Outlook | Agenda Biden, un tema al giorno
di Federico RampiniIl Day After dell’insediamento di Joe Biden arriva con 900.000 nuove richieste d’indennità per disoccupazione, la conferma che sul mercato del lavoro americano la ripresa ha subito una pesante battuta d’arresto, legata sempre alla stessa causa: pandemia e lockdown. Il Day After arriva anche con un’avvertenza: siamo nelle prime ore di quella che un tempo si chiamava luna di miele. Mi riferisco ai bei tempi andati (forse un po’ troppo idealizzati a posteriori) in cui un nuovo presidente godeva di un’apertura di credito iniziale, una fiducia iniziale da parte di una maggioranza di cittadini, anche elettori del candidato avverso. Quelle lune di miele non esistono più.
Esattamente come quattro anni fa mezza America democratica e di sinistra cominciò a sparare su Trump da subito, oggi basta sintonizzarsi su Fox News per osservare che la destra ha già aperto le ostilità verso Biden. Purtroppo questo clima di “guerra incivile” – tema centrale nel pacato discorso di Biden all’Inauguration Day – contagia in modo simmetrico e speculare i media che simpatizzano per il 46esimo presidente degli Stati Uniti. Invece della luna di miele abbiamo la luna di propaganda. La Cnn si distingue, “pompando” a dismisura annunci che vengono dalla Casa Bianca. Jan Psaki, nuova portavoce del presidente, è una professionista di classe e fa il suo mestiere in modo impeccabile, purtroppo non si può dire altrettanto dei colleghi giornalisti che dovrebbero esercitare un po’ di spirito critico.
Nella raffica di annunci, ecco qualche perla. Viene presentata come una grande svolta nella lotta alla pandemia il ritorno degli Stati Uniti nell’Organizzazione mondiale della sanità. In realtà è un gesto simbolico, doveroso e scontato, un omaggio al multilateralismo, per segnalare il diverso spirito di cooperazione internazionale di Biden. Conseguenze pratiche: zero. L’Oms ha brillato per un’inefficienza spettacolare, oltre che per la grave collusione iniziale con la Cina. Se servisse a qualcosa, i paesi che ne sono membri come l’Italia, il Belgio, il Regno Unito non avrebbero una mortalità da covid ancora superiore agli Stati Uniti. Idem per l’accusa della nuova Amministrazione rivolta a quella uscente, di non avere mai avuto un piano per le vaccinazioni. In passato Biden diede atto all’Operazione Warp Speed di Trump di aver contribuito alla rapida messa a punto dei vaccini. La loro inoculazione di massa è partita male, con troppi ritardi e intoppi, anche se funziona comunque meglio che in Europa. I ritardi sono da ricondurre a molte responsabilità, comprese quelle di Stati come California e New York governati dai democratici. Tutti hanno contribuito all’impreparazione e tutti devono fare un salto di efficienza per raggiungere l’obiettivo di 100 milioni di vaccinati in 100 giorni. Quel traguardo fissato da Biden è molto ambizioso e sarà il primo esame del nuovo presidente. In altri termini, siamo in quella fase dove un governo attribuisce tutto ciò che va storto all’eredità del governo precedente. È normale, è una vecchia regola della politica sotto tutte le latitudini, ma a noi conviene tenere gli occhi aperti per distinguere propaganda da realtà.
Ogni giorno un tema, un messaggio centrale, un annuncio: è la strategia della comunicazione della Casa Bianca nell’era di Joe Biden. Si comincia oggi, l’attenzione è tutta focalizzata sui provvedimenti per affrontare la pandemia. Domani è la giornata dedicata al “salvataggio dell’economia”. Lunedì 25 al piano Buy American, comprate americano, per difendere l’industria e i posti di lavoro nazionali, cioè la versione di sinistra del protezionismo di Trump. Il 26 domina il tema dell’equità, tutto ciò che la nuova Amministrazione ha in cantiere per intervenire sulle diseguaglianze. Il 27 sarà il giorno della lotta al cambiamento climatico. Il 28 si torna a parlare di sanità ma in modo più strutturale: come intervenire con riforme di lungo termine per completare quella che venne chiamata Obamacare. Il 29 è il turno dell’immigrazione. E ai primi di febbraio: “Ricostruire il ruolo dell’America nel mondo”.
