdono la seconda finale di slam consecutiva: per mano dell’indiano Rohan Bopanna e dell’australiano Mathew Ebden a Melbourne (7-6 7-5), del salvadoregno di formazione Usa Marcelo Arevalo e del croato Mate Pavic qui a Parigi (7-5 6-4). Stavolta cedono dopo aver lottato senza riuscire a recuperare un break in entrambi i set. La coppia bolognese-torinese è di recente formazione: quasi ancora in rodaggio. Pavic e Arevalo sono veterani carichi di titoli. A livello slam, il croato ha vinto a Melbourne nel 2018 in coppia con Oliver Marach, a Flushing Meadows nel 2020 con Bruno Soares e a Wimbledon nel 2021 con il connazionale Nikola Mektic. Arevalo ha alzato la coppa del Roland Garros nel 2022 al fianco del’olandese Jean-Julien Rojer. Con il successo di oggi Pavic affianca i gemelli Bryan, Daniel Nestor, Todd Woodbridge e Mark Woodforde nel Gotha dei giocatori dell'era Open che si sono aggiudicati almeno una volta i quattro slam di doppio. Sorridenti à-la-mode di Jasmine, Simone e Andrea sono la coppia che riesce quest'anno a raggiungere con regolaritàe le fasi finali dei tornei. In ottica Olimpiadi, è quasi una certezza di medaglia.

Non ha vinto il titolo nemmeno Federico Cinà (al quale l’ATP ha levato l’accento sulla "a"), classe 2007, che ha giocato in coppia con il fortissimo giapponese Rei Sakamoto la finale di doppio del torneo junior. Grazie al successo per 6-4 7-6, la coppa è andata al norvegese Nicolai Budkov Kjaer e all’austriaco Joel Schwaerzler.

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