Outlook
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Outlook / Il fantasma dell'inflazione

Un dato allarmante per le prospettive di lungo periodo della Cina viene dalle statistiche ufficiali di Pechino, che sembrano evidenziare un crollo della natalità senza precedenti, proprio quando la politica ufficiale del governo sta cercando disperatamente di invertire gli effetti della regola del figlio unico. Secondo l’Istat cinese le nascite sarebbero passate da 14.650.000 nel 2019, a 10.035.000 nel 2020. Il crollo delle nascite sarebbe stato del 31.5% in un anno?
 
Permane anche il tradizionale squilibrio maschi/femmine, con 5.29 milioni di bambini nati pari al 52,7%, contro 4,74 milioni di bambine pari al 47,3%. Si stenta a credere che in un anno la natalità possa precipitare quasi di un terzo. Sarebbe un fallimento clamoroso per la nuova strategia demografica che ha sterzato di 180 gradi e punta a rilanciare le nascite, dopo mezzo secolo di rigido controllo della natalità.
 
La Goldman Sachs aggiunge la sua voce al coro di previsioni su un “ciclo del Toro” nelle materie prime. In un rapporto, la banca di Wall Street prevede un rialzo sostenuto, strutturale, e di lungo periodo nelle commodities. È già da diversi mesi che i prezzi sono in salita, da quando la Cina ha cominciato ad accelerare la sua ripresa, e ha trainato con sé diversi paesi emergenti che sono forti consumatori di materie prime. La soia è rincarata del 50% negli ultimi 12 mesi, il rame del 40%. L’aumento dei prezzi riguarda un ventaglio molto ampio di prodotti, dalle derrate agricole come il caffè fino ai metalli: è l’intero paniere delle materie prime che sale all’unisono. La ripresa americana ora si aggiunge a quella asiatica nel fornire carburante a questo rincaro dei prodotti di base. Alcuni analisti evocano la possibilità di un “superciclo delle materie prime”, analogo a quello che iniziò più di 20 anni fa con la prima fase del decollo cinese. Perfino il petrolio, a 60 dollari al barile di Brent, ha ritrovato i prezzi pre-pandemia. Tutto questo sembra fornire argomenti al “partito dell’inflazione”, il coro ancora minoritario ma influente (vedi Larry Summers) di esperti che vedono il ritorno di inflazione legato alle maxi-manovre di spesa pubblica e alle politiche monetarie iper-lassiste. I mercati sembrano sensibili a questi allarmi, tant’è che i rendimenti di lungo termine sui bond Usa sono risaliti ai massimi da un anno, proprio per le attese di ritorno dell’inflazione. Fra i tanti segnali di surriscaldamento della ripresa, continua la congestione dei porti sulla West Coast: il boom di importazioni dall’Asia agli Stati Uniti è tale che grandi compagnie di navigazione stanno dirottando i cargo verso Oakland e Seattle, a causa dell’ingorgo su Los Angeles. Se l’effetto inflazionistico della manovra Biden, da 1.900 miliardi, è ancora tutto da dimostrare, anche la stessa manovra non è questione di ore.
 
