A fine partita piangono entrambe, una per la gioia, l’altra per la rabbia. Due minuti prima, con un diritto a uscire da sinistra verso destra, Madison Keys ha conquistato il suo primo slam. Abbraccia in lacrime il marito Bjorn Fratangelo, che è il suo coach, e gli altri del team nel box di bordo campo. Seduta sulla sua panchina, Aryna Sabalenka nasconde il viso sotto l’asciugamano, s’intuiscono i suoi singhiozzi. Non alza lo sguardo verso il giovane allenatore Anton Durov e il fisio Jason Stacy, che lei ha preferito rimanessero nel box sotto la tribuna durante la partita. Quando parla al pubblico della Rod Laver Arena con la coppa tra le mani, Madison rammenta una delle sconfitte più cocenti subite in carriera, proprio contro Aryna due anni fa nella semifinale di Flushing Meadows (0-6 7-6 7-6). Dice sorridendo all’avversaria: “È la mia rivincita”. Che il punteggio di oggi, 6-3 2-6 7-5, esalta.
A chi continua a sostenere - sono tanti - che il tennis femminile sia meno divertente e appassionante del maschile consiglio di rivedersi questa finale di Melbourne, combattuta, tecnicamente di alto livello, con momenti spettacolari che nel terzo set meritano tutte le frequenti standing ovation. I primi parziali se li erano salomonicamente spartiti, il primo dominato dall’americana numero 14 WTA (ma da lunedì sarà 7), il secondo dalla bielorussa numero 1, campionessa qui nel 2023 e l’anno scorso. Il terzo set è un continuo passaggio del testimone, senza break ma con scambi rapidi e condizionati dai servizi potenti e dai passanti di entrambe. Fino al 5 pari tutto sembra possibile: che Sabakenka esprima una delle sue accelerazioni di ritmo e s’involi, che Keys metta a segno un’altra serie di vincenti intelligenti come ha mostrato di saper fare nel corso del torneo (eliminando avversarie del calibro di Collins, Rybakina, Svitolina e Swiatek), che si decida tutto nel super tie break. Invece, avanti 6-5 dopo il proprio turno di servizio, la ragazza dell’Illinois mette l’avversaria nelle condizioni di rischiare e di sbagliare, ha due match point e trasforma il secondo. Il titolo è suo.
Anche se non era tra i loro obiettivi della vigilia, Aryna Sabalenka e Madison Keys oggi combattevano per assicurarsi alcune citazioni nella storia minore del tennis scritta con i numeri delle statistiche. Prevalendo, Sabalenka sarebbe entrata di diritto tra le grandi del tennis perché, prima di lei, a vincere tre titoli consecutivi agli Australian Open erano state soltanto superstar come Margaret Court, Evonne Goolagong, Monica Seles, Steffi Graf e Martina Hingis. È abbastanza giovane - classe 1998 - per riprovarci, magari cominciando da New York, dove ha trionfato in settembre. Alla quarantaseiesima partecipazione a uno slam, Keys con 29 anni e 343 giorni d’età è quarta nella classifica delle più anziane a ottenere il loro primo major in carriera, a ridosso di Francesca Schiavone (29 anni e 347 giorni quando alzò la coppa al Roland Garros del 2010), mentre la britannica Ann Jones aveva 30 anni e 9 mesi ai tempi della sua finale ai Championships del 1969 e Flavia Pennetta 33 anni e mezzo agli Us Open del 2015. Un record, Madison, l’aveva già ottenuto battendo giovedí Swiatek in semifinale, perché nell’era Open nessuna giocatrice aveva raggiunto la finale di uno dei quattro tornei principali dopo tanti anni dalla precedente: otto. È una giocatrice dal tratto umano, il rapporto con Fratangelo è di quelli “inspiring”, dicono gli americani, ha lavorato tanto per essere dov’è oggi. E forse ha persino voglia di continuare a soffrire.
Il tennis mi piace anche perché si gioca a qualsiasi età. Dopo aver osservato mia moglie massacrarmi di passanti sulla sinistra, un novantenne avvocato fiorentino mi disse: “Devi fare come me, che ho preso lezioni ultimamente da Gino, il maestro, per migliorare la posizione quando devo rispondere di rovescio”.
Nemmeno Simone Bolelli e Andrea “Wave” Vavassori, mancati campioni di doppio degli Australian Open 2025, sono di primo pelo - quest’anno compiranno rispettivamente 40 e 30 anni, che per i professionisti corrispondono alla vecchiaia e alla maturità degli umani come noi - ma insieme sono tra le coppie più forti al mondo. Tuttavia non riescono a vincere uno slam insieme. Separati, sì: il bolognese dieci anni fa qui agli antipodi al fianco di Fabio Fognini, il torinese lo scorso settembre nel doppio misto di Flushing Meadows in coppia con Sara Errani. Nella scorsa stagione hanno giocato, perdendole, le finali degli Australian Open contro Bopanna-Ebden e del Roland Garros contro Arevalo-Pavic. Oggi cedono al finlandese Harri Heliovaara, classe 1989, un furetto sotto rete, e all’inglese Henry Patten, 1996, potente mancino, che già li sopravanzavano nella Top 10 del ranking ATP.
Nel rocambolesco primo parziale gli italiani si trovano a dover annullare dieci set point (due nel dodicesimo game, otto nel tie break), poi sfruttano la propria sesta chance: Bolelli, che serve, brucia Patten sul corridoio di sinistra (18-16). Nel secondo set si procede fino al 6-6 senza scosse e con un unico break point non trasformato Simone e Wave. È di nuovo tie break. Ma stavolta Harry & Henry vanno a segno in occasione del primo mini braeak point a disposizione (5-7). Il terzo set fila via veloce dopo il break strappato in apertura da Heliovaara e Patten. Finisce 6-7 7-6 6-3. Peccato, ma senza tragedie. La stagione è appena cominciata.