✕

Hantavirus e Covid, le differenze tra i due patogeni e cosa deve preoccupare

Un passeggero dell'Hondius evacuato dalla nave (Foto Ansa) (afp)

Dal tasso di mortalità alla velocità di contagio: i due virus messi a confronto. Ciccozzi: “La tempestività nelle misure di isolamento è l’unico modo per disinnescarli”

4 minuti di lettura

Hantavirus e Covid, due patogeni diversi, che penetrano in modo differente nel nostro organismo e meccanismi differenti d’azione. Ma entrambi possono colpire duro, portando anche alla morte. Riconoscerli non è facile per chi si ammala, e il pericolo che nascondono nel loro modo di agire spesso viene mimetizzato da sintomi che in un primo momento sembrano molto simili a quelli di un’influenza, o persino banali come quelli di un raffreddore. Poi però sono in grado di far precipitare le cose e trasformare sintomi lievi in malattia grave. Ai polmoni soprattutto.

Se il microbiologo Andrea Crisanti, di fronte ai contagi da hantavirus si dice tranquillo, e sostiene: “Lo conosciamo da tantissimo tempo. Esiste in tre varianti, e la più contagiosa è quella sudamericana. È una malattia pericolosa, ma ha una contagiosità molto bassa”, c’è chi, come Francesco Vaia, ex direttore della Prevenzione del ministero della Salute ed ex Dg dell'Inmi Spallanzani, tanto tranquillo non è.

“Siamo abbastanza pronti – spiega Vaia – , forse un po’ meno sulla prevenzione futura che è un atto individuale, ma anche di sistema. Non si tratta di essere allarmisti, ma forse la nostra società ha bisogno di adeguarsi a quello che avviene. Abbiamo imparato la lezione del Covid? Io dico di sì, le pratiche di igiene come lavarsi le mani spesso sono diventate abitudini, però oggi c'è bisogno di un passo in più”. Quindi hantavirus e Covid stanno di fronte a noi come un monito: pericolosi e mai disinnescati. Ma in che cosa sono diversi?

Hantavirus, una vecchia conoscenza

La prima differenza tra i due virus arriva dalla conoscenza storica che ne abbiamo: l’hantavirus Andes è noto da tempo. Viene studiato fin dai primi anni Novanta, epidemiologicamente e geneticamente, attraverso l’analisi delle catene di trasmissione documentate. A livello globale, la famiglia degli hantavirus si divide in due grandi ramificazioni cliniche e geografiche: i ceppi del "Vecchio mondo" (endemici in Europa e Asia), che provocano principalmente la Febbre Emorragica con sindrome renale (HFRS), e i ceppi del "Nuovo mondo" (diffusi nelle Americhe), responsabili invece della sindrome polmonare da Hantavirus (HPS). All'interno di questo secondo gruppo, l'Argentina e il Cile sono i due Paesi al mondo con il maggior numero di casi registrati di questa grave forma respiratoria.

Proprio l'Argentina è il luogo dove si presume che il paziente zero della nave MV Hondius abbia contratto il virus Andes, la variante di hantavirus la cui trasmissione interumana (cioè da persona a persona) è stata documentata. E proprio l’Argentina è il Paese da dove arrivano le conoscenze più recenti vengono da un grave focolaio registrato a Epuyén, nella provincia di Chubut, nel novembre 2018, dove sono state contagiate con sintomi almeno 34 persone, delle quali 11 sono morte.

Mortalità elevata rispetto al Covid

Veniamo al dato che colpisce di più dell’hantavirus: è Massimo Ciccozzi a spiegarlo. Come professore di Epidemiologia e Statistica medica dell'Università Campus Bio-Medico di Roma, ha ben presente le caratteristiche e il ruolo che i due patogeni - hantavirus e Sars-CoV-2 - stanno giocando nel panorama mondiale.

