Outlook
Benvenuti sulla nuova Outlook, la newsletter di Repubblica che analizza l'economia, finanza e mercati internazionali. Dall'effetto-Covid sull'economia mondiale all'andamento dell'inflazione, dalle politiche monetarie della Federal Reserve all'impatto della Cina sui mercati mondiali e molto di più, ogni settimana affronteremo le questioni più importanti per il business globale in maniera chiara, diretta e accessibile.

Outlook | Il divario digitale tra Usa e Europa

IN SINTESI

  • Oggi è Memorial Day e i mercati americani sono chiusi. Niente statistiche nuove di giornata, però il Wall Street Journal sul suo sito raccoglie una miriade di indicatori empirici che puntano nella direzione giusta: una ripresa di attività. “Il volume di trasporti su camion ha ripreso a crescere. I viaggi in aereo e le prenotazioni alberghiere sono leggermente risaliti. Aumentano anche le richieste di mutui. Un altro indicatore in risalita sono le creazioni di nuove imprese”. Non sono rilevazioni sistematiche bensì tanti casi aneddotici, ma secondo il quotidiano finanziario “l’economia americana sta lentamente strisciando verso la rinascita”.
  • Il futuro del lusso europeo si gioca più che mai in Cina. Diversi studi in questi giorni confermano che le vendite del lusso sono già ripartite in Cina mentre resteranno depresse a lungo in Europa. C’è un cambio di paradigma che avevo anticipato su questa newsletter e al quale tutto il settore dovrà adeguarsi: in passato i cinesi compravano soprattutto nelle boutique europee, oggi bisogna andargli a vendere il lusso a casa loro.
  • La Cina superò gli Stati Uniti come principale mercato di sbocco per il lusso già un decennio fa (2011 per la precisione). Nel 2025 la Bain prevede che metà di tutte le vendite globali del lusso andranno a clienti cinesi. Ma fino all’anno scorso il 70% degli acquisti cinesi venivano effettuati all’estero, oppure a Hong Kong (che per ragioni fiscali e doganali è come fosse una piazza straniera). Anche per il differenziale di prezzi enorme: una borsa Vuitton comprata nel negozio di Shanghai costa il 46% in più che a Parigi. Ora che i cinesi viaggeranno meno chi vuole sfruttare fino in fondo il loro potenziale d’acquisto deve servirli a casa loro, investire nella rete distributiva, e probabilmente rivedere le strategie dei prezzi. C’è anche l’alternativa del commercio online: molti clienti del lusso lo hanno sperimentato per la prima volta durante il lockdown ed è probabile che non lo abbandoneranno.
 

STATI UNITI

Si scava ulteriormente il divario tra l’America e l’Europa nelle tecnologie digitali. I cinque big americani (Amazon Alphabet-Google Apple Facebook Microsoft) escono rafforzati dai lockdown, e due indicatori oggi sono interessanti. Da un lato c’è la Borsa dove i Big Five continuano ad aumentare la loro capitalizzazione e il loro peso preponderante sul valore totale dei listini; mentre nulla di simile avviene nelle Borse europee per mancanza di campioni nazionali di quelle dimensioni.
 
L’altro elemento è ancora più importante nel lungo periodo. I Big Five americani stanno usando la loro aumentata potenza finanziaria per accelerare gli investimenti in ricerca e sviluppo. Quindi ancor più di prima avranno una lunghezza d’anticipo sul terreno dell’innovazione. In un solo trimestre i Big Five hanno investito 29 miliardi di dollari in ricerca e sviluppo, cioè il 17% in più rispetto allo stesso periodo del 2019. Sul Wall Street Journal Christopher Mims paragona quanto sta accadendo al precedente della General Electric durante la Grande Depressione degli anni Trenta. Mentre la crisi faceva un’ecatombe di aziende, la disoccupazione esplodeva e l’America s’impoveriva, la General Electric inventò la televisione, e sfruttò il suo monopolio nella nuova tecnologia per investire nel suo sviluppo attraverso la filiale RCA, assicurandosi un predominio per molti decenni.
 

ASIA

Una storia parallela si svolge in Cina. Anche i big del digitale asiatico scoppiano di salute. Alibaba ha annunciato un aumento del fatturato trimestrale del 22% a quota 16 miliardi di dollari. Alibaba è la regina del commercio online cinese con 726 milioni di clienti abituali. Proprio come le sue concorrenti americane, anche Alibaba ha un tesoro di guerra considerevole (50 miliardi di dollari di liquidità) che usa per innovare e acquisire altre società. La numero due è Pinduoduo con 628 milioni di clienti e JD.com con 387 milioni. Unico neo nel bilancio di Alibaba è una riduzione del profitto dovuta esclusivamente a investimenti finanziari andati male.
 
A Pechino però ci si preoccupa seriamente per l’ultima mossa del protezionismo americano. A prescindere dalle tensioni geopolitiche su Hong Kong e Taiwan, un problema più ravvicinato è la minacciata radiazione di molte società cinese quotate alle Borse americane. Ne ho già parlato in questa newsletter, si tratta della legge votata dal Senato di Washington per espellere dai listini azionari americani società che non affidano la loro certificazione dei bilanci a un audit occidentale, verificabile da parte delle autorità di vigilanza americane. Pechino denuncia la “politicizzazione delle Borse” e ammonisce che questa mossa “indebolirà la fiducia verso il mercato dei capitali americano”.
 
