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Sinner si arrende, ma tutti noi dobbiamo festeggiare

Jannik Sinner alla premiazione con Carlos Alcaraz
Jannik Sinner alla premiazione con Carlos Alcaraz (afp)
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C’è una frase di Sinner, “…ogni partita può cambiare improvvisamente”, che è la traduzione tennistica del verso di John Lennon: “…la vita è ciò che ti accade mentre fai altri progetti”. Per Jannik è un mantra: da tempo la ripete con sconcertante insistenza, quasi volesse convincere chi l’ascolta a non considerarlo un vincente seriale, ad aspettarsi che prima o poi qualcosa gli vada storto. Essendo a Parigi, mi torna in mente Jean-Paul Sartre, secondo il quale l’esistenza è esposta al caso, alla mutevolezza e all’imprevedibilità. Insomma, si potrebbe sostenere che l’ex speranza dello sci dell’Alta Val Pusteria sia un esistenzialista. Ma sto esagerando. Di sicuro, più semplicemente, il numero uno al mondo ha sviluppato una consapevolezza diversa di sé e del mondo dopo l’anno sulle montagne russe dell’ITIA, della WADA, eccetera, che non sono i nomi di parchi giochi.

Torniamo sulla terra, nel senso di quella rossa del Philippe Chatrier. La partita di Sinner è cambiata quando, avanti nel punteggio 4-6 6-7 6-4 3-5 0-40, ha sprecato tre match point che l’avrebbero consacrato campione degli Internationaux de France, primo italiano a riuscirci 49 anni dopo Adriano Panatta. Forse il ragazzo rosso che aveva vinto gli ultimi due major, a New York in settembre e a Melbourne in febbraio, stava già pensando a cosa avrebbe detto, di lì a pochi minuti, durante la cerimonia di premiazione. O, chissà, si è ritrovato con la testa – come diceva Lennon – impegnata in altri progetti. E così la vita gli è accaduta sotto forma di una serie di punti che hanno rimesso in corsa Carlos Alcaraz, l’unico avversario in grado di metterlo in difficoltà con una frequenza impressionante.

Prima di cedere, tuttavia, Sinner ha lottato da par suo. Perso il quarto parziale al tie-break, nell’ultima frazione non ha consentito a Carlitos di andare in fuga dopo un break tagliagambe d’apertura. Gli è stato addosso, ha avuto più di una chance per riagganciarlo, ci è riuscito soltanto all’ultimo tuffo, strappando il controbreak. È addirittura andato avanti sul 5-6 prima di affrontare il super tie-break. Negli ultimi dieci minuti delle cinque ore e mezza di tennis più appassionanti degli ultimi anni – mi verrebbe da dire: dalla finale Djokovic vs. Federer a Wimbledon 2019 – il murciano si è confermato una perfetta macchina da tennis quando la posta è la più ricca, ossia nelle finali slam. Ha chiuso i conti a proprio favore con un punteggio, 10-2, che Sinner deve dimenticare in fretta, insieme a quei maledetti match point non trasformati nel quarto set.

Per ora, dunque, il Roland Garros resta il feudo di Alcaraz e, in quanto degno successore di Rafael Nadal, degli spagnoli. Alla vigilia del supermatch – il primo tra i due con in palio uno slam, anche se ne avevano già vinti sette: quattro lo spagnolo, tre l’italiano – erano girati tanti numeri che avrebbero dovuto aiutare chi, per mestiere o per passione, fa le previsioni. Per esempio, ci avevano ricordato che l’anno scorso Sinner aveva vinto 54 delle 57 partite giocate, ma che, delle tre perse, due furono contro Alcaraz; avevano anche calcolato che, sulla terra rossa, su 121 match giocati, lo spagnolo ha un record in carriera di 102 vittorie, tra le quali, di recente, quelle contro Sinner nella semifinale del Roland Garros 2024 e nella finale del mese scorso a Roma. Insomma, le cifre non sembravano favorire Sinner, che peraltro nelle due settimane a Parigi non aveva ceduto un set nemmeno contro Novak Djokovic in semifinale. La partita, invece, ha dimostrato che i due padroni del circuito se la battono ad armi pari, e dunque tra tre settimane la loro sfida riprenderà sull’erba. E noi, indegnissimi seguaci dello Scriba, sappiamo che lo sentiremo ripetere chissà quante altre volte: “Basta un nulla per cambiare una partita, oppure un torneo. Può capitare che non t’asciughi bene i capelli una mattina e, poco dopo, ti ritrovi con il collo indolenzito e non vai nemmeno in campo”. Per fortuna, il numero uno al mondo usa un phon efficiente e asciugamani sempre perfetti, forse riscaldati da qualcuno del suo team.

Domani ci sarebbe stato da divertirsi a contare sui quotidiani quanti titoli avrebbero contenuto il termine “triplete”, dal 2021 ufficialmente un neologismo della Treccani. Nella tarda mattinata, fredda e ventosa, era infatti arrivato il secondo titolo per gli italiani al Roland Garros. Il primo se l’erano conquistato giovedì, nel doppio misto, Sara Errani e Andrea Vavassori. Oggi la coppa l’hanno alzata Sara – di nuovo – e Jasmine Paolini. Medagliate d’oro olimpiche sullo stesso campo l’anno scorso, la romagnola e la lucchese si sono ripetute al termine di una partita a lungo incerta.

Le loro avversarie, Aleksandra Krunic e Anna Danilina, condividono un’origine insolita per due tenniste che rappresentano paesi diversi: entrambe nate a Mosca, la prima è serba d’adozione, la seconda è naturalizzata kazaka da anni. Krunic, classe 1993, si è fatta conoscere per il suo tennis intelligente e combattivo, raggiungendo il quarto turno agli US Open 2014 e vincendo un titolo WTA in singolare. Danilina, due anni più giovane, si è invece distinta nel doppio, imponendosi come una delle specialiste più solide del circuito. Insieme da poco, formano una coppia affiatata e sorprendente.

Le moscovite hanno giocato solo su Sara per due ore e un quarto, ma lei è stata bravissima ad alzare le traiettorie delle risposte quand’era a fondo campo – una “pallettara”, la chiamerebbero in un circolo, ma di straordinaria efficacia in termini tattici – così come è apparsa sempre velocissima e precisa a rete. Jasmine è rimasta perlopiù dietro, a presidio della baseline, e da lì ha sparato fortissimo appena ne ha avuta l’occasione. Primo set equilibrato e risolto da un guizzo finale in forma di break. Calo di tensione delle azzurre nel secondo parziale e, poi, a chiudere, un terzo set perfetto. Il punteggio, 6-4 2-6 6-1, descrive bene quanto visto dal pubblico, folto e assai divertito dallo spettacolo. Dunque, abbiamo buonissimi motivi per festeggiare nonostante la sconfitta di Sinner.

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