“Un numero balza all’occhio: hantavirus e molto letale (36/40%) e quindi si diffonde poco, mentre il Covid lo è meno, ma più diffusibile - dice Ciccozzi –. Una letalità che a ben guardare non sembra molto correlata, come nel caso del Covid, a fattori di fragilità presenti nei pazienti. Inoltre il Covid è in grado di mutare continuamente in tante varianti che nel formarsi ne determinano la maggiore diffusibilità, mentre l’hantavirus fa pochissime mutazioni e nemmeno importanti, quindi si propaga meno”.

Per Andes un lungo tempo di incubazione

Altra caratteristica di Andes è il tempo di incubazione, che è parecchio lungo: può variare fra i quattro e i 40 giorni (contro i tre-sei del Covid). Questo aspetto qualche problema in più lo crea perché aumenta il periodo di incertezza durante il quale il contagio può produrre effetti, un periodo sul quale non abbiamo potere e che ci costringe ad aspettare. Se quindi si è in presenza di un possibile focolaio di hantavirus servirà pazienza prima di poterlo definire concluso e le persone interessate fuori pericolo.

Contemporaneamente, proprio questo lungo intervallo può venire in aiuto alle autorità sanitarie, che così possono avere un margine di azione più ampio per il tracciamento dei contatti, per mettere in quarantena chi è stato esposto e quindi agire prima che i casi si manifestino. Va detto poi che le indicazioni attuali suggeriscono che nella fase asintomatica si è poco o per nulla contagiosi. Con Covid invece tutto era più incerto e sfumato: il virus sovente si manifestava attraverso sintomi facilmente confondibili con quelli di altre patologie.

Covid più veloce nell’infettare

Pure la velocità dell’infezione cambia tra i due patogeni. Da quanto risulta, la trasmissibilità del virus Andes è molto più bassa di quella del Sars-Cov-2. “Teniamo presente anche il fatto che il Covid colpiva persone che, pur rimanendo asintomatiche, potevano infettare, mentre per l’hantavirus ad oggi questo non avviene - sottolinea Ciccozzi –. Tuttavia non sappiamo se durante tutte le sei/otto settimane di incubazione questa situazione permanga. E questo è un problema”. Inoltre va considerato che nell’hantavirus il contagio tra esseri umani richiede un contatto ravvicinato e prolungato”.

“Un’altra differenza tra i due patogeni è che il virus SARS-CoV-2 si trasmette facilmente per via aerea - prosegue Ciccozzi – , Andes invece passa solo tramite contatto stretto e comunque non è semplice infettarsi. Inoltre il contagio può avvenire attraverso aerosol di feci infette dei topi. Per il Covid no”.

Quanto funzionano le contromisure

Infine, parlando di differenze tra i due virus, qualcosa ci dice anche l’effetto che, applicate in tempi diversi, le contromisure possono avere su entrambi. Nel caso di Epuyén le misure di isolamento standard sono state sufficienti a interrompere la catena di trasmissione.

Se le cose non cambieranno, se anche l’Hantavirus dovesse dimostrarsi più trasmissibile di quanto appare ora, andrebbe ad attaccare una popolazione mondiale molto diversa da quella che ha sperimentato il Covid. Una popolazione che nel frattempo si è preparata e sa come comportarsi per frenare il contagio.

Tutto questo però traballa davanti al caso della nave da crociera MV Hondius, caso che fa dire a Ciccozzi che “la recente esperienza pandemica non ha funzionato”. “Purtroppo i contagi da hantavirus si sono avuti perché non si è rispettato ciò che la storia ci ha insegnato: mi riferisco, ad esempio, alla peste del passato- conclude l’epidemiologo –. Bisognava procedere subito con l’isolamento e la quarantena dei passeggeri della Hondius, invece il capitano li ha fatti sbarcare. Semmai avrebbe dovuto isolare il primo malato, l’ornitologo Leo Schilperoord (deceduto due settimane dopo) mettendo in quarantena separatamente i contatti stretti da quelli meno stretti. Considerato poi il susseguirsi delle molte epidemie di tipo respiratorio e gastroentetologico a cui assistiamo, ritengo che sia necessario provvedere stilando delle linee guida che regolamentino come procedere in casi del genere. Una procedura che sia applicabile a tutte navi e in tutti i porti”.