La politica americana torna a occuparsi del passato, e la politica economica deve mettersi in stand-by. Da oggi Donald Trump torna a occupare il centro della scena politica americana, sia pure da grande assente. L’ex presidente ha già fatto sapere che non si lascerà interrogare dal Senato, in un procedimento di impeachment che lui giudica incostituzionale. Ma per una settimana sarà lui il protagonista, come negli ultimi quattro anni. Joe Biden, spettatore inquieto, si sta chiedendo se alla fine non sarà lui a pagare un prezzo politico di questo processo pubblico al suo predecessore. 
E’ oggi dunque che il Senato di Washington ha aperto formalmente l’impeachment. L’accusa in sostanza è istigazione all’insurrezione sediziosa (la definizione è “incitazione alla violenza contro le istituzioni degli Stati Uniti”), i fatti sono ancora freschi nella memoria del mondo intero: l’assalto violento alla sede del Congresso su Capitol Hill il 6 gennaio, ispirato dalle parole infuocate di un presidente che fino all’ultimo ha rifiutato di riconoscere la legittimità dell’elezione del suo rivale. Tra le prove dell’accusa c’è l’intero comizio tenuto da Trump ai suoi sostenitori radunati quel mattino davanti alla Casa Bianca, i filmati dell’aggressione alle forze dell’ordine e ai parlamentari, l’irruzione nella sede del Parlamento, il bilancio di cinque morti, la fuga precipitosa delle massime autorità dello Stato (il vicepresidente Mike Pence, la presidente della Camera Nancy Pelosi, il capogruppo repubblicano al Senato Mitch McConnell e tanti altri), il bivacco degli assalitori dentro il Congresso. Per la difesa, Trump dovrebbe essere protetto dal Primo Emendamento e comunque nessuna delle sue parole in quel comizio era un esplicito invito alla violenza. La difesa parla di “teatro politico” che vuole stabilire una presunta connessione tra le parole dell'allora presidente e le azioni “di un piccolo gruppo di criminali”. La stragrande maggioranza dei repubblicani, 45 senatori su 50, hanno già fatto sapere che appoggiano la tesi difensiva.
  La giornata di oggi prevede quattro ore di dibattito per decidere se questo impeachment è costituzionale. Su questo si vota a maggioranza semplice e quindi vinceranno i democratici e il procedimento andrà avanti. Domani, mercoledì, comincia il dibattimento vero e proprio, 16 ore per parte, distribuite su due giorni. I senatori avranno anche 4 ore a disposizione per interrogare l’accusa – cioè la commissione di deputati della Camera che riassume i termini dell’incriminazione, già votata da quel ramo del Congresso – e la difesa, cioè gli avvocati di Trump. Le votazioni finali avranno quindi inizio la prossima settimana. Non ci sono molti margini d’incertezza. Alla difesa di Trump basterebbe convincere 34 senatori repubblicani, per far mancare la maggioranza qualificata dei due terzi. L’impeachment quasi certamente non passerà. E forse neppure l’esclusione di Trump dai pubblici uffici in futuro, che richiede un voto separato. 
A chi giova? E’ la domanda che Biden è costretto a porsi, e a cui difficilmente può dare una risposta rassicurante. Da un lato molti democratici sono convinti di avere un obbligo costituzionale, politico e morale: non lasciare impunito un comportamento sovversivo, con cui Trump attentò alla pacifica transizione dei poteri, un precedente pericoloso se dovesse restare senza sanzioni. D’altro lato, questo finirà per essere il secondo tentativo di impeachment “a vuoto” dopo quello di un anno fa, un doppio flop che la destra userà per argomentare la tesi che si tratta di una persecuzione di parte. 
 
Altre considerazioni spiegano perché Biden è sempre stato cauto, non ha mai detto nulla contro l’impeachment ma non lo ha mai appoggiato con entusiasmo. Da un lato, per una settimana, l’agenda legislativa sarà risucchiata verso il passato a regolare i conti con Trump, mentre il tempo stringe e Biden ha bisogno che il Congresso approvi al più presto misure urgenti contro la pandemia e per la ripresa economica. Infine questo impeachment ha già avuto come effetto quello di ricompattare il partito repubblicano, proprio quando sembrava preda di una crisi esistenziale. Il cronometro che preoccupa Biden è spietato. Fra un anno e nove mesi si torna a votare per le legislative di mid-term. L’ambiziosa agenda di riforme del nuovo presidente ha un anno e nove mesi per sfruttare una esile maggioranza democratica. Poi, chissà.
 

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  • Copiato negli appunti https://puntoitalia.online/rubriche/outlook/2021/02/09/audio/outlook__il_fantasma_dellinflazione-423006624/

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