Outlook | Usa, il ritorno dell'inflazione è vicino
di Federico Rampini Il ritorno della cooperazione globale contro il Covid è un sogno già tramontato? Nello stesso giorno in cui Mario Draghi blocca i vaccini in partenza per l’Australia, ecco un’altra notizia di tenore analogo: l’Organizzazione mondiale della sanità blocca la pubblicazione del rapporto sull’ispezione a Wuhan. La ragione: troppe divergenze tra Stati Uniti e Cina su quello che doveva esserci dentro. La decisione di Biden di rientrare nell'Organizzazione mondiale della sanità trasforma anche questa in un terreno di battaglia fra le due superpotenze.
Un po’ d’inflazione è in arrivo ma sarà temporanea e non richiederà una politica monetaria più restrittiva. Con questo messaggio il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, ha cercato di rassicurare i mercati che da diverse settimane sono turbati dallo spettro dell’inflazione. “Prevediamo – ha detto Powell – che la riapertura dell’economia e la ripresa della crescita facciano risalire l’inflazione, ci sarà un po’ di pressione al rialzo sui prezzi”. Sono bastate queste parole perché i tassi di mercato sui Treasury (buoni del Tesoro Usa) tornassero a salire, com’era già accaduto nelle scorse settimane. Alcuni investitori scommettono che la Fed dovrà presto cominciare a ridimensionare la sua politica attuale di “quantitative easing”, in virtù della quale sta comprando ogni mese 120 miliardi di dollari fra buoni del Tesoro e obbligazioni legate ai mutui. Un’altra ipotesi circolata sui mercati è che la Fed per ridurre l’impatto espansivo della sua politica monetaria possa cambiare la composizione dei suoi acquisti, vendendo titoli di breve scadenza per comprare bond di lunga durata. Powell però ha voluto minimizzare il rischio inflazione, sottolineando che la Fed non si aspetta un rialzo durevole dei prezzi, nulla che debba indurla a modificare le sue linee di azione. In quanto al rialzo dei rendimenti di mercato, lo ha salutato come la conferma che l’economia americana sta recuperando. “Lo scenario sta diventando più positivo”, ha detto il banchiere centrale. Il tasso d’inflazione dovrebbe superare il 2% per periodi lunghi, prima che la Fed cambi posizione sui tassi. Powell inoltre ha ribadito che gli Stati Uniti devono ritornare alla piena occupazione, perché la politica monetaria cambi di segno. Ai livelli attuali di disoccupazione, ha detto, “abbiamo ancora molta strada da fare”. Di conseguenza, anche se dovesse esserci un transitorio aumento dell’inflazione, “noi saremo pazienti”.
Le sue parole, per quanto rassicuranti, erano scontate e non sembrano aver creato una svolta nell’atmosfera dei mercati. I listini azionari hanno continuato a scendere, perché per le Borse la prospettiva di un futuro rialzo dei tassi significa la fine di una Bengodi: il periodo in cui i capitali avevano pochi incentivi a investire in bond visti i bassissimi rendimenti e quindi l’acquisto di azioni era praticamente “sovvenzionato” dalla banca centrale. I rendimenti di mercato sui titoli a reddito fisso continuano la loro lenta marcia al rialzo, tant’è che i tassi sui mutui immobiliari sono tornati sopra il 3% per la prima volta da luglio. Il dibattito sull’inflazione, a cui ha contribuito l’allarme lanciato dall’economista democratico Larry Summers, s’intreccia inevitabilmente con l’iter parlamentare della manovra anti-recessione da 1.900 miliardi di dollari. L’opposizione repubblicana, forte anche delle obiezioni di Summers oltre che delle tensioni nel mercato dei bond, sostiene che quella manovra di spesa pubblica è di dimensioni eccessive e rischia di surriscaldare la ripresa già in atto.
La Cina ha superato per la prima volta gli investimenti in ricerca degli Stati Uniti. Pechino è vicina a conquistare anche la leadership mondiale nell’intelligenza artificiale, un insieme di tecnologie con immense potenzialità sia per lo sviluppo economico che per gli usi militari. Due rapporti concomitanti lanciano due allarmi paralleli per l’Amministrazione Biden, proprio mentre a Pechino il presidente Xi Jinping usa apertamente un linguaggio da guerra fredda e definisce gli Stati Uniti “una fonte di caos nel mondo, la più grande minaccia per il nostro sviluppo e la nostra sicurezza”.
Sulla frontiera strategica dell’intelligenza artificiale (comunemente abbreviata in A.I. da Artificial Intelligence) il Congresso di Washington ha ricevuto le conclusioni di una commissione d’inchiesta nazionale, presieduta dall’ex chief executive di Google, Eric Schmidt. Il rapporto di 756 pagine a cui hanno contribuito i massimi esperti del settore, definisce l’A.I. come un vasto campo di tecnologie di cui vediamo solo “l’inizio dell’inizio”. Le applicazioni economiche potranno generare enormi benefici, ma il rapporto consegnato al Congresso si concentra sull’uso militare e i pericoli per la sicurezza nazionale: “Gli esseri umani non saranno all’altezza, saranno indifesi contro gli attacchi guidati dall’A.I.” Non solo cyber-attacchi e offensive accecanti o paralizzanti contro i sistemi informatici, ma anche l’uso di vere e proprie armi letali come droni e missili potrà diventare molto più micidiale se guidato dall’A.I. “La guerra del futuro sarà un conflitto che opporrà algoritmo contro algoritmo”. Anche in campo civile, la competizione fra sistemi premierà quelle nazioni che riescono a sfruttare meglio la sinergia tra dipendenti umani e le nuove generazioni di computer, robot, software “capaci di imparare” che sono tipici dell’A.I. Sono scenari noti, ma l’allarme viene dal fatto che la Cina sta conquistando un vantaggio sugli Stati Uniti, perché il suo modello di “capitalismo politico”, con al centro una regìa di Stato, promuove aggressivamente dei campioni nazionali in tutte le tecnologie avanzate. Nel sistema cinese tutte le energie e le risorse pubbliche e private convergono verso una finalità comune. C’è inoltre una vasta mobilitazione di capacità di spionaggio, per drenare conoscenze dalle università o dalle aziende occidentali verso la Cina. Il rapporto rivolge al Congresso e alla Casa Bianca raccomandazioni urgenti per reagire alla sfida cinese prima che sia troppo tardi. Alcune sono già allo studio: Joe Biden ha annunciato una nuova politica industriale per garantire l’autosufficienza degli Stati Uniti nei semiconduttori, settore strategico per tutte le sue applicazioni. Anche l’idea di un G-10 delle democrazie hi-tech rientra in questo nuovo approccio.
