Outlook
Benvenuti sulla nuova Outlook, la newsletter di Repubblica che analizza l'economia, finanza e mercati internazionali. Dall'effetto-Covid sull'economia mondiale all'andamento dell'inflazione, dalle politiche monetarie della Federal Reserve all'impatto della Cina sui mercati mondiali e molto di più, ogni settimana affronteremo le questioni più importanti per il business globale in maniera chiara, diretta e accessibile.

Outlook | Segnali contrastanti dall'economia cinese

Di ritorno dal ponte festivo di Memorial Day sento il bisogno di fare il punto sulla Cina, da cui ci arrivano segnali contrastanti su tre fronti: accelerazione della crescita ed anche dell'inflazione, difficoltà demografiche, rilancio dei sospetti sulle origini del Covid. L'ultimo scenario Ocse rivede al rialzo tutte le previsioni di crescita ma assegna nuovamente il primato alla Cina, che con +8,5% del Pil a fine anno tornerebbe a sorpassare gli Stati Uniti (+7%) mentre l'Eurozona si vede assegnare +4,3%. L'accelerazione cinese si accompagna però con problemi di rincari nei costi produttivi, scarsità di alcune materie prime, infine segnali di penurie di alcuni tipi di manodopera in alcuni settori. La questione demografica preoccupa i dirigenti comunisti al punto da costringerli ad una nuova svolta nella politica della natalità: l'annuncio che le coppie sposate possono avere fino a tre figli. È di soli 5 anni fa il primo cambiamento quando Pechino passò dalla politica del figlio unico all'autorizzazione di due figli. Xi Jinping e la sua squadra di governo reagiscono al crollo delle nascite che l'anno scorso sono scese a 12 milioni, quarto anno consecutivo in calo, rispetto al massimo di quasi 18 milioni toccato nel 2016. A questo si accompagna l'invecchiamento veloce, con gli ultra-60enni che già pesano per il 18,7% mentre erano solo il 13% della popolazione un decennio fa. La popolazione in età lavorativa è scesa in dieci anni dal 70% al 63% del totale. Ma come si è visto cinque anni fa quando venne autorizzato il secondo figlio, alzare la soglia della natalità consentita non serve quasi a niente. Salvo forse nella Cina rurale, il cui peso continua a decrescere. Tanto il controllo delle nascite fu efficace in fase di limitazione, dal 1979 e per il quarto di secolo successivo, tanto è inefficace quando si tratta di spingere la natalità all'insù. In Cina come altrove sono entrate in azione forze che sfuggono al controllo del governo: l'istruzione femminile, l'ascesa delle donne nelle professioni più qualificate, lo spostamento in avanti dell'età del matrimonio, gli alti costi per allevare i figli, tutto questo ha reso sempre meno subìta e sempre più voluta la denatalità. Non a caso il governo oltre ad alzare la soglia a tre figli annuncia misure economiche a sostegno delle famiglie con figli. Sappiamo che perfino paesi del Nordeuropa con sistemi pubblici di alta qualità a sostegno della maternità e degli oneri familiari (dagli asili nido ai congedi per ambo i genitori, agli assegni familiari e crediti fiscali), sono riusciti a rialzare la natalità solo in misura limitata. L'altra manovra che ben presto la Cina dovrà prendere è l'aumento dell'età pensionabile. Per ora è una delle più basse del mondo: 60 anni per gli uomini, 50 anni per le donne. L'evoluzione demografica manifesterà i suoi effetti nel lungo periodo, ma qualche segnale di penuria di manodopera è già visibile. Molte aziende cinesi, soprattutto medio-piccole, non riescono a soddisfare gli ordini della clientela e questo aggraverà le strozzature nell'offerta già in atto da mesi. Una convergenza di fattori - materie prime e componenti intermedi che scarseggiano, penurie di lavoratori specializzati - in alcuni settori stanno già riducendo la produzione industriale cinese. Sono atto, o in arrivo, nuovi aumenti dei prezzi all'export, tanto più che il renminbi si è rivalutato negli ultimi mesi. Il governo di Pechino continua a studiare nuove misure per assicurarsi l'approvvigionamento di materie prime ed è preoccupato per i rischi di scarsità oltre che di shock inflazionistico. Si registrano casi di rialzi salariali fino al 10%. Tutto questo lo vedremo sui prezzi finali in America e in Europa. Negli Stati Uniti c'è chi attribuisce i rincari del made in China ai dazi di Donald Trump, ma in realtà questi rialzi sono molto più recenti e legati alla nuova geografia economica post-Covid: forti aumenti di domanda e strozzature logistiche in diversi punti delle catene produttive e distributive. Il rilancio da parte di Joe Biden della "teoria del laboratorio" sulle origini del Covid, ha due implicazioni importanti. La prima è nella sfera geopolitica. Il messaggio è forte e negativo: la Cina non è affidabile, la sua mancanza di trasparenza è un sabotaggio della salute mondiale, il fatto che tuttora rifiuti di aprirsi alle indagini internazionali priva la comunità scientifica di notizie cruciali. La reazione cinese è dura, perché Xi Jinping capisce che la sua credibilità è sotto attacco. Il secondo messaggio non viene da Biden, affiora sui media ed è un'autocritica tutta americana. Tra le analisi più autorevoli segnalo Bret Stephens sul New York Times e William McGurn sul Wall Street Journal. Riassumendo: siamo di fronte a una débâcle dei media e di gran parte della comunità scientifica. Obnubilati da Donald Trump, un anno e mezzo