Stephen Covey vendette 25 milioni di copie, trent’anni fa, del saggio “I sette pilastri del successo” nel quale sostiene che va contrastata l’idea che “se qualcuno vince, qualcun altro deve perdere. È una visione del mondo limitata, come se ci fosse solo una torta e, se qualcuno ne prende una fetta grande, ne rimane meno per gli altri”. Una considerazione che vale in tempi di scarsità dell’offerta, ovviamente, ma anche di abbondanza come quelli che il tennis italiano sta vivendo. Per mesi e fino a ieri sera, per esempio, a Jannik Sinner è stata dedicata la quasi totalità dell’interesse mediatico (non soltanto quello sportivo), con eccessi che forse perfino il numero 1 al mondo avrebbe evitato. È dunque un bagno di felicissima concretezza riscoprire che in casa abbiamo altri, oltre a lui, che reclamano il loro pezzo di crostata: c’è Lorenzo Musetti, la cui qualità di gioco è paragonabile a quella di Roger Federer, c’è Jasmine Paolini, che continua a macinare tornei stellari, c’è la coppia olimpica formata dalla lucchese e da Sara Errani che prova a confermarsi ai vertici del ranking di categoria.
Lollo sarà domani in semifinale al Foro Italico contro Carlos Alcaraz. Jasmine sta programmandosi per la finale di sabato e intanto, nel doppio, proverà con la compagna a dare un’altra delusione a Mirra Andreeva e Diana Shnaider, come a Parigi in agosto (2-6 6-1 10-7).
Smaltito l’entusiasmo collettivo per come mercoledì sera il carrarino ha maltrattato Alexander Zverev, campione uscente degli IBI, è Paolini ad aprire un’altra giornata tinta d’azzurro. Sulla carta, dovrebbe rischiare poco o nulla nel confronto con Peyton Mckenzie Stearns, 23 anni, numero 42 del ranking ufficiale. Ma nei giorni scorsi la ragazza di Cincinnati ha eliminato qui a Roma, nell’ordine, Nuria Brancaccio, Anna Kalinskaya, Madison Keys, Naomi Osaka e Elina Svitolina: di sicuro, la sua migliore sequenza di successi in carriera alla luce del fatto che ha vinto un solo WTA 250, un anno fa a Rabat, e una manciata di ITF. Impostazione americana classica - potente e precisa, mobilissima, poco incline alle variazione di ritmo -, all’inizio Peyton mette in serie difficoltà Jasmine. O, meglio, è Jasmine a mettersi in difficoltà da sola non trovando il modo di contrastare il gioco geometrico di Peyton.
Quando però, dopo aver rischiato di finire sotto 0-4, comincia a diversificare, ad accorciare e, talvolta, ad allungare gli scambi, mina le sicurezze dell’avversaria, che fallisce la trasformazione di due set point sul 3-5 e sul 4-5 e dà il via libera alla riscossa della finalista di Parigi e Londra 2024. Del secondo set merita appuntarsi solo il risultato, 6-1 (il primo era finito sul 7-5). La sensazione è che la numero 5 WTA abbia tempi di carburazione strategica assai lenti, durante i quali gli assist di Sara dall’angolo, in forma di consigli su da farsi, risultano indispensabili. Quando però trova la chiave del match, sa perfettamente da sola quali porte aprire e quali chiudere.
E Jannik? Se il record di successi consecutivi sale a quota 25, da stasera la sua sicurezza nel propri mezzi arriva a 85-90, un nonnulla dal livello 100 al quale l’avevamo lasciato in febbraio a Melbourne. L’aveva detto parlando ieri con papa Leone: “Il torneo di Roma? Adesso ci siamo”, e si riferiva alla sua forma dopo i primi tre match agli Internazionali (usa il plurale maiestatis “tipico delle autorità civili o religiose in veste ufficiale o in contesti istituzionali”, mi spiega la Treccani).
L’eliminazione di Casper Ruud, reduce dal titolo vinto alla grande al Masters 1000 di Madrid, è la conseguenza di una superiorità indiscussa. In avvio il norvegese subisce un umiliante 6-0, con 8 punti raccolti nei 27 minuti che dedica a chiedersi come fermare il ragazzo rosso cresciuto in un posto freddo quanto la sua Oslo. Nel secondo parziale gli scambi durano un po’ di più, Ruud prova ad angolare e a mirare alle righe, non si fa più infilare da passanti e stremare dalle palle corte. Fatica tanto e dà soddisfazione a chi vorrebbe qualche emozione, ma non raggranella granché: un game che basta a farlo esultare insieme al pubblico, che lo stima e gli vuole bene.
Domani Sinner affronterà l’americano Tommy Paul, che con relativa facilità ha avuto ragione del polacco Hubert Hurkacz (6-4 6-3). In palio c’è l’accesso alla finale di domenica. Non è il caso di fare previsioni, perché ogni partita fa storia a sé, ma contro un Sinner in crescita rapidissima le chance del giovanotto di Voorhees, nel New Jersey, mi sembrano siano scarse