Outlook | Usa, il ricatto del presidente
Federico RampiniChi fa campagna sulla pelle dei disoccupati? Trump annuncia la fine di ogni trattativa con il Congresso sulla nuova manovra di spesa pubblica che doveva aiutare famiglie e imprese in difficoltà. Se ne riparlerà solo quando lui sarà rieletto... Lo stesso presidente della Federal Reserve dice che la cosa è grave, perché la situazione richiede interventi immediati. I democratici gridano al ricatto: il presidente specula sulla sorte dei disoccupati. La situazione è un po' più ingarbugliata perché anche la presidente della Camera Nancy Pelosi ha giocato allo sfascio, comunque è una pessima notizia per l'economia americana.
STATI UNITI
Il Wall Street Journal descrive come il settore del commercio negli Stati Uniti si sta riorganizzando per sopravvivere con un numero ridotto di punti vendita. Il traffico umano nei negozi, supermercati, grandi magazzini, continua a essere basso (meno 14% a settembre rispetto allo stesso mese nell’anno prima); il commercio online si è ritagliato una quota del 16% di tutte le vendite; e le carte di credito hanno soppiantato definitivamente il contante o gli assegno con un boom di pagamenti del +88%. Cinquemila negozi piccoli o grandissimi sono spariti da aprile.
Boeing prevede un ammanco di 200 miliardi di dollari di fatturato nell’arco dei prossimi dieci anni, per i tagli di acquisti da parte delle compagnie aeree.
La prossima settimana Apple presenta il suo iPhone progettato per il 5G. L’evento è annunciato martedì 13 ottobre alle dieci del mattino di Cupertino, California, l’una del pomeriggio sulla East Coast e le 19 in Italia.
Sono dure le conclusioni dell’indagine parlamentare su Big Tech. La Commissione antitrust della Camera di Washington ha rilasciato il suo rapporto finale sul potere di mercato di Amazon, Alphabet-Google, Apple e Facebook. Il rapporto di maggioranza firmato dai democratici denuncia i danni di un oligopolio e sostiene che bisogna smembrare i colossi separando le loro piattaforme da altre linee di business. La minoranza repubblicana nelle sue conclusioni separate insiste su un approccio duro dell’antitrust senza condividere la ricetta democratica; di suo aggiunge un attacco alla faziosità politica dei giganti digitali che accusa di essere ostili ai conservatori. Nessuno si aspetta conseguenze immediate sul piano legislativo, tutto dipenderà dai prossimi equilibri politici nel Congresso che uscirà dalle elezioni: il 3 novembre infatti non votiamo solo per il presidente, rinnoviamo l’intera Camera e un terzo del Senato.
Escono nuovi dettagli sul giro di vite dell’Amministrazione Trump contro i visti H1-B, visti di lavoro a durata determinata (generalmente 4 anni rinnovabili), molto usati dalle aziende che assumono personale qualificato: per esempio gli informatici della Silicon Valley. Ci sono attualmente 583.000 titolari di questi visti, il 70% viene dall’India, il 15% dalla Cina. Il governo federale motiva le restrizioni con l’obiettivo di cessare l’importazione di manodopera qualificata a danno degli americani. “Milioni di americani sono senza lavoro, bisogna proteggerli dal rischio che le aziende preferiscano importare manodopera straniera pagandola meno”, spiega il sottosegretario al Lavoro Patrick Pizzella.
ASIA
Che Trump abbia torto o ragione a chiamarlo “China virus”, la Cina sta pagando un prezzo a livello mondiale per il suo comportamento all’origine della pandemia. Continua a degradarsi l’immagine della Repubblica Popolare cinese nel resto del mondo. Lo rivela un’indagine demoscopica del Pew Research Center condotta in 14 paesi industrializzati. Il 73% degli intervistati ha una visione negativa della Cina. Solo un’altra nazione ha un’immagine altrettanto negativa: gli Stati Uniti.
Si rafforza la campagna del governo cinese per educare la popolazione a sprecare meno cibo. Dietro c’è un problema acuto, la scarsità di diversi generi alimentari provocata dalla febbre suina e dalle inondazioni che hanno danneggiato raccolti, a cui segue una forte inflazione nei prezzi alimentari.
CONCLUSIONE
Il mondo de-globalizzato del futuro sarà così fatto: le grandi aziende, o comunque tutte quelle che hanno una proiezione globale, dovranno ripensare le proprie catene produttive e logistiche sdoppiandole. Una per la Cina, una per il resto del mondo. Più semplice a dirsi che a farsi, ma probabilmente non c’è alternativa. Siamo alla vigilia di un cambiamento di paradigma di grande portata, equivalente a quello che accadde negli anni Novanta quando tutte le aziende dell’Estremo Oriente (giapponesi taiwanesi coreane) cominciarono a spostare produzioni in Cina. Distillo questo scenario dall’ultima puntata dell’inchiesta del Financial Times sulla nuova guerra fredda… che era anche il titolo del mio libro uscito esattamente un anno fa.