Alzheimer, un test pungidito per arrivare alla diagnosi
di Donatella ZorzettoSperimentazione su mille volontari over60: l’obiettivo è individuare i biomarcatori della malattia
Sono una puntura al dito e la presenza di tre proteine nel sangue a fare la differenza tra chi potrebbe avere la malattia di Alzheimer e chi no. Lo conferma un nuovo test in fase di sperimentazione nello studio Bio-Hermes-002 condotto dall'ente benefico per la ricerca medica LifeArc e dalla Global Alzheimer's Platform Foundation, con il supporto dell'UK Dementia Research Institute. Secondo le previsioni dei ricercatori questo test dovrebbe portare un aiuto concreto, rapido e meno invasivo, nella diagnosi di Alzheimer. Cosa che, esaminando ciò che succede oggi nella pratica clinica, dovrebbe garantire un effettivo salto di qualità. Lo conferma la professoressa Fiona Carragher, responsabile delle politiche e della ricerca all’Alzheimer's Society. “Visto che i test non sono attualmente ampiamente disponibili nel Regno Unito - dice Carragher, ottenere una diagnosi accurata richiede troppo tempo". La puntura al dito quindi velocizzerebbe i tempi.
Lo studio a tre
La ricerca sta coinvolgendo 1.000 volontari ultra 60enni reclutati nel Regno Unito, negli Stati Uniti e in Canada. Ad oggi ne ha arruolati 883, di cui oltre 360 hanno completato tutti i test. Parliamo di un mix di persone con capacità cognitive normali e con lievi deficit, ma anche di alcune affette da Alzheimer in fase iniziale.
Lo scopo della sperimentazione, che dovrebbe concludersi nel 2028, è quello di individuare i biomarcatori associati alla malattia di Alzheimer. Lo spiega la dottoressa Giovanna Lalli, direttrice della strategia e delle operazioni a LifeArc: "Stiamo esaminando la presenza di tre proteine collegate a questa patologia neurologica, i cosiddetti biomarcatori del sangue - dice -. Analizzandone la concentrazione e i livelli potremmo sapere se una persona è a rischio di sviluppare la malattia”. Il punto di partenza lo offre questa considerazione: diversi studi hanno dimostrato che proteine anomale chiamate amiloide e tau possono accumularsi nel cervello delle persone anche più di 15 anni prima che inizino a manifestare i sintomi dell'Alzheimer, forma più comune di demenza.
Come agisce l’Alzheimer
Dunque, l’Alzheimer quando arriva lascia segni profondi sul nostro cervello. Provoca una degenerazione progressiva caratterizzata appunto dall'accumulo anomalo di proteine (placche di beta-amiloide e grovigli di proteina tau) che causano la morte dei neuroni e la perdita delle sinapsi. Questo processo porta ad una marcata atrofia cerebrale (riduzione del volume), e colpisce inizialmente l'ippocampo (memoria), estendendosi poi ad altre aree. Tutto ciò compromette le funzioni cognitive, il linguaggio e il comportamento.
Cosa accade di preciso? Questa forma diffusa di demenza non fa sconti: il cervello subisce una riduzione di volume che si vede attraverso risonanza magnetica o Tac, con un assottigliamento della corteccia cerebrale; la proteina beta-amiloide si accumula tra i neuroni (placche) e la proteina tau all'interno delle cellule nervose (grovigli), ostacolando la comunicazione tra neuroni. Inoltre provoca la morte neuronale: le cellule cerebrali muoiono progressivamente a causa della disfunzione proteica, portando alla perdita di sinapsi (i collegamenti tra neuroni). Infine lascia il segno sull’ippocampo: il danno inizia solitamente in questa parte, che rappresenta l'area del cervello fondamentale per la memoria a breve termine, provocando i tipici deficit di memoria recente.
L’analisi dei risultati
La puntura al dito che diagnostica l’Alzheimer potrebbe aiutare nel percorso verso una diagnosi veloce e aprirebbe la strada a procedure meno costose. Però gli scienziati dovranno analizzare i risultati di tutti i 1.000 volontari coinvolti nello studio prima di poter valutare l'utilità del prelievo di sangue dal dito nell'individuare il rischio di contrarre la malattia. "Se avrà successo, si tratterà di un test onnipresente e accurato, in grado di rilevare la presenza di proteine amiloidi anomale nel cervello, senza dover ricorrere a indagini complicate e onerose”, ha spiegato Emer MacSweeney, neuroradiologa al ReCognition Health, che sta reclutando volontari del Regno Unito.
Marra: “Diagnosi complessa”
Di tutto ciò parla anche il neurologo Camillo Marra, responsabile della Clinica della Memoria della Fondazione Policlinico Agostino Gemelli - Dipartimenti di Neuroscienze e Psicologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore. “La diagnosi di malattia di Alzheimer è complessa, comprende vari aspetti clinici, neuropsicologici e biologici - premette Marra -. L’introduzione dei biomarkers nella pratica, utilizzando Pet con traccianti specifici per l’amiloide o esami del liquor, ha permesso di valutare la presenza di un processo patologico tipo AD (Alzheimer) in vivo”
“Le indagini costose e invasive potrebbero a breve essere sostituite da metodiche di analisi ematica di questi biomarcatori molto più fruibili e praticabili estensivamente - prosegue Marra -. A tale proposito La Fda (Food and drug administration) ha già approvato l’uso clinico dei biomarcatori plasmatici di malattia di Alzheimer (attraverso il rapporto Abeta1-42/fosfo Tau 217) che sono altamente affidabili nella diagnosi della patologia in questione”.
“Procedura meno invasiva”
Marra tiene a sottolineare che “il finger prick test rappresenta un analogo dell’esame ematico, ma ancora meno invasivo del prelievo tradizionale, test che potrebbe permettere uno screening di patologia su ampie popolazioni”. E conferma come “lo studio in oggetto abbia dimostrato una affidabilità diagnostica alta e sovrapponibile a quella dell’esame liquorale”.
Tuttavia qualche problema c’è. “Se da un lato questa metodica può permettere avanzamenti nella diagnosi precoce di patologia e potrebbe facilitare in futuro studi di stratificazione del rischio sulla popolazione generale, solleva anche una serie di problemi nell’uso e nella comunicazione dei risultati dell’esame - evidenzia l’esperto –. Ricordiamo che quella di demenza di Alzheimer è una diagnosi clinica in cui agli aspetti biologici devono associarsi alterazioni neuropsicologiche e cliniche indicative di sviluppo di malattia. E la sola presenza di biomarcatori in soggetti sani non è seguita dallo sviluppo di demenza nel 40-70% delle corti studiate longitudinalmente”.
A questo, precisa Marra “va aggiunto il fatto che la presenza di biomarcatori nella popolazione over 70 può essere parte del normale invecchiamento oppure essere presente in persone anziane dementi, ma affette anche da altre patologie che magari sono la maggiore causa del processo demenziale e in cui la presenza del biomarcatore per AD può essere solo un cofenomeno”.
Quindi - conclude l’esperto - la disponibilità di queste metodiche può essere un ottimo strumento di stratificazione del rischio nella popolazione, ma la diagnosi della demenza di Alzheimer è un procedimento complesso in cui al biomarcatore devono unirsi anche altri aspetti valutativi quali clinica, esame neurocognitivo ed esami di neuroimmagine, per evitare una semplificazione e erronea interpretazione dei risultati del test”.