Outlook | La debolezza del dollaro preoccupa l'Europa
di Federico RampiniPer ricordarci che il mondo non è l’Italia, né i suoi confini si fermano all’Europa o agli Stati Uniti, è utile dare un’occhiata a quel che sta succedendo sul mercato mondiale dei metalli. Il rame è rincarato fino ai massimi da otto anni, il minerale di ferro è una delle materie prime che hanno avuto i rialzi più forti dell’anno, l’alluminio e lo zinco sono saliti del 15% dalla fine di settembre e del 40% da maggio. Tutti questi prezzi sono la conferma che è in atto un boom economico mondiale, anche se l’Occidente per adesso ne è largamente assente. Al centro di quel boom c’è la Cina, che da sola consuma circa la metà del rame e degli altri metalli industriali. Le esportazioni cinesi sono cresciute del 21% a novembre, rispetto allo stesso mese dell’anno scorso. È la crescita più forte dal febbraio 2018. È il sesto mese consecutivo di aumento dell’export cinese verso il resto del mondo, e porta l’attivo commerciale a 75 miliardi di dollari. Mentre noi occidentali stiamo rintanati in casa per i lockdown, le fabbriche cinesi stanno lavorando a pieno regime per rifornirci.
L’euforia da boom gli investitori l’hanno anticipata già da molti mesi, visto che Wall Street è vicina ai massimi storici assoluti, insieme con molte borse asiatiche. Di recente i rialzi azionari si sono estesi ad altri mercati emergenti. Nel mese di novembre c’è stato il più grosso afflusso di capitali mai registrato verso le Borse dei Paesi emergenti: 40 miliardi di dollari si sono riversati sugli acquisti di azioni, 37 miliardi sugli acquisti di obbligazioni emesse in quella schiera molto ampia di nazioni che viene racchiusa nella sigla EM (emerging markets). Gli investitori sono ottimisti sui Paesi emergenti sia per l’effetto traino della locomotiva cinese, sia perché il dollaro continua a indebolirsi e la sua discesa arricchisce quella parte del mondo che è prevalentemente indebitata in dollari.
Michael Mackenzie sul Financial Times attira l’attenzione su questo: le valutazioni delle Borse incorporano una previsione di crescita del 20% dei profitti aziendali a livello globale l’anno prossimo. Può essere razionale, all’uscita da una recessione il rimbalzo dei profitti generalmente è vigoroso; dovrebbe premiare tanto più quei Paesi che erano caduti più brutalmente durante la crisi. L’effetto-vaccini potrebbe creare soprattutto nel secondo semestre del 2021 un panorama molto favorevole. Questo ottimismo rischia di cozzare con due contro-tendenze. Più si conferma una ripresa robusta, meno si giustificheranno i tassi d’interesse bassissimi. In un mondo che cresce alcuni ingredienti delle politiche economiche finiranno per venire meno: il costo del denaro riprenderà a crescere, il dollaro pure.
La debolezza del dollaro è preoccupante per gli europei. A differenza dei paesi emergenti, l’Europa s’indebita relativamente meno in dollari, avendo l’euro come alternativa. Quindi non beneficia quanto i Paesi emergenti di una riduzione del debito. In compenso la rivalutazione dell’euro sul dollaro, che è dell’8% dall’inizio dell’anno, è un ulteriore colpo all’industria esportatrice del Vecchio Continente. Non è detto che si fermi qui. Molte banche vedono una parità euro-dollaro a quota 1,25 entro pochi mesi. Un euro così forte contribuisce anche a mantenere l’Europa sotto la cappa della deflazione, un male pernicioso che deprime la domanda. Questo giovedì a Francoforte si riunisce il board della Bce per l’ultima volta nel corso del 2020. È probabile che esprima nuovamente la sua preoccupazione per la forza dell’euro. Ma la Bce può fare poco, forse nulla. È il dollaro la causa di tutto, poiché perde quota su un vasto paniere di monete. E paradossalmente a indebolire il dollaro è proprio l’ottimismo sulla ripresa mondiale, in quanto riduce la paura e quindi incentiva a disinvestire dalla moneta-rifugio dove i capitali avevano cercato sicurezza nei mesi scorsi.
Alla ricerca di buone notizie per l’Occidente, la presidenza Biden sta già portando dei frutti positivi per quanto riguarda le relazioni transatlantiche. Un presidente ambientalista alla Casa Bianca, incoraggia il pentimento dei petrolieri americani e accelera una convergenza tra le due sponde dell’Atlantico nella riduzione delle emissioni carboniche. ConocoPhillips e Occidental Petroleum hanno annunciato di voler raggiungere emissioni nette pari a zero entro la metà del secolo, allineandosi finalmente agli impegni presi dai maggiori gruppi energetici europei (Bp, Eni, Shell, Total e altri). Pioneer Natural Resources ha annunciato che taglierà di un quarto le sue emissioni entro il 2030. In quanto a ritirata dalle energie fossili, il ruolo di avanguardia dell’Europa viene confermato dalla decisione della Danimarca: il principale produttore di petrolio dell’Unione europea ha deciso di cessare ogni estrazione dai suoi giacimenti offshore entro il 2050. È un sacrificio significativo ma non enorme, la perdita viene stimata attorno ai 2 miliardi di dollari annui per un paese il cui Pil annuo raggiunge i 350.
Joe Biden dall’Inauguration Day del 20 gennaio avrà altre priorità, il covid e la disoccupazione. Prima o poi però vorrà ricostruire un rapporto positivo con gli europei. Uno dei terreni dove il progresso è a portata di mano è la telefonia 5G. L’Amministrazione Trump è riuscita a dissuadere gran parte dei governi europei dall’acquistare la tecnologia cinese di Huawei. Il passo successivo dovrebbe essere la definizione di regole standard sul 5G comuni a tutto l’Occidente. È la logica prosecuzione, tanto più che due campioni europei del 5G (Ericsson e Nokia) sono considerati a Washington come l’alternativa più rapidamente disponibile per bloccare l’avanzata cinese. Altri dossier digitali saranno più difficili da affrontare: sulle tasse e sulla protezione dei dati, c’è un’incompatibilità di fondo, perché l’Europa è prevalentemente un mercato di consumo mentre l’America ha i campioni del settore che controllano i dati e generano i profitti.
Non è uno degli ultimi colpi di coda di Donald Trump, è il Congresso di Washington con un voto bipartisan ad infliggere alla Cina quella che potenzialmente potrebbe rivelarsi una delle prossime sanzioni. La commissione parlamentare che è incaricata di vigilare sulla sicurezza nei rapporti Usa-Cina, ha raccomandato di estendere i poteri della Federal Trade Commission (una delle authority antitrust), perché possa bloccare acquisizioni da parte di gruppi cinesi che godono di sussidi di Stato. Su un altro fronte, il Congresso legifera sull’esclusione dalle Borse americane di quelle società cinesi che non si sottopongono alla certificazione dei loro bilanci presso società di audit occidentali. Nell’uno e nell’altro caso, abbiamo la conferma che la guerra economica con la Cina non cesserà sotto Biden, visto il consenso bipartisan dietro queste misure. Affiora anche il tentativo di invadere con queste sanzioni l’ultimo terreno sul quale le relazioni Usa-Cina sono rimaste eccellenti, quello della finanza.