Outlook | Buy American, il protezionismo secondo Biden
Buy American, la versione di sinistra del protezionismo di Donald Trump, da ieri ha cominciato a concretizzarsi in un ordine esecutivo firmato Joe Biden. È la lezione che il nuovo presidente ha tratto dalla popolarità del suo predecessore: se si vuole affrontare alla radice una delle cause profonde del trumpismo, bisogna anteporre gli interessi dei lavoratori americani a quelli delle multinazionali. Il decreto presidenziale Buy American, cioè "compra americano", per adesso si limita a rafforzare protezionismo ed autarchia nel mercato delle commesse pubbliche. Rende più stringente per tutti i rami dell'amministrazione federale l'obbligo di fornirsi presso aziende americane, e di verificare che i prodotti acquistati abbiano un contenuto quasi esclusivamente made in Usa. È quindi nella perfetta continuità con lo slogan America First di Trump. Il trend autarchico ha avuto un ulteriore rafforzamento dalla pandemia: quando gli americani hanno scoperto di dipendere dalla Cina per le forniture di maschere, tute protettive per il personale sanitario, medicinali salva-vita, la questione è diventata anche una priorità per la sicurezza nazionale e la salute pubblica. Il mercato delle commesse pubbliche secondo il Government Accountability Office ha avuto un valore complessivo di 586 miliardi di dollari nel 2019. Già allora i prodotti stranieri pesavano solo per il 5%. L'impatto del decreto Biden quindi è simbolico. Potrebbe diventare ben più sostanziale se si estendesse al grande piano di rinnovamento delle infrastrutture che Biden vuole sottoporre al Congresso, col nome Build Back Better Recovery Plan. Tra l'altro è proprio nelle infrastrutture, grandi opere e lavori pubblici, che la Cina ha fatto un salto di qualità impressionante: non solo è la nazione che da almeno un paio di decenni ha investito di più per costruire autostrade e treni ad alta velocità, nuovi porti ed aeroporti, ma grazie al volano formidabile della sua spesa pubblica ha allevato in casa e fatto crescere i nuovi colossi mondiali nel settore delle macchine movimento terra. Gruppi un tempo sconosciuti come Sany Heavy Industry e Zoomlion Heavy Industry sono i nuovi concorrenti globali della Caterpillar americana. Il mercato cinese delle scavatrici è più del doppio di quelli di Stati Uniti, Unione europea e Giappone sommati fra loro.
Sulle proiezioni del sorpasso Cina-Usa entro il 2028 si è discusso molto, interpretandolo come la vittoria finale del dragone asiatico, accelerata dall'effetto-pandemia. Qualche cautela impone di tener presenti due incognite che possono giocare a favore o contro Pechino. La prima è il tasso di cambio: le proiezioni sul sorpasso vengono addirittura anticipate al 2026 dalla banca giapponese Nomura, se la Cina mantiene la politica attuale del renminbi forte e lo rivaluta fino a quota 6 sul dollaro. In senso opposto, la Cina può incappare in un vento contrario demografico. La sua forza lavoro sta invecchiando molto più rapidamente di quella americana, perché gli Stati Uniti hanno una fertilità maggiore (non c'è mai stata la politica del figlio unico a far precipitare le nascite). Un invecchiamento rapido come quello cinese non ha eguali nella storia. È un segno meno per la crescita. Lo si può neutralizzare solo con un forte aumento della produttività, come insegna il modello giapponese. Però al momento non v'è traccia di questo aumento della produttività nelle statistiche di Pechino.
Sul futuro della guerra commerciale tra Washington e Pechino pesa un'incognita istituzionale. Biden ha promesso di tornare a un approccio più multilaterale rispetto a Trump. Multilateralismo eguale World Trade Organization, in campo commerciale. Ma il Wto, tribunale mondiale per le controversie sul commercio tra nazioni, negli ultimi anni ha visto crescere al proprio interno l'influenza della Cina, come tante altre organizzazioni sovranazionali.
Le nubi che si addensano lungo l'asse Washington-Pechino sono anche e soprattutto geopolitiche. Biden si è insediato solo una settimana fa, eppure non c'è stato un solo segnale di disgelo fra le due superpotenze, anzi. Ho ricordato nei giorni scorsi le incursioni di squadroni aerei militari cinesi sui cieli dello stretto di Taiwan. Quei sorvoli minacciosi sono avvenuti pochi giorni dopo l'insediamento di Biden, quasi a mandargli un avvertimento. Ora si scopre che ancora prima, esattamente quando Biden stava pronunciando il suo giuramento il 20 gennaio, Pechino si distingueva per un nuovo attacco delle sue forze armate ai soldati indiani lungo la frontiera contestata tra Tibet e Sikkim. Come Taiwan, anche l'India fa parte di quell'arco di democrazie che l'America considera come le sue alleate più preziose per contenere l'espansionismo cinese.
A sua volta l'Amministrazione Biden ha moltiplicato gli sgarbi diplomatici. Alla cerimonia dell'Inauguration Day è stato invitato il rappresentante diplomatico di Taiwan a Washington, cosa che non accadeva dal 1979, quando gli Stati Uniti riconobbero la Repubblica Popolare come "l'unica Cina" e i rapporti con Taiwan per quanto amichevoli entrarono in una zona di ufficiosa informalità. Inoltre i nuovi responsabili della sicurezza e della politica estera americana, Jake Sullivan e Antony Blinken, hanno ribadito che questa Amministrazione continuerà a fornire armi a Taiwan. Blinken ha perfino fatta propria la definizione di "genocidio" che il suo predecessore Mike Pompeo aveva applicato al trattamento che la Cina infligge alla minoranza etnico-religiosa degli uiguri, i musulmani dello Xinjiang.