Il calendario tematico è interessante, rivela un metodo di lavoro, conferma delle priorità. In parte l’ordine temporale è imposto dalla dura necessità: non c’è dubbio che Biden debba occuparsi come prima cosa della pandemia. Del resto lo stesso ordine di priorità si è già visto nella scelta dei decreti presidenziali firmati all’atto stesso dell’insediamento: il primo fra tutti gli ordini esecutivi era proprio quello che impone di portare la maschera nelle aree sotto giurisdizione federale, come palazzi governativi o mezzi di trasporto che collegano i diversi Stati Usa.
Qui siamo nel regno del simbolismo: poiché Trump manifestava insofferenza verso le maschere, il nuovo governo vuole subito sottolineare il proprio “rispetto per la scienza”, anche se per la verità l’obbligo delle maschere viene già imposto nei fatti dalle compagnie aeree e dagli uffici pubblici. La vera urgenza è fornire nuovi piani logistici, coinvolgendo tutti gli attori: i 50 Stati, il sistema ospedaliero, le catene di farmacie. Alcune di queste giornate tematiche sono dedicate a emergenze come l’economia (venerdì 22) su cui Biden può fare poco da solo, deve passare dal Congresso: è il caso per il suo piano di aiuti da 1.900 miliardi di dollari. La comunicazione serve a focalizzare tutto ciò che sta dentro quella manovra, e ad esercitare la massima pressione sui parlamentari per un iter veloce.
Anche sull’immigrazione, Biden deve per forza passare la palla al Congresso quando si tratta della grande riforma per regolarizzare in otto anni 11 milioni di clandestini. Da solo, lui può disfare solo ciò che Trump fece per decreto: bloccare la costruzione del Muro col Messico, o il Muslim Ban che vietava l’ingresso di cittadini da paesi a maggioranza islamica. I 17 decreti firmati ieri sera sono un omaggio alla base militante del partito democratico, agli ambientalisti, alle minoranze etniche. Era tutto previsto, dal rientro negli accordi di Parigi sulla lotta al cambiamento climatico alla cancellazione dell’oleodotto Keystone (che fa infuriare uno dei più fedeli alleati, il premier canadese Trudeau), dall’abrogazione di alcune direttive anti-immigrati alla proroga degli sfratti. Il messaggio è: stiamo ribaltando alla velocità della luce gli atti più odiosi di Trump. Le cose più sostanziali devono ancora venire, e quasi tutte dipendono dall’intesa con il Congresso. Al senato stanno procedendo le audizioni per confermare le prime nomine di Biden.
L’inizio è abbastanza promettente. Ieri sera il Senato ha confermato a stragrande maggioranza la prima nomina di Biden, la donna che guiderà l’intelligence, Avril Haines: 84 voti a favore, 10 contro, un margine molto ampio che è di buon augurio. Pare che una sorte analoga stia per toccare al segretario di Stato Anthony Blinken e alla segretaria al Tesoro Janet Yellen. Un segno che i repubblicani del Senato non vogliono fare un ostruzionismo che ritardi l’insediamento operativo del nuovo gabinetto. Non tutte le nomine avranno una ratifica così facile, però. Uno dei primi a incappare nelle resistenze dei repubblicani è il candidato di Biden al vertice della Homeland Security, il superministero che gestisce polizie, ordine pubblico, ati-terrorismo, e controlli alle frontiere sull’immigrazione. Su questo fronte, Biden ha già fatto capire che non vuole andare molto oltre i gesti simbolici come lo stop alla costruzione del Muro col Messico. Di “aprire le frontiere” non se ne parla. Biden ha bloccato perfino la limitata riapertura ai viaggiatori europei che Trump voleva introdurre nelle ultime ore del suo governo. Il Covid è la ragione ufficiale, ma il timore del contagio servirà anche per mantenere sigillato il confine col Messico. L’ultima cosa di cui Biden ha bisogno in questa fase è ritrovarsi in un’emergenza profughi, un afflusso massiccio di richiedenti asilo. Accadde a Obama quando Joe era il suo vice, e non andò bene (fu allora che vennero introdotte le “gabbie” nei centri di detenzione, poi attribuite a Trump). Sarebbe ancora più calamitoso se dovesse accadere in mezzo a pandemia e crisi economica.