Outlook
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Outlook | Perché i mercati tremano

Oggi mi concentro sui mercati finanziari, al termine della quarta settimana consecutiva di declino degli indici azionari di Wall Street. Gli investitori hanno tutte le ragioni di essere preoccupati. Il contagio risale in tutto l’Occidente, questo sta già rallentando la ripresa economica. Negli Stati Uniti i nuovi ordinativi di beni durevoli sono saliti solo del +0,4% ad agosto, meno del previsto. I segnali di una ripresa che sta già perdendo il fiato potrebbero essere più marcati nei dati di settembre, il mese dove in concomitanza con le riaperture delle scuole e gli allentamenti dei lockdown la pandemia è ripartita. Si aggiungono in America le incertezze politiche legate all’elezione presidenziale.
 
E le ricadute sulla politica economica: la politica di bilancio si è bloccata in attesa del voto, il Congresso è incapace di decidere nuove misure a favore dei disoccupati e delle imprese. Questo clima americano ha il suo simmetrico in Europa dove l’attesa dei Recovery Fund rischia di essere lunga, ed è ragionevole chiedersi se arriveranno troppo tardi per curare la depressione da lockdown. Per non parlare di tutte le incognite legate alla capacità di spesa dello Stato italiano, come di quello spagnolo.
A guardare lucidamente tutte queste cause di preoccupazione, in fondo i mercati non sembrano rifletterle adeguatamente. I prezzi delle azioni almeno negli Stati Uniti sono su livelli storicamente alti. I capitali hanno continuato ad affluire sui mercati azionari, quello americano in testa. Nella settimana iniziata dal 14 al 18 settembre, per esempio, l’afflusso netto di nuovi investimenti in azioni sui mercati globali è stato pari a 26 miliardi di dollari, il dato più alto dal marzo 2018.
 
Anche gli europei si segnalano per una recente predilezione dell’investimento azionario: in agosto hanno versato 8,6 miliardi di euro in fondi azionari globali. La provenienza di questi capitali è indicativa: si tratta per lo più di smobilizzi da fondi investiti sul mercato monetario. Questi fondi non rendono più nulla.
Questo ci porta ad uno dei fattori fondamentali che sorreggono i mercati: la politica monetaria. L’azione delle banche centrali continua ad essere eccezionalmente espansiva, a maggior ragione da quando la Federal Reserve si è data il compito esplicito di fabbricare inflazione. Un’analisi della Natixis prevede che la Bce dovrà mantenere a lungo termine dei tassi reali intorno al meno 1,5%.
 
E’ giustificato parlare di una “asset bubble”, una bolla che sorregge il valore degli attivi finanziari, causata dalle politiche monetarie. Questo non è un giudizio di valore, il fatto che le banche centrali stiano gonfiando il valore degli attivi finanziari è forse l’inevitabile effetto collaterale di una politica monetaria che non ha alternative, vista la debolezza dell’economia globale. Peraltro questa bolla finanziaria ha ormai un equivalente nell’economia reale, una bolla fabbricata dalle manovre di bilancio: è l’esercito di “aziende zombie”, morte viventi, che vengono tenute in vita artificialmente da aiuti fiscali e creditizi varati dai governi. 

All’orizzonte c’è almeno qualche schiarita? Il 3 novembre, data dell’elezione presidenziale americana, potrebbe non essere risolutivo. Cito da un Election watch di Ubs Global Wealth Management: “Una Ondata Blu (vittoria democratica, ndr) che conquisti la Casa Bianca e i due armi del Congresso è il risultato attualmente più probabile. Tuttavia il margine di probabilità favorevole a questo scenario è solo marginalmente superiore rispetto alla rielezione di Trump e a un Congresso diviso”. Non è su questo fronte che si possono trovare rassicuranti certezze, insomma. Nel frattempo, più l’elezione si avvicina più il comportamento di Trump accumula i messaggi destabilizzanti. Quando gli è stato chiesto se accetterà il normale e pacifico passaggio dei poteri al suo successore, il presidente ha risposto sostanzialmente di no. “Abolite le schede per corrispondenza – ha detto – e tutto sarà pacifico. Non ci sarà trasferimento dei poteri, francamente, ci sarà continuità”. In altre parole: o vinco io e tutto va bene, oppure denuncio brogli sul voto per posta e non riconosco la vittoria di Joe Biden. I democratici lo denunciano come un attacco alla democrazia. La destra non si scompone ma garbatamente si dissocia, i maggiorenti del partito repubblicano fanno sapere che non c’è nulla da temere, il passaggio delle consegne si farà, se questo è il verdetto degli elettori, nella consueta normalità. Nel frattempo però c’è un piano B, che passa attraverso la blindatura della Corte suprema, occupando subito il seggio rimasto vacante dopo la morte della giudice progressista Ruth Bader Ginsburg. Se lo spoglio delle schede elettorali dal 3 novembre in poi si prolunga oltremodo per i ritardi postali, se è perturbato da miriadi di ricorsi legali contro le schede spedite (prevalente democratiche, dicono i sondaggi sulle intenzioni di voto), ad arbitrare la contesa potrebbe essere un tribunale costituzionale con sei giudici repubblicani contro tre democratici.
 
Visto il panorama sul fronte occidentale, c’è chi ha deciso da tempo di guardare a Oriente anche per le strategie finanziarie. Warren Buffett ha stupito il mondo con una serie di investimenti in Giappone. Ha ragione, come sempre: il Sol Levante è un paese che sta ritornando sui nostri schermi radar dopo una nostra ingiusta sottovalutazione. Basti guardare ai risultati fenomenali nel contenimento della pandemia: la mortalità giapponese e un decimo di quella tedesca, un cinquantesimo di quella italiana o francese o americana. In Cina c’è l’ennesimo colosso malato che fa tremare le vene ai polsi. Evergrande, secondo gruppo immobiliare del paese, è vicino al fallimento e richiederà senza dubbio un salvataggio pubblico. Gli stessi dirigenti di Evergrande parlano di “rischio sistemico” per l’economia cinese. Però la Cina è “la bolla che non scoppiò mai”, per riprendere il titolo del nuovo saggio di Thomas Orlik, analista Bloomberg. Il mercato cinese obbedisce solo parzialmente a una logica… di mercato. E’ consigliabile dunque studiarsi la nuova lista annunciata da Xi Jinping dei settori e delle aziende su cui punta il presidente per il futuro sviluppo della Cina. Include dieci settori industriali prioritari, cento distretti industriali emergenti, mille eco-sistemi strategici, verso i quali anche la finanza è invitata a rivolgere le sue attenzioni.
 
Le bolle che non scoppiano mai, nella storia non esistono, è chiaro. Nel lungo termine, però, saremo tutti morti e non è chiaro se l’anomalia cinese avrà vita più lunga di noi. Intanto una cosa sta delineandosi con sempre maggiore chiarezza: il “decoupling” o divorzio globale Usa-Cina, teorizzato da Trump e applicato dai suoi, è già una realtà; ma per ora favorisce le economie dell’Estremo Oriente che hanno avuto una crisi ben più breve e moderata della nostra.

 

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  • Copiato negli appunti https://puntoitalia.online/rubriche/outlook/2020/09/25/audio/outlook__perche_i_mercati_tremano-423006417/

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