Outlook
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Outlook | Cina, l'eternità apparente di Xi

Oggi mi occupo solo della Cina, su cui il nostro livello di informazione è sempre più palesemente inadeguato. Si è appena concluso il plenum del comitato centrale del Partito comunista cinese, con indicazioni importanti anche per l’economia. Anzitutto, la Cina proietta un’immagine di stabilità politica nel lunghissimo termine, che noi chiamiamo autoritarismo ma che può consentire di fare programmi e poi realizzarli. Lo spettacolo della campagna elettorale americana, o dell’Europa che torna ai lockdown, è in contrasto con le immagini da Pechino. A cominciare dal dettaglio che al vertice comunista nessuno indossava la maschera. Mentre negli Stati Uniti Trump e i suoi seguaci ostentano di non usarla per segnalare che il coronavirus non deve essere la loro priorità, i leader cinesi sono a volto scoperto per ricordare a tutti che il virus è stato sconfitto. Il comitato centrale infatti ha celebrato la vittoria contro la pandemia come “un successo strategico di primaria importanza”.
 
Xi Jinping ha usato il plenum per consolidare la sua immagine di leader unico e incontrastato. La questione della successione era già stata accantonata quando fu tolto il limite del secondo mandato nella Costituzione. Lui sta rafforzando l’attesa che dal 2022 avrà inizio un terzo mandato. Massima stabilità, massima prevedibilità, questa è la facciata che viene presentata all’interno e all’estero. Al termine di un terzo mandato Xi sarebbe il più longevo dei leader cinesi dopo Mao Zedong. Intanto questo soffoca ogni speculazione-illazione sui futuri assetti del vertice, l'eternità apparente di Xi è un tappo sopra ogni fremito di dissenso interno.
 
L’esibito trionfo del modello cinese, in un mondo stremato dalla pandemia, non deve nascondere gli enormi problemi che questa leadership deve affrontare. La crescita è rallentata anche in Cina, benché meno che altrove. Le tensioni sociali interne possono esplodere in qualsiasi momento, visto il peso della crisi sui più poveri, in particolare i migranti dalle campagne. I rapporti con gli Stati Uniti sono ai minimi dai tempi di Nixon-Mao 1972 e questo rende più problematico un modello di sviluppo trainato dalle esportazioni. L’immagine della Cina ha subito dei danni notevoli – per le responsabilità iniziali sulla pandemia, Hong Kong, lo Xinjiang – e nel nuovo clima da guerra fredda anche i vicini asiatici e l’Australia sono in allerta. La questione dell’immagine esterna però non va letta con occhiali occidentali. Vista da Pechino questa crisi d’immagine è davvero poca cosa rispetto a quella che colpì la Cina dopo il massacro di Piazza Tienanmen nel 1989: eppure quella tragedia segnò l’inizio di un boom trentennale.   Sul fronte economico, questa Cina sa di dover affrontare dei potenti venti contrari. Le sanzioni americane stanno privando i suoi campioni nazionali come Huawei sia di sbocchi sui mercati esteri, sia di accesso a tecnologie importanti (semiconduttori). Xi Jinping accentua l’importanza dell’autosufficienza, vuole un ulteriore salto di qualità nelle tecnologie avanzate. Non si fa illusioni su un ritorno dell’America a posizioni più amichevoli, neanche nell’ipotesi di una vittoria di Biden. Di fatto il presidente cinese dis-investe dalla relazione con gli Stati Uniti, prescinde da quel che Washington farà o non farà. Si prepara a una lunga marcia verso la supremazia della Cina, da amministrare con prudenza. Non è detto che sarà in grado di raggiungere l’obiettivo, ma è chiaro che punta a quello: un mondo dove l’America non sarà più in grado di dettare condizioni in nessun campo. C’è anche una dimensione militare, pochi giorni fa Xi ha celebrato il 70esimo anniversario dell’entrata in guerra delle forze cinesi in Corea contro gli Stati Uniti. I toni nazionalisti erano forti. Il messaggio è che questa Cina non esiterà a combattere quando sarà inevitabile.
 
Due contraddizioni apparenti in questo quadro di riposizionamento strategico. Anzitutto, proprio mentre vuole rendersi meno dipendente dai mercati esteri, la Cina sta in realtà aumentando la sua quota di esportazioni nel mondo. In parte questo è legato al fatto che è uscita per prima dai lockdown, ma comunque non sarà facile svezzarsi da un modello di crescita trainato dall’export. Secondo, è in piena fioritura l’idillio con Wall Street, ultima prova l’elenco delle istituzioni finanziarie americane che investono nel collocamento in borsa di Ant, filiale di Alibaba. Qui Xi Jinping fa due calcoli, anzitutto attinge ai capitali americani finché può; e poi cerca di tener buona la lobby di Wall Street a fini di pressioni interne verso la prossima Amministrazione americana. A Washington infatti è già cominciato il braccio di ferro sulla squadra che dovrà gestire i rapporti con la Cina in caso di vittoria di Biden. Per ora sembra prevalere l’ala sinistra, che vuole lo scontro ancor più di Trump. Ricordo che dentro il partito democratico il rigetto verso i grandi accordi globali di libero scambio si era già consumato alla fine del secondo mandato di Barack Obama, tant’è che Hillary Clinton dovette rinnegare il proprio appoggio al trattato dell’area Pacifico, il Tpp.

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  • Copiato negli appunti https://puntoitalia.online/rubriche/outlook/2020/10/30/audio/outlook__cina_leternita_apparente_di_xi-423006366/

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