L’anno scorso, qui a Torino, Jannik Sinner estinse il debito di riconoscenza nei confronti di Novak Djokovic, il giocatore al quale più somiglia e al quale s’è ispirato. Dopo averlo sconfitto nel girone di qualificazione, in finale gli fece difetto l’esperienza che deriva dall’abitudine a vincere. In questi dodici mesi il numero 1 al mondo ha alzato coppe in ogni continente, Africa esclusa, a Melbourne, a Rotterdam, a Miami, Halle, Cincinnati, New York, Shangai. È stato, per lui, un anno felicissimo e insieme drammatico, segnato dai successi e dalla grande paura legata alla vicenda del Clostebol, peraltro non ancora chiusa. Ha accumulato esperienza più di chiunque altro del circuito. E non deve più qualcosa a chicchessia.
Scrissi due mesi fa, quando Jannik Sinner affondò in tre set, 6-3 6-4 7-5, le speranze di Taylor Fritz in finale a Flushing Meadows: “…il californiano non si raccapezza” con qualcuno che “fa come il gatto con il topo: si diverte, illude l’avversario, gli concede qualche speranza, infine l’abbatte”. Più o meno, oggi nella Inalpi Arena va nello stesso modo. Nei primi sei game il numero 5 ATP esprime un gioco di alta qualità, soprattutto nei propri turni di servizio. Quand’è alla risposta, prova a sfondare, ma spesso di ritrova tra i piedi palle ingovernabili che affloscia a rete. Nel settimo gioco, al termine di un lungo tira e molla a base di vantaggi per l’uno o l’altro, Sinner piazza una perfida palla corta che gli vale il break. Segue un suo perfetto turno di servizio, a zero. Rischia il controbreak ma rimedia con il servizio, sempre più un’arma letale. Il 6-4 si concretizza dopo 42 minuti.
Con un congruo anticipo, Sinner si procura il break nel quinto gioco del secondo set (3-2), poi con calma si limita a controllare che Fritz non provi a rifarsi sotto. Sembra quasi una formalità, ma non lo è affatto. Dopo un’ora e 24 minuti il match finisce con stesso punteggio di martedì scorso nel girone di qualificazione, un doppio 6-4. Personalmente, non potevo nemmeno immaginare di poter vivere momenti così, con un nostro giocatore che si laurea Supermaestro dopo aver trionfato nella stessa stagione agli Australian Open e agli Us Open ed aver conquistato la testa del ranking mondiale. E come me, lo potevano solo sognare milioni di appassionati. Solo in Val Pusteria sapevano, forse, che sarebbe accaduto.
Dieci anni fa Felix da Housecat chiedeva al suo pubblico durante i concerti “…Do You Wanna Be a Sinner or a Winner?”. Non si riferiva all’allora ragazzino Jannik, da poco calato a Bordighera dalle Dolomiti con l’obiettivo di diventare un campione, ma tant’è: ci piace pensare che quelle di Felix fosse una previsione da sibilla della house music, un auspicio in forma di criptico quesito. Che oggi non avrebbe più ragione d’essere perché i termini “Sinner” e “Winner” ormai coincidono, e mica soltanto per un dato di fatto agonistico. L’attuale capofila mondiale in punti e in titoli è il frontrunner del tennis italiano del secondo millennio, un fenomeno le cui dimensioni economiche e sociali sono state descritte dal presidente Angelo Binaghi nel corso della più affollata conferenza stampa della storia ultrasecolare della sua Federazione.
Una volta definito il perimetro del successo di questa edizione delle Finals torinesi - 210mila spettatori, pari al 77 per cento in più rispetto al 2021, 3431 posti di lavoro creati, un ritorno per le casse statali di oltre 84 milioni di euro tra tasse e previdenza, un impatto sociale pari a 332 milioni di euro contro i 266 del 2023 -, Binaghi ha illustrato con i dati e i grafici di Boston Consulting cos’è e quanto vale nel nostro paese il movimento tennistico, secondo soltanto al sistema calcio. Cifre eloquenti che sono state alla base della discussione con l’ATP in merito alla proroga quinquennale del contratto per le Finals, in scadenza l’anno prossimo. Ed è toccato ad Andrea Gaudenzi, presidente dell’ATP, dare l’annuncio che tutti ci aspettavamo: il più importante evento organizzato dall’associazione dei giocatori professionisti resterà in Italia fino al 2030, probabilmente per altre due edizioni a Torino e poi a Milano. Continueremo a divertirci, allora.