Nell’era digitale l’impatto di qualsiasi evento s’ammortizza talmente in fretta che, quando cala il sole a Torino, sembra già acqua passata la sconfitta in due set subita da Carlos Alcaraz, nel primo pomeriggio, per mano del mai domo gregario norvegese Casper Ruud. Più che il punteggio finale, 6-1 7-5, è l’andamento dei due set a minare le sicurezze del numero 3 al mondo. Come ha raccontato qui Carlo Annovazzi, il murciano sbaglia lo sbagliabile, cedendo di schianto nel primo parziale e facendosi rimontare quand’è avanti 2-5 nel secondo.
L’allievo di Juan Carlos Ferrero si produce nella peggiore prova della stagione, quasi fosse l’avatar mal riuscito del campione di Parigi e Wimbledon tra la primavera e l’estate e dei due Masters 1000 invernale e autunnale, Indian Wells e Shangai. Dicono che la superficie sintetica, più lenta dell’anno scorso, non aiuti le variazioni di Carlitos, il quale si sente più a proprio agio, almeno in questa fase, sulla terra rossa e sull’erba, o comunque all’aperto. Può essere, ma ho la sensazione che il suo problema non si riduca a questo.
Bolelli e Vavassori, buona la prima
Il primo scontro della sessione serale sembra piazzato lí per asciugare l’ultima stilla di delusione nel pubblico dell’Inalpi Arena, che s’arroventa le mani per il bolognese Simone Bolelli e Andrea Valvassori, torinese di Pinerolo, che si prendono la rivincita della sconfitta rimediata per un nonnulla in finale agli Australian Open in gennaio (7-6 7-5). La coppia formata dall’australiano Matthew Ebden e dall’indiano Rohan Bopanna viene stavolta travolta (6-2 6-3) per merito in particolare della qualità di Wave nella risposta e di Simone al servizio. Anche il salvadoregno Marcelo Arevalo e il croato Mate Pavic, numeri 1 ATP della specialità, registrano una battuta d’arresto contro la coppia tedesca formata da Kevin Krawietz e Tim Puetz. Chi prevarrà mercoledì tra italiani e tedeschi avrà la certezza di approdare alla semifinale.
Zverev batte Rublev
“Andrey Rublev fissò Alexander Zverev negli occhi, con uno sguardo che rivelava tutto il furore e l’amarezza che aveva accumulato. Zverev non era solo un rivale, ma l’ostacolo che si frapponeva tra lui e la gloria. Sascha lo fissava a sua volta, con una calma che sembrava disarmare il suo avversario. Non era un duello di racchette e palle, ma uno scontro ben più profondo e tormentato: la lotta tra due anime”. Uso le parole di Fedor Dostoevskij - prese pari pari dal romanzo “L’idiota”, nel quale però la gloria è l’amore, le racchette sono le pistole, le palle sono le pallottole - per descrivere il pathos del match serale dell’Inalpi Arena. Il tedesco di genitori russi e il moscovita più europeo sarebbero piaciuti al geniale scrittore di San Pietroburgo sia perché i loro nomi sono assai letterari, sia perché, con le loro storie complesse e i loro caratteri contraddittori, li immaginiamo facili prede dei demoni che infestano le steppe (step), i villaggi (selskaya derevna) e le grandi città (bolshiye goroda).
Zverev ne ha già viste tante. Nato ad Amburgo da madre e padre tennisti dell’era sovietica, diabetico da quando andava all’asilo, vittima di un incidente gravissimo nella semifinale del Roland Garros 2022, accusato di violenze private dalla madre di sua figlia Mayla, era un tempo considerato l’unico giovane nato dell’ultimo scorcio di millennio in grado di accelerare il declino di Roger, Rafa e Nole. Non ha portato a termine questa missione, che è poi stata affidata ai due migliori esponenti del tennis della generazione successiva, Alcaraz e Jannik Sinner, forse per colpa di qualcosa che ha cominciato a rodergli dentro. In questa stagione ha finalmente trovato l’equilibrio e la continuità che gli sono spesso mancati, raggiungendo la finale del Roland Garros e vincendo i Masters 1000 a Roma e a Parigi Bercy: grazie a quest’ultimo successo chiuderà la stagione da numero 2 al mondo, dietro Jannik e prima di Carlos. Andrey Rublev, classe 1997 come Sascha, ha un carattere appassionato e intensamente emotivo. Lo descrivono come “sensibile, con un atteggiamento compassionevole nei confronti del mondo”. Non ha avuto paura a dichiararsi contro la guerra di Putin, che probabilmente prima o poi gli farà pagare l’autonomia di giudizio rafforzata dalla lunga permanenza nel “corrotto occidente”.
In campo, mostra sempre grinta e determinazione, ma fa fatica a gestire le emozioni, che spesso lo portano a manifestare frustrazione quando le cose non vanno come vorrebbe. Spacca le racchette, ha qualche tendenza all’autolesionismo, s’arrabbia guardando per terra, ma la gente gli vuole bene perché sa che è un ragazzo istruito e gentile, mica un caratteraccio scortese come l’altro moscovita Top Ten, Daniil Medvedev. Avanti 6-3 negli scontri diretti, Zverev mostra strada facendo, oggi, che l’attuale vantaggio in termini di rendimento, rispetto ad Andrey, deriva dalla consapevolezza di cosa fare in ogni momento dello scambio e dalla capacità di agire di conseguenza. Visione e azione che gli servono per ottenere i break decisivi in entrambi i set (6-4 6-4). Rublev gioca ad alto livello, il suo è un tennis assai godibile che difetta di killer instinct. Eppure, mi piacerebbe vederlo prevalere, prima o poi, in una distojevskijana “lotta tra anime”.