fa rifiutammo di cogliere gli indizi che rendevano credibile, quanto meno verosimile, l'origine di laboratorio. Alcuni scienziati molto autorevoli dissero subito che quella pista andava indagata. Ma siccome lo diceva anche Trump, la maggioranza degli scienziati preferirono ignorare quell'ipotesi, e i media addirittura la ridicolizzarono. Scandalo nello scandalo, c'è un conflitto d'interessi che incombe su alcuni scienziati "innocentisti" perché associati alle ricerche del laboratorio di Wuhan, tema sul quale i media hanno indagato pochissimo. Stephens elenca episodi imbarazzanti di autocensura da parte degli organi d'informazione più importanti. Ora siccome quella teoria viene riabilitata da Biden tutti la prendono sul serio; ma gli elementi erano noti più di un anno fa, mentre le novità emerse di recente sono poche. È un episodio grave perché sia nella comunità scientifica sia nel giornalismo c'è stato un tradimento degli standard deontologici, dettato da scelte politiche. La qualità delle decisioni che prendiamo ne risente, quando l'informazione è piegata a fini di parte. La settimana si concluderà con il G7 dei ministri economici, sotto presidenza inglese, e forse un passo decisivo verso l'accordo sulla global minimum tax. Biden ha fatto un gesto cruciale accettando di ridurre al 15% l'aliquota proposta. Un'aliquota maggiore forse non farebbe l'unanimità dentro l'Unione europea dove si annidano paradisi fiscali importanti (Olanda, Lussemburgo, Irlanda, Ungheria come minimo). L'Amministrazione Biden sta cercando di mettere questa global minimum tax nella giusta prospettiva, senza esagerarne l'impatto. Non c'è dubbio che un'azione di recupero di gettito fiscale dalle multinazionali, e di riduzione degli spazi di elusione, è urgente. Secondo il Congressional Budget Office, organismo indipendente, il gettito annuo dalle imposte sulle imprese negli Stati Uniti è un quarto di quel che era nel 1967, in proporzione alle dimensioni attuali dell'economia. Non tutto si spiega con le riduzioni delle aliquote, ultima quella decisa da Trump nel 2017 che abbassò la tassa sugli utili societari dal 28% al 21%. Ma l'aliquota effettiva è molto più bassa, appena l'8%. Questo si spiega con la giungla di detrazioni e deduzioni e sgravi che sono stati concessi da governi di ogni colore (e che Biden rischia di riprodurre a sua volta, per esempio per incentivare gli investimenti nella lotta alla crisi climatica). Comunque l'Amministrazione Biden pensa che un accordo globale su un'aliquota del 15% servirebbe a mettere un "pavimento" per impedire la continua gara al ribasso tra Stati, che pur di attirare investimenti hanno ridotto i prelievi sulle multinazionali. Restano delle incognite, per esempio se si riuscirà (come vuole la presidenza inglese) a trovare l'accordo anche sul negoziato parallelo che riguarda la digital tax. Altra grande incognita: Cina e Russia, che non fanno parte del G7, diventeranno i nuovi paradisi fiscali? Sul gettito della global minimum tax: le stime variano un po' troppo, si va dai 100 ai 600 miliardi di dollari annui. Per dare una proporzione: le sole manovre di spesa pubblica anti-Covid sono costate 16.000 miliardi. In quanto agli Stati Uniti, Biden vorrebbe recuperare gettito dalle imprese per 533 miliardi in un decennio, mentre i suoi piani di spesa valgono nove volte tanto. La scorsa settimana si è chiusa con eclatanti vittorie degli ambientalisti contro le compagnie petrolifere. Exxon ha perso una battaglia nell'assemblea degli azionisti e ha dovuto accettare l'elezione di almeno due consiglieri d'amministrazione che rappresentano gli ambientalisti. Un'offensiva simile ha preso di mira la Chevron. Shell ha subito una sconfitta davanti a un tribunale olandese che la costringerà a tagliare del 45% le sue emissioni carboniche entro il 2030. Il mondo delle multinazionali energetiche è in rapida metamorfosi, lo dimostra Occidental Petroleum (una delle major americane) che annuncia per l'anno prossimo la costruzione di un grande impianto per sottrarre un milione di tonnellate di CO2 dall'atmosfera ogni anno e seppellirle. Uno degli investitori che partecipano al progetto è United Airlines. Resta una divergenza tra le strategie delle aziende energetiche americane e di quelle europee. Exxon e Chevron investiranno nella riduzione delle emissioni carboniche ma per adesso non entrano in modo sostanzioso nel business delle rinnovabili, a differenza delle loro concorrenti europee. Intanto il paradosso è che nel breve termine la domanda di energie fossili non si sta riducendo a livello globale, come dimostra il nuovo rialzo delle quotazioni del petrolio. L'inflazione tedesca tocca il 2,4%, trascinata proprio dal rincaro dell'energia. Questo rilancerà il dibattito in Germania sulla politica monetaria della Bce e sugli aumenti di spesa pubblica. La finestra di opportunità del Recovery Plan potrebbe richiudersi più rapidamente del previsto, se i dati continueranno a confermare anche per l'Eurozona più crescita e più inflazione. La Germania ha una sensibilità molto acuta sul tema della distruzione dei risparmi per le generazioni future. New York, 1 giugno 2021 

Ascolta
  • Copiato negli appunti https://puntoitalia.online/rubriche/outlook/2021/06/01/audio/outlook__segnali_contrastanti_dalleconomia_cinese-423006310/

Gli altri contenuti della rubrica - Outlook