Autismo, nella diversa connessione cerebrale il segreto della sua variabilità
di Letizia GabaglioEsistono almeno due profili biologici opposti. Una scoperta che può spiegare i fallimenti terapeutici e aprire la strada alla medicina di precisione
Un’orchestra che non riesce ad andare a tempo, o che ripete ossessivamente la stessa nota. Il cervello delle persone con autismo appartiene a una di queste due categorie: in alcuni casi l'orchestra cerebrale soffre di ipoconnessione, dove gli strumenti hanno un volume troppo basso o non riescono ad andare a tempo, portando a una comunicazione debole e frammentata. In altre avviene l'esatto opposto: il cervello è iperconnesso e tutti gli strumenti suonano la stessa strofa, impedendo quella diversità necessaria al cervello per integrare ed elaborare correttamente le informazioni. A scoprirlo è stato il gruppo di lavoro di Alessandro Gozzi coordinatore del centro di Neuroscienze dell’Istituto Italiano di Tecnologia a Rovereto (Trento).
La pista genetica
Nonostante le promesse della genetica, le differenze a livello clinico - quelle che hanno imposto di parlare di uno spettro autistico - ancora non hanno trovato un corrispettivo nelle diverse mutazioni dei geni che concorrono allo sviluppo della malattia. “L’autismo ha una forte componente ereditaria: il rischio di ereditabilità è superiore all’80%, come l’altezza. Ma i geni coinvolti sono molti - a oggi ne sono stati individuati almeno 150 - e fanno tante cose diverse. Insomma, la pista genetica non ci aiuta a fare chiarezza sui diversi tipi di autismo”, spiega Gozzi. I geni funzionano come delle "scintille": il fatto che una scintilla dia origine a un incendio o si spenga dipende dal background genetico dell'individuo. Non è ancora chiaro come tutta questa variabilità genetica si traduca concretamente in attività cerebrale. Ecco perché, a oggi, non è possibile fare un test genetico per identificare un tipo specifico di autismo, tranne in rari casi.
La strada della connettività
Poiché la genetica non fornisce una risposta univoca, la ricerca si è spostata verso lo studio della connettività funzionale, alla ricerca di un “circuito dell’autismo”, di un pattern unico disfunzionale all’interno del cervello. Ma anche questa strada si è rivelata un vicolo cieco, come dimostrano i risultati ottenuti a Rovereto emersi dallo studio di oltre un migliaio di pazienti: esistono diversi modi, talvolta opposti, in cui la "sinfonia" cerebrale può risultare alterata. Questi diversi modelli di disincronizzazione sono inoltre legati a biologie differenti: l'ipoconnessione è spesso associata a problemi nelle sinapsi, mentre l'iperconnessione sembra legata a meccanismi immunitari. Non un unico circuito ma una intera orchestra.
Tipi diversi per terapie differenti
Questa distinzione apre la via alla medicina di precisione anche nel campo dello studio dell’autismo. Nonostante i due sottotipi possano apparire simili a livello comportamentale - un paradosso fenotipico dove biologie opposte portano a esiti clinici comparabili - le loro necessità terapeutiche sono divergenti. “Questo potrebbe spiegare il fallimento di molti trial clinici: i due stati sono biologicamente opposti, se i ricercatori continuano a mescolare i soggetti in un unico gruppo di studio, i dati si annullano a vicenda, rendendo i dati clinici altamente variabili o non interpretabili. Questo spiega perché decenni di studi di imaging abbiano prodotto risultati spesso contraddittori e inconcludenti”, spiega Gozzi. Proseguendo il ragionamento: un farmaco progettato per potenziare la comunicazione sinaptica in un cervello ipoconnesso potrebbe rivelarsi inefficace, o peggio dannoso, per un soggetto il cui cervello soffre già di un eccesso di connessione. “L’obiettivo ultimo è dunque arrivare a una classificazione oggettiva simile a quella del diabete, parlando di autismo di tipo 1, 2 o 3", conclude Gozzi.