Parla con lei

I bambini terribili chiedono solo fiducia

di MICHELA MARZANO

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Pare che il numero dei bambini che presentano difficoltà di apprendimento sia in crescita. Pare che in Italia, dal 2010 al 2012, questi bambini siano addirittura aumentati del 37% - almeno secondo i dati recentemente diffusi dal ministero dell'Istruzione. Pare infine che, dietro questi numeri inquietanti, ci siano soprattutto bimbi "iperattivi", "agitati" e "perturbatori", i famosi enfants terribles che non sopportano di non essere sempre al centro dell'attenzione, che non rispettano le regole e che, se sgridati, diventano violenti. Ma di che cosa stiamo parlando esattamente? Come affrontare il problema? Si può arginarlo moltiplicando le novità pedagogiche?

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In realtà, come sa bene chi si occupa di infanzia, dietro ogni enfant terrible si nasconde un bimbo che soffre e che, non essendosi sentito riconosciuto e accettato per quello che è, cerca disperatamente di attirare lo sguardo altrui. Per questi bambini, non c'è novità pedagogica che tenga: non servono né lavagne multimediali, né computer, né potenziamento delle lingue straniere. Servirebbe piuttosto una grande dose di ascolto e di tolleranza per permettere loro di fare la pace con tutto quello che avrebbero avuto il diritto di ricevere quando erano più piccoli e che non hanno avuto. Per lo più, si tratta di bambini che hanno vissuto i primi mesi di vita in ambienti brutali, stressati e intrusivi, come spiega bene Bernard Aucouturier che ha recentemente dedicato agli enfants terribles un intero saggio, L'enfant terrible et l'école. Ecco perché, almeno a scuola, dovrebbero poter avere la possibilità di ricostruire un rapporto di fiducia con il mondo, trovando negli insegnanti figure di riferimento stabili. Educare non significa solo trasmettere una serie di nozioni. Significa soprattutto aiutare i più piccoli a dare un senso al mondo e agli eventi, insegnando loro la possibilità di credere negli altri e in se stessi.

Certo, la scuola non può sostituirsi ai genitori e alla famiglia. Ma può aiutare chi non ha avuto la chance di essere accolto e riconosciuto per quello che è, a fidarsi di nuovo degli adulti e a sperare nel futuro. Non perché ci siano persone che non sbagliano mai e "tutte di un pezzo". Non perché esitano verità assolute cui aggrapparsi. Al contrario, ognuno di noi è caratterizzato dall'incoerenza e da tante fratture. E la verità è un'aspirazione molto più che una certezza. Ma nel momento in cui qualcuno ci insegna, rispettandoci, il significato del rispetto, si impara anche a tollerare tutto quello che manca e che, molto probabilmente, mancherà per sempre.   
Twitter: @MichelaMarzano