Outlook | I duelli tv sono davvero decisivi?
IN SINTESI
Dello scandalo tasse, sollevato ieri sul New York Times, mi occupo nell’altra newsletter sulle elezioni, che esce sempre oggi. Qui aggiungo un approfondimento sulla normativa fiscale.
Gli esperti del diritto tributario americano non sono affatto sorpresi che Donald Trump non abbia pagato tasse per molti anni, o che abbia recuperato quasi tutte le tasse attraverso rimborsi dal fisco. E’ un segreto di Pulcinella che gli immobiliaristi si comportino così: accumulano montagne di debiti i cui interessi passivi sono deducibili; e quando fanno profitti eludono le imposte sui capital gain reinvestendo immediatamente gli utili di un progetto immobiliare nell’acquisto di un altro. Sembra che le leggi fiscali se le siano scritte loro, su misura dei loro interessi. Correggo, togliamo il “sembra”: se le sono scritte loro.
Qui tocca sollevare il velo su un piccolo, sporco segreto bipartisan. Queste leggi fiscali le hanno votate maggioranze repubblicane e democratiche. Aggiungiamoci tutti gli sgravi e crediti fiscali offerti a livello locale dallo Stato e dalla città di New York, saldamente in mano ai democratici. Trump, prima di scendere in politica in prima persona, staccava assegni regolarmente per le campagne elettorali dei coniugi Clinton e del senatore decano di New York, nonché capogruppo democratico al Senato, Chuck Schumer. Che scoppi adesso uno scandalo fiscale va benissimo, è sacrosanto, però le impronte dei colpevoli sono tante.
“Libertà religiosa. Sicurezza. Legge e ordine”. Sono questi i terreni sui quali la Corte suprema sarà chiamata a misurarsi, sono queste le sfide che attendono la nuova giudice costituzionale – se confermata dal Senato. Trump è stato chiaro nel calibrare il messaggio presentando la sua candidata alla Corte suprema: Amy Coney Barrett, 48 anni, madre di sette figli, cattolica molto conservatrice. Una magistrata dalle credenziali impeccabili ma anche con un orientamento etico e politico perfetto per piacere alla componente religiosa che è il pilastro dell’elettorato repubblicano: la parte più compatta e disciplinata alle urne. Trump in cinque sostantivi ha mandato a quella parte degli elettori il messaggio di mobilitazione in vista del voto. Lui è un presidente che può realizzare la terza nomina di un giudice costituzionale, e li ha sempre scelti con questo profilo. I cattolici conservatori, gli evangelici, i cristiani rinati che sono l’ala integralista del protestantesimo, perdonano il “grande peccatore” per la sua vita privata, il suo linguaggio, i suoi eccessi, perché non li ha mai traditi sulle scelte che per loro contano di più.
Conta molto nella coreografia dell’evento il ruolo della famiglia. Prima Trump ha voluto ricordare che la Barrett è una madre esemplare, devota e dedicata ai figli. Poi ha sottolineato che di quei sette figli due sono adottivi e originari di Haiti, il più giovane è un figlio biologico con sindrome Down. Lei stessa, nel prendere la parola, è tornata sugli stessi temi. Famiglia multietnica: i repubblicani non sono razzisti. Il figlio Down: tutti sanno quel dettaglio della biografia di Amy, lei fu informata della diagnosi pre-natale e si rifiutò di prendere in considerazione un’interruzione di gravidanza. Il figlio minore, ha precisato, “è il preferito da tutti i fratelli e sorelle”. Trump si è concesso una previsione: “Sarà una conferma poco controversa, facile e veloce, più di quanto crediate”. Facile e veloce, forse è possibile, se il partito repubblicano serra i ranghi: al Senato ha 53 voti contro 47. “Non controversa”, è escluso.
Prima ancora di mettere sotto esame la Barrett, il fuoco di sbarramento dei democratici solleva una questione di principio: gli elettori stanno per decidere chi sarà presidente degli Stati Uniti, bisogna aspettare il loro verdetto, e lasciare che sia il nuovo capo dell’esecutivo a esercitare una prerogativa così delicata come la nomina alla Corte. Fu con questo argomento, ricorda la sinistra, che nel 2016 i repubblicani bloccarono una nomina di Barack Obama quando mancavano ben nove mesi al voto. La destra ribalta il suo precedente del 2016 con la forza dei voti: chi ha la maggioranza prevale e riscrive le regole. La loro tesi è che anche la sinistra ha calpestato ogni galateo istituzionale quando tentò di bloccare la nomina del giudice Brett Kavanaugh nel 2018 rispolverando un’accusa di molestie sessuali che risaliva all’epoca in cui era al liceo. I due campi devono valutare l’impatto che questo scontro sulla Corte avrà sugli elettori. L’elettorato repubblicano può compattarsi; la base religiosa – cattolici conservatori e protestanti evangelici – ha sempre assegnato un’importanza enorme alle nomine di giudici. Questo spiega perché perfino i repubblicani più ostili a Trump – come il senatore Mitt Romney che votò in favore del suo impeachment – si stanno allineando al “colpo di mano”.
