Outlook | La Florida prima spina per Biden
di Federico RampiniSTATI UNITI
Dalla Florida arriva un assaggio dei problemi che Joe Biden dovrà affrontare nella lotta alla pandemia, prima ancora che diventi praticabile la vaccinazione di massa. Il governatore della Florida Ron DeSantis, italo-americano e repubblicano, si rifiuta di varare nuove restrizioni, non parliamo poi di lockdown. Bar e ristoranti, teatri e cinema, parchi di divertimenti restano autorizzati a operare "con capacità piena" in base alla normativa locale (salvo istruzioni diverse a livello di contea: ma anche qui DeSantis si fa sentire vietando alle autorità municipali di imporre l'obbligo di maschera). Questo ci ricorda che le regole qui sono di competenza dei singoli Stati, gelosi delle loro prerogative costituzionali nel federalismo americano, e la Casa Bianca può provare al massimo ad esercitare un "soft power" di persuasione e d'indirizzo. DeSantis è un fautore dell'immunità di gregge. Un nuovo esame disaggregato sul risultato elettorale, indica che hanno votato per Biden i residenti nelle zone a più alta disoccupazione, ha prevalso Trump dove la situazione del mercato del lavoro è migliore. Di questo dato i repubblicani danno una lettura precisa: dove governano loro - dicono - l'economia va meglio. Stati come la Florida e il Texas che sono due paradisi fiscali interni (non hanno l'addizionale Irpef che grava sui contribuenti californiani e newyorchesi) hanno beneficiato di una immigrazione dalle zone "blu" governate dai democratici, che però non si è tradotta in un rovesciamento degli equilibri politici. Il capitalismo funziona, se lo lasciamo funzionare, dice la destra. Chi la vota generalmente è d'accordo.
Ora che Biden ha completato le nomine dei consiglieri più influenti - il superstaff della futura Casa Bianca - è chiaro quale sarà una delle guerre che dovrà combattere da subito: quella contro l'ala radicale del suo partito. Altro che luna di miele, la sinistra apre subito le ostilità accusando Biden di circondarsi di moderati e di lobbisti. Un assaggio della presidenza che verrà.
Tra le disfatte di Trump ora c'è anche questa: il Senato, pur a maggioranza repubblicana, boccia la sua ultima nomina per la Federal Reserve. Si tratta di una donna, l'economista Judy Shelton, contestata sia dai democratici che da alcuni repubblicani per le sue idee eterodosse. In passato la Sheldon invocò il ritorno al sistema monetario basato sullo standard aureo, sistema per cui il dollaro era agganciato a una parità con l'oro e chiunque poteva chiedere la conversione di dollari in oro. Quel sistema fu abbandonato nel 1971 da Richard Nixon. Più di recente la Sheldon si era allineata con Trump appoggiando i suoi attacchi alla linea della Fed sotto Jerome Powell. In sostanza anche lei accusava la Fed di non esercitare una politica monetaria abbastanza aggressiva. Trump ha sempre voluto una svalutazione competitiva del dollaro verso l'euro e il renminbi. La bocciatura della Sheldon dovrebbe rassicurare gli europei. Visto che le nomine future le farà Biden, la politica americana non dovrebbe sfociare in una guerra tra le monete.
Seguito della notizia di ieri su Amazon che invade il mestiere delle farmacie: il colosso del commercio online promette sconti del 40% sulle medicine di marca e dell'80% sui farmaci generici. Non c'è settore al riparo dall'invasione di Amazon.
Rinasce il business della carta riciclata, stavolta è tutto made in Usa. Un tempo il riciclaggio della carta era diventato un semi-monopolio della Cina e alimentava un traffico di navi cargo tra le due sponde del Pacifico: i rifiuti americani venivano trattati da aziende cinesi. Poi la svolta ambientalista di Xi Jinping mise fuorilegge buona parte di quel business. Adesso si è ri-localizzato negli Stati Uniti e va forte grazie al commercio online. Ordinando prodotti da consegnare a casa, stiamo tutti contribuendo a un forte aumento nell'uso delle scatole di cartone e altri imballaggi. Il riciclaggio di carta usata è tornato ad essere appetibile dentro un circuito tutto nazionale.
CINA
Un allarme sanitario importato dall'estero preoccupa la Cina: sarà tutto vero, o è gonfiato a fini di propaganda nazionalista, per rovesciare le colpe cinesi sull'origine della pandemia? Sta di fatto che le autorità sanitarie cinesi in diverse città stanno bloccando le importazioni di prodotti alimentari dall'estero, perché sostengono di avervi trovato tracce di coronavirus. Sotto accusa ci sono partite di carne di maiale provenienti dalla Germania, carne di manzo argentina, pesci provenienti dall'India e dall'Indonesia. Tra le città che stanno sequestrano i prodotti e compiendo analisi sanitarie ci sono Shanghai, Xiamen, Tianjin. I prodotti sotto accusa sono spesso surgelati. La Germania contesta le accuse e sospetta che ci sia dietro un disegno protezionista. La Cina però ha bisogno di rifornimenti dall'estero, soffre di penurie in alcune produzioni alimentari come la carne di maiale, a causa di epidemie suine che hanno decimato gli allevamenti.
Allarme-debito sulle imprese pubbliche cinesi. Almeno 20 aziende di Stato hanno dovuto sospendere i collocamenti di obbligazioni sul mercato, per un valore complessivo pari a 2,4 miliardi di dollari. Il blocco delle vendite di bond si è reso necessario dopo il default di tre imprese statali: una produce semiconduttori (Tsinghua Unigroup), una è nel settore automobilistico ed è partner in una joint venture con Bmw (Huachen Automotive Group), la terza opera nel settore energetico (Yongcheng Coal & Electricity).
Di fronte a queste notizie di insolvenze, torna d'attualità la decisione dell'autorità di Borsa americana, la Sec, di imporre alle aziende cinesi quotate negli Stati Uniti degli audit compiuti da società di certificazione dei bilanci americane. Le revisioni dei conti compiute in Cina non sono ritenute affidabili.
La Borsa di Shanghai lancia le contrattazioni sui futures del rame, per sfidare il ruolo di Londra e dare più controllo ai cinesi sui prezzi di una materia prima fondamentale per la loro industria.