Da oggi il sudtirolese (o altoatesino, fate voi) più famoso d’America non è Giorgio Moroder, il compositore e produttore gardenese al quale personalmente devo alcune estasi musicali, tra le quali “Take my Breath Away”: l’ha spodestato Jannik Sinner da Innichen (o San Candido) in Val Pusteria, di professione tennista. Ma sono dettagli geografico-toponomastici irrilevanti per i fortunati che questo pomeriggio hanno trovato un biglietto dell’Arthur Ashe Stadium, e forse anche per i lettori di Monday’s Net. L’attenzione è tutta per il match tra il numero 1 al mondo e il californiano Taylor Fritz, numero 7 della classifica in tempo reale, primo americano a raggiungere la finale dagli Us Open 2006, da quando Andy Roddick (oggi in tribuna, seduto poco lontano da Elon Musk) fu sconfitto da un incontenibile Roger Federer.
È un match carico di significati evidenti e di dubbi che possiamo solo immaginare. Jannik vuole confermare la leadership globale minimamente incrinata da vicende recenti delle quali dirò dopo, Taylor intende dimostrare d’essere arrivato fin qui per meriti propri e non per fortunate coincidenze. Quando, dopo 2 ore e 17 minuti, al termine di un confronto tanto corretto quanto nervoso il punteggio si cristallizza sul 6-3 6-4 7-5 e Jannik alza le mani al cielo, la tensione si scioglie e, davvero, guardarlo “takes our breath away”, ci toglie il respiro. Così come toglie il respiro pensare che l’unico italiano a vincere due slam in carriera fu Nicola Pietrangeli, 65 e 64 anni fa a Parigi. E lo tolgono le parole di Jannik durante la premiazione: “Vengo da un periodo difficile, ma io amo il tennis e faccio qualsiasi sacrificio per giorni così. Voglio continuare a lavorare e a migliorare”.
La partita, non memorabile, si può riassumere in poche righe. Meno emozionato e più aggressivo, nel set d’avvio Jannik ha un solo momento di indecisione, che gli costa un break. Per il resto picchia forte e sbaglia poco, mentre Taylor non si raccapezza. Nel secondo parziale l’italiano fa come il gatto con il topo: si diverte, illude l’avversario, gli concede qualche speranza, infine l’abbatte con un break alla penultima occasione utile. Sinner ci riprova nel terzo set, ma stavolta il topo Fritz è più veloce nel settimo game, prendendosi un break che poi lo porta a servire per il set. Invece arriva il controbreak e, poi, un formidabile turno di risposta di Jannik: è fatta.
Le cinque vittorie consecutive al Masters 1000 di Cincinnati a cavallo di Ferragosto (ai danni di Michelsen, Thompson, Rublev, Zverev e Tiafoe) e le sette di Flushing Meadows tra agosto e settembre (McDonald, Michelsen, O’Connell, Paul, Medvedev, Draper e Fritz) ci restituiscono un uomo maturo che poco ha a che fare con il ragazzo rosso che portò l’Italia al trionfo in Davis l’anno scorso, a fine novembre. Non è solo la maturazione che intorno ai 23 anni è fisiologica per chiunque: è che nel frattempo c’è stata la pubblicizzazione dell’inchiesta, finita con l’assoluzione in primo grado, per l’atomica quantità di sostanza dopante comparsa nelle urine di Sinner durante il Masters 1000 a Indian Wells, in marzo. Per 150 giorni Jannik aveva avuto un peso sul cuore e un tarlo in testa che non gli avevano impedito di vincere a Miami e ad Halle, di lottare a Parigi e Wimbledon, di superare guai di salute probabilmente conseguenze di una condizione emotiva assai difficile.
La vicenda forse non è conclusa. Nella sala stampa degli Us Open qualcuno assicura che tra poche ore la Wada, la World World Anti-Doping Agency, diramerà da Montreal un comunicato per annunciare il ricorso contro la decisione dell’ITIA, l’International Tennis Integrity Agency, di giudicare non colpevole Jannik. Conoscendo i fatti, spero siano i soliti corvi. Come me la pensano in tanti: il ragazzo rosso merita di godersi per intero la gioia per questa impresa e per questo anno fenomenale e drammatico. Quanto lui meritano di gioire in pace i coach Simone Vagnozzi e Darren Cahill e, perché no?, la fidanzata Anna Kalinskaya, l’amicissimo Seal, la famiglia che non l’assilla minimamente, la Federazione italiana che - stimandolo enormemente - accetta ogni sua decisione, perfino il fisio e il massaggiatore che hanno dovuto lasciare il team, eccetera eccetera. E poiché tre giorni fa due italiani, Sara Errani e Andrea Vavassori, hanno vinto lo slam di doppio misto, che con tutti loro gioisca il movimento tennistico nazionale, senza defezioni, per un successo di squadra senza precedenti.