Outlook
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Outlook | L'America “con laurea” guarda dall'alto i “bifolchi”

Non bastano le tragiche notizie di una settimana simil-golpista, una macchia unica nella storia americana per il ruolo di un presidente in carica nell'aizzare la violenza contro le istituzioni democratiche. Oggi anche l'economia manda un segnale negativo. Il mese di dicembre si è chiuso con un'emorragia netta di 148.000 posti di lavoro, interrompendo così una serie consecutiva di sette mesi in cui la ripresa aveva cominciato a riassorbire gradualmente la disoccupazione. C'era da aspettarselo perché questa è la conseguenza della seconda ondata di contagi che hanno costretto diversi Stati Usa ad inasprire nuovamente i lockdown. Non a caso i settori che hanno ricominciato a licenziare sono turismo, tempo libero, viaggi, ristorazione. Ho appena finito di ascoltare un alto dirigente della Federal Reserve che ha un messaggio cautamente ottimista. Secondo la banca centrale il 2020 si è chiuso con un calo annuo del 2% del Pil, brutto ma meno catastrofico di quanto si poteva temere. La previsione è che nel secondo semestre di quest'anno il Pil americano possa ritornare ai livelli dove si trovava nel febbraio 2020 prima che cominciasse tutto il pandemonio. Solo alla fine del 2023 secondo la Fed il mercato del lavoro potrebbe tornare a una quasi-normalità, cioè un tasso di disoccupazione del 4%. Bisogna ricordare che non basta tornare ai livelli pre-crisi, bisogna anche recuperare quella crescita che ci sarebbe stata senza Covid-lockdown. I danni dell'ultima crisi, quella del 2008-2009, in alcune parti del mondo non erano stati completamente superati dieci anni dopo.  

La lunghezza della transizione presidenziale americana è un'anomalia. Un passaggio dei poteri così dilazionato crea dei vuoti decisionali pericolosi. Con Trump si è scoperto che può essere perfino un rischio per la democrazia. Oggi la presidente della Camera Nancy Pelosi, democratica, ha contattato i vertici del Pentagono chiedendo rassicurazioni sul fatto che Trump non possa scatenare una guerra nucleare. Per metà è un gesto a effetto, con cui la Pelosi vuole sottolineare la gravità di quel che il presidente ha fatto; per metà è sintomo di una preoccupazione reale riguardo ai pericoli che l'America può correre ancora nei 12 giorni che mancano all'Inauguration Day. Trump nelle ultime ore ha mandato due messaggi contraddittori, da una parte il breve video in cui ha condannato le violenze del 6 gennaio e ha promesso una "transizione ordinata, morbida". D'altro lato ha annunciato che lui non sarà presente al giuramento di Biden, così confermando che non riconosce la legittimità del suo successore. Fra tutti coloro che corrono dei rischi concreti per la sicurezza personale, io metterei in testa il vicepresidente Mike Pence. Se Biden è considerato un usurpatore da un'ampia fascia della base repubblicana, Pence è peggio: un traditore. Lo conferma anche la sua decisione di presenziare la cerimonia d'insediamento di Biden. Tutti i preparativi logistici e polizieschi del 20 gennaio a Washington, Inauguration Day, vengono rivisti all'insegna di una implicita legge marziale calata sulla capitale federale (purtroppo con 24 ore di ritardo).

Nel medio-lungo termine, cosa cambia per la strategia di governo? Nell'aritmetica politica Biden esce rafforzato. L'assalto al Congresso ha coinciso con la conquista di ambedue i seggi senatoriali della Georgia. Di colpo Biden ha una maggioranza omogenea nei due rami del Parlamento, la sua agibilità di governo è superiore alle attese. Inoltre può contare su un manipolo di repubblicani pentiti, sotto shock per l'orrore del 6 gennaio, più aperti a intese bipartisan. Biden ne ha approfittato per annunciare una raffica di nomine. Quello che conta di più è il ministro della Giustizia: Merrick Garland, magistrato federale che Obama tentò di nominare alla Corte suprema nel 2016, ma che venne bocciato dalla maggioranza repubblicana del Senato. Il ruolo di segretario della Giustizia sarà ancor più delicato nel dopo-Trump, visto che dovrà guidare il cumulo di pendenze giudiziarie a carico dell'ex presidente, dei suoi familiari, dei suoi collaboratori. La scelta di Garland è un messaggio. Si tratta di un moderato: altissima competenza, imparzialità, poca voglia di prestarsi a campagne politiche. Biden mette le mani avanti nei confronti dell'ala giustizialista del suo partito. Se vuole il dialogo tra le due Americhe non può cominciare da una stagione di processi contro il regime Trump, caccia ai colpevoli, purghe di ex collaboratori del 45esimo presidente. La destra indosserebbe i panni della vittima, pronta a riscuotere solidarietà tra meno di due anni: nel novembre 2022 si vota per le legislative di mid-term.

La sfida più impegnativa è la base sociale del trumpismo, la larvata guerra civile americana. Biden rischia di essere altrettanto "illegittimo" per quasi mezza America, di quanto lo è stato Trump nei suoi quattro anni. Cosa cercherà di fare per evitare di essere lo specchio rovesciato del suo predecessore, cioè il presidente di mezza nazione, l'usurpatore per gli altri? E' curabile questa divisione? Con quali mezzi? Biden cercherà di rispondere al disagio economico della classe operaia, aggravato dai lockdown e dalla recessione. Ha già rubato a Trump il tema del protezionismo, con il suo slogan Buy American. La prima manovra che presenterà al Congresso sarà di stimolo alla ripresa, aiuto ai disoccupati, sostegno alle famiglie e alle piccole imprese. Gli analisti di Goldman Sachs prevedono che dopo la "manovra di Natale" da 900 miliardi di dollari, che Biden definì "un acconto", il Congresso potrebbe approvarne in tempi rapidi un'altra da 600 miliardi. Ci fu un accordo bipartisan su quella di Natale, dovrebbe esserci un po' di consenso repubblicano alla seconda manovra anche dopo il 20 gennaio. Perfino più importante per l'impatto economico, è la promessa di Biden di "vaccinare 100 milioni di americani nei primi 100 giorni di governo". Molto ambizioso, come traguardo, visto il ritmo attuale delle vaccinazioni: qui procedono più velocemente che in Europa ma non certo a ritmi israeliani. Ad oggi abbiamo raggiunto 6,25 milioni di inoculazioni, il che significa che abbiamo vaccinato solo il 2% degli americani. Inoltre sono state inoculate solo un terzo delle dosi già disponibili da dicembre. Per raggiungere 100 milioni, pari al 30% della popolazione americana vaccinata, che è l'obiettivo fissato da Biden, la nuova Amministrazione dovrà riuscire a fare un salto di efficienza e velocità formidabile. Che non dipende solo da lei vista la quantità di soggetti coinvolti: ospedali pubblici e privati, catene di farmacie, assicurazioni, enti locali (governatori e sindaci di Stati e aree metropolitane).

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  • Copiato negli appunti https://puntoitalia.online/rubriche/outlook/2021/01/08/audio/outlook__lamerica_con_laurea_guarda_dallalto_i_bifolchi-423007616/

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