Alle tre del mattino di mercoledì sul fuso orario italiano, i due candidati alla Casa Bianca si affrontano per la prima volta. I sondaggi continuano a dare il democratico in vantaggio; anche se permane una forbice tra la media nazionale dove Biden infligge all’avversario circa nove punti, e i risultati negli “Stati contesi” dove il margine scende sotto i quattro punti. E’ comunque il presidente in carica che deve fare una rimonta in extremis. Trump ostenta sicurezza, al punto che il suo entourage confessa candidamente: il presidente non si sta preparando neanche un po’. Rifiuta di allenarsi, non si sottopone ai mock-debate, le simulazioni con un partner che recita la parte dell’avversario, che fanno parte della tradizione americana. L’unica pre-tattica che Trump adora, e continua a praticare nelle ultime ore, è il dileggio: “Facciamo l’anti-doping a Biden”. Quasi volesse ripetere i leggendari exploit del pugile Cassius Clay (poi Muhammad Ali) che umiliava gli avversari in conferenza stampa prima di affrontarli sul ring, Trump sbeffeggia la presunta senilità di Biden, si chiede quali sostanze prenderà. Segue l’altro attacco: “E’ un pupazzo nelle mani della sinistra radicale, che gli imporrà politiche socialiste”. Trump non si allena perché si considera un animale televisivo. Il suo unico successo vero – prima dell’elezione – era stato il concorso reality-tv The Apprentice, che lo aveva consacrato come uomo di spettacolo.
L’esatto opposto accade in campo democratico. Biden si prepara scrupolosamente, con sedute di simulazione dove a recitare la parte di Trump c’è Bob Bauer, uno dei suoi consiglieri più fidati. L’unico dettaglio di cui Bauer fa a meno è il travestimento, la parrucca gialla, il fondo tinta arancione (in passato si arrivava anche a quello). Per il resto cerca di replicare ogni possibile attacco, insulti compresi. Si aspettano un Trump gladiatore, deciso a far scorrere il sangue in diretta, ad aggredire con durezza. Un comportamento da outsider in cerca del colpo da K.O., più che da presidente in carica.
In quanto a pre-tattica Biden cerca di replicare l’aggressività dell’avversario paragonando i metodi di Trump a quelli del braccio destro di Adolf Hitler, il capo della propaganda nazista: “E’ come Goebbels, pensa che a furia di ripetere una bugia, diventa senso comune. Non sa nulla di politica estera, ha sbagliato sull’economia, è un presidente fallito”. L’ex portavoce di Barack Obama, Jay Carney, che partecipò in prima linea a due campagne elettorali, ammonisce Biden: “Il presidente continua ad essere indietro nei sondaggi perciò non ha nulla da perdere. Ha bisogno di una svolta, di uno shock. Lancerà ogni genere di attacchi”.
I duelli tv sono davvero decisivi? La leggenda sulla loro importanza parte sempre dall’antefatto del 1960, quando il giovane e telegenico John Kennedy sbaragliò un Richard Nixon torvo, sudaticcio e perfino mal rasato. Ma anche su quel dibattito non vi sono certezze: chi lo ascoltò alla radio trovò Nixon più competente. In tempi recenti è difficile trovare dei duelli tv che abbiano spostato percentuali importanti di voti, che abbiano impresso delle svolte. Ronald Reagan era un attore dalle battute efficaci, ma vinceva a prescindere da quelle. Obama fu disastroso nel primo dibattito contro Mitt Romney nel 2012, poi prevalse alle urne. I sondaggi dicevano che Hillary Clinton aveva vinto ai punti i tre dibattiti del 2016, ma alla Casa Bianca c’è l’altro.
Alcuni esperti teorizzarono che le prestazioni di Trump andavano viste a volume spento, per capire l’impressione di dominio da alfa-maschio che lui proiettava con gestualità e movimenti. Quest’anno c’è una novità rilevante: milioni di americani stanno già votando per corrispondenza, hanno deciso prima del duello tv.