Nell’immediato tremano colossi cinesi come Baidu (l’equivalente cinese di Google) che grazie alla quotazione a New York potevano raccogliere fondi su un mercato molto più vasto e liquido. Se a questo si aggiunge lo scenario di possibili sanzioni su Hong Kong, stiamo assistendo alle grandi manovre verso un divorzio finanziario tra la sfera americano-occidentale e quella cinese. Già c’era stata una “deriva dei continenti” che aveva separato i due Internet, ora qualcosa di simile può estendersi alla finanza.  
L’oro di Maduro salverà gli ayatollah? È un retroscena interessante dietro l’alleanza fra due nemici giurati dell’America. Cinque navi petroliere iraniane sono in arrivo in Venezuela: è l’ultima sfida del regime degli ayatollah contro l’embargo di Donald Trump. Una provocazione a cui gli Stati Uniti per adesso decidono di non reagire; in parte perché si presenta come una sorta di “missione umanitaria”, in soccorso ad una popolazione del Venezuela che subisce il duplice shock del coronavirus e della grave crisi economica pre-esistente. Può sembrare strano che il Venezuela debba importare petrolio – il paese ha le riserve petrolifere (stimate) più vaste del mondo – ma in realtà le navi iraniane trasportano benzina già raffinata. Il disastro economico della gestione Maduro ha devastato l'industria della raffinazione e la benzina scarseggia.
 
Così si consolida l'alleanza tra due "Stati-paria", ambedue nel mirino delle sanzioni americane. Quelle contro l’Iran erano state parzialmente levate da Barack Obama dopo la firma dell’accordo sul nucleare, poi sono state ripristinate ed inasprite dall’Amministrazione Trump che ha denunciato quell’accordo nel maggio 2018. L’embargo al Venezuela è una pressione contro il regime Maduro considerato illegittimo, e colpevole di abusi contro i diritti umani. La situazione economica nel Venezuela continua a deteriorarsi. L’anno scorso l’inflazione aveva raggiunto il +800.000% e 4,8 milioni di persone sono fuggite dal paese. A questo si è aggiunto nel 2020 il crollo del prezzo del petrolio legato alla recessione mondiale da coronavirus. Il Venezuela in preda a penurie di elettricità e benzina aveva potuto contare fino a due mesi fa sulle forniture dell’azienda russa Rosneft. Ma da quando Washington ha sottoposto a sanzioni le filiali della Rosneft che operano in Venezuela, il sostegno di Putin a Maduro si è affievolito: l’ente petrolifero di Mosca ha abbandonato Caracas a fine marzo. Da allora il razionamento dei carburanti in Venezuela si è indurito, sottoponendo a code interminabili anche il personale medico impegnato nella lotta alla pandemia. E tuttavia il regime di Maduro ha ancora le riserve aurifere della banca centrale, anche se queste si stanno assottigliandosi al ritmo di 700 milioni di dollari al mese. Per l’Iran essere pagato in oro ha il grosso vantaggio di by-passare il regno del dollaro dove il Tesoro di Washington detta legge.

 
EUROPA

L’area Ocse che riunisce i paesi industrializzati vedrà aumentare il debito pubblico per un totale di 17 trilioni, 17.000 miliardi di dollari. Ovverosia una media di 13.000 dollari per ogni abitante. Nel club delle economie sviluppate spicca il caso dell’Eurozona. La Germania passerà quest’anno da un attivo di bilancio pari all’1% del Pil, a un deficit dell’8%. La Francia da un deficit del 3% scivolerà a un rapporto deficit/Pil del 10% a fine anno. L’Italia arriverà al 15% di deficit/Pil secondo le previsioni di Capital Economics. L’economista Robert Samuelson sul Washington Post lancia un allarme per il caso italiano. La sua analisi è intitolata “Perché il debito italiano riguarda tutti”. Samuelson vede Italia e Grecia “sull’orlo del precipizio”, avverte che “in mancanza di un salvataggio l’Italia potrebbe essere costretta a lasciare l’euro, trascinando con sé altri paesi ad alto indebitamento”. Anche durante il ponte festivo di Memorial Day i banchieri americani leggono, e un articolo come questo non passa inosservato.
 

OUTLOOK

Sul Financial Times Wolfgang Munchau vede una Cina capace di sfruttare le divisioni europee per mettere gli Stati dell’Unione uno contro l’altro, e risucchiarne alcuni nella propria sfera d’influenza geopolitica. Anche in questo caso l’Italia risulta in cima alla lista. Munchau cita un recente sondaggio secondo cui gli italiani considerano la Cina come la potenza straniera più amichevole, e la Germania come la meno amichevole.
 

Ascolta
  • Copiato negli appunti https://puntoitalia.online/rubriche/outlook/2020/05/25/audio/outlook__il_divario_digitale_tra_usa_e_europa-423007556/

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