L’altro rapporto uscito contemporaneamente è dell’American Academy of Sciences e riferisce di un sorpasso già avvenuto. Nel 2020 per la prima volta la Cina ha destinato agli investimenti pubblici per la ricerca più fondi degli Stati Uniti. Vent’anni fa il divario a favore dell’America sembrava incolmabile, Washington spendeva 300 miliardi di dollari in più all’anno. Il sorpasso è avvenuto dopo che Pechino ha triplicato gli investimenti per la ricerca in proporzione al suo Pil. Un’indicazione analoga viene dal numero di brevetti depositati: quelli cinesi hanno superato gli americani di 100.000 unità in un anno. C’è chi si consola osservando che questi dati nascondono un divario qualitativo che rimane favorevole agli Stati Uniti. Però la rincorsa cinese è il frutto di una lungimiranza e perseveranza che sono venute meno nei governi delle democrazie occidentali. I sorpassi cinesi erano già “scritto” dentro un celebre rapporto di sette anni fa, intitolato “Made in China 2025”, che individuava dieci settori strategici nei quali Pechino non avrebbe risparmiato i mezzi pur di conquistare il primato mondiale.
Lunedì primo marzo fu una data speciale qui a New York. La nostra prima “cena con vaccino” a casa di amici. Più numerosa – ben otto persone a tavola! – rispetto alle cautele dei mesi precedenti. Tutti vaccinati. Chi per l’età, chi per la professione. Nessuno per raccomandazione. Qui le vaccinazioni – da sempre – sono universali e gratuite, non occorre avere l’assicurazione sanitaria, neppure essere cittadini. Domani sera saremo tutti al cinema. Tra un mese tocca a teatri e concerti. Non scrivo queste cose per darvi invidia: anzi, sono un po’ superstizioso e temo che l’invidia altrui porti sfortuna. Al contrario, voglio darvi speranza. Presto toccherà a voi, ne sono certo. Per quanto l’Europa abbia fatto errori imperdonabili nella gestione delle vaccinazioni, e l’America si sia rivelata molto migliore di quanto crediate, ho fiducia che ve la caverete con qualche mese di ritardo su di noi. Quegli sbagli, anche gravi, sono rimediabili.
Perciò io vi scrivo dal “vostro” futuro, come un viaggiatore nella macchina del tempo che vi racconta quel che sta per accadervi. Qui a New York è normale frequentare persone già immunizzate visto che le inoculazioni hanno raggiunto fasce sempre più ampie della popolazione. I primi dieci minuti della cena li passiamo su “quello”: tu sei Pfizer o Moderna, o Johnson & Johnson? Hai avuto qualche effetto collaterale? L’argomento si esaurisce presto e si passa ad altro: la vita ricomincia. Ognuno si gode a modo suo questo ritorno alla normalità: chi va sempre più spesso al ristorante, chi ha ripreso a viaggiare, chi è tutte le sere al cinema anche a costo di rivedere film già visti a casa su Netflix. Ecco i primi concerti con quella risposta del sistema prenotazioni online che era lo slogan-simbolo di New York: sold out! Lo so, le buone notizie non possono restituire la vita a chi l’ha persa, né l’affetto dei cari che non ci sono più, né la salute piena per quei convalescenti che hanno strascichi pesanti da Covid. Però riprenderci la gioia di vivere è un dovere sociale. E’ l’unico modo per ridare un lavoro e un reddito alle tante vittime economiche dei lockdown. Incontrerete anche voi, quando sarà il vostro turno di svoltare, quelli a cui il Covid ha impresso delle paure insormontabili. Nella nostra cerchia di amici c’è qualche vaccinatissimo che lascia cadere i nostri inviti a cena o al cinema. Alcuni si tirano indietro silenziosamente, non rispondono agli sms o alle email. Eremiti a vita? Altri sono espliciti: “Ancora non esiste la certezza che chi è vaccinato non possa essere portatore sano e contagiare gli altri”. Oppure: “Il vaccino non protegge al 100%”. E infine: “Chissà quali altre varianti hanno cominciato a circolare”. Rispetto le paure di tutti. Esistono da sempre: claustrofobia, agorafobia, vertigini da grattacielo, paura dei ragni o dei topi, germofobia. Ognuno ha diritto al suo panico individuale. Purché non lo spacci come una paura che tutti devono avere in nome della Scienza. La Scienza, che Dio la benedica, non ci ha mai promesso di vivere una vita a rischio zero, né di regalarci l’immortalità. Fino a 12 mesi fa ero solito viaggiare su un metrò di New York stipato e sporco. Il passeggero a fianco a me poteva essere portatore di un’epatite micidiale, o di Ebola, o chissà cosa. Non ci pensavo. Mi bastava vivere – per quel tanto che il destino mi ha dato – nella città più viva del mondo.