Se i timori di una nuova pandemia legati al focolaio di Hantavirus sulla nave da crociera sembrano infondati, sono invece più che leciti quelli relativi alla pericolosità di questo virus e alla sindrome polmonare da hantavirus, che può causare e che ha un tasso di mortalità stimato tra il 35% e il 47%. Non esiste una cura o un trattamento specifico e l’assistenza si concentra spesso sulla gestione dei sintomi, che possono essere molto gravi.
Per Evie Hermunslie, una diciottenne del Nord Dakota che ha contratto l’hantavirus nel 2022, quando aveva 14 anni, la malattia è progredita da un forte mal di testa ad un arresto cardiaco in meno di una settimana. A documentare il caso sono stati i medici del Cincinnati Children’s Hospital, che hanno curato Evie, in uno studio pubblicato sul The Pediatric Infectious Disease Journal.
L’esordio
La disavventura di Evie è iniziata a luglio di quattro anni fa con un banale mal di testa. “Due giorni prima della partenza per le vacanze a Cincinnati con la mia famiglia, ho iniziato a sentirmi un po’ strana”, ha raccontato la ragazza in una videointervista rilasciata qualche anno dopo.
“Pensavo fosse solo stanchezza, ma non ci ho dato peso, visto che a tutti capita di avere mal di testa. La mattina della partenza mi sono svegliata con la febbre, ma ho preso dell’ibuprofene e siamo saliti in macchina”, ha aggiunto. Poi la situazione è precipitata: una volta arrivata in albergo ha iniziato ad avere vertigini e debolezza. “Riuscivo a malapena a mangiare”, ha raccontato.
“Il giorno dopo stavo ancora peggio, quindi siamo andati al pronto soccorso. Mi hanno fatto una radiografia al torace e hanno sospettato una polmonite, sperando che gli antibiotici risolvessero il problema. Ma il medico - ha continuato - era anche preoccupato per i valori epatici e ci ha fortemente consigliato di andare immediatamente al Cincinnati Children’s Hospital, insistendo sul fatto che si trattava di qualcosa di più grave”.
Il ricovero
A quel punto è subentrata un'insufficienza respiratoria acuta ed è stata ricoverata in terapia intensiva. “Al pronto soccorso, pensavo che mi avrebbero somministrato liquidi per via endovenosa e antibiotici e che poi mi avrebbero mandato a casa”, ha raccontato Evie. “All’epoca, anche solo l’idea di una flebo mi spaventava. Ma mentre ero lì seduta a ricevere i liquidi, all’improvviso ho iniziato a sentirmi ancora peggio. Non riuscivo a respirare. Avevo la sensazione - ha continuato - di poter iniziare a respirare, ma non di riuscire a completare il respiro, quindi ero costretta a respirare superficialmente e velocemente”.
Il peggioramento
I medici erano sorpresi. Le condizioni di Evie si sono evolute in fretta fino ad arrivare alla sindrome da distress respiratorio acuto con shock settico e insufficienza multiorgano, incluso un arresto cardiaco di nove minuti che ha richiesto la rianimazione cardiopolmonare. Infine, è stata sottoposta a ossigenazione extracorporea a membrana (ECMO), che ha supportato Evie mentre i medici si adoperavano per stabilizzarla.
“L’ultima cosa che ricordo è di essermi addormentata e di aver cercato di sincronizzare il mio respiro con il ritmo della macchina a cui ero collegata”, ha raccontato. I giorni seguenti sono stati terribili per i genitori di Evie: i medici avevano consigliato loro di prepararsi al peggio. Poi pochi giorni dopo, la nonna di Evie ha visto la nipote aprire gli occhi. “Ho anche iniziato a stringere la mano di mia madre”, racconta Evie. Il peggio sembrava essere passato.
La ripresa
La convalescenza in ospedale è stata dura. “Anche camminare era difficile”, ricorda Evie. “Riuscivo a fare solo pochi passi lungo il corridoio prima di dovermi sedere di nuovo sulla sedia a rotelle perché le gambe e i muscoli erano troppo deboli. È stato davvero frustrante - continua - e un po’ spaventoso. Ero così debole che non riuscivo nemmeno a scrivere. Il mio stomaco si era ristretto perché ero stata in coma per così tanto tempo, quindi ho dovuto sforzarmi di mangiare per sentirmi più forte e riprendere peso”. Evie era arrivata a pesare circa 29 chilogrammi. “Anche il semplice atto fisico di mangiare era difficile”, sottolinea Evie. Nulla per fortuna di irreparabile. “Ben 4 mesi dopo, a novembre, ero praticamente tornata alla normalità”, racconta. “La convalescenza è stata frustrante, ma tutto sommato è stata davvero rapida”, aggiunge.
Diagnosi
Anche per i medici è stata un’esperienza terrificante, anche se a lieto fine. “Arrivare a una diagnosi di hantavirus può essere molto difficile”, spiega Andrew Lautz, medico di terapia intensiva pediatrica presso il Cincinnati Children's Hospital, che ha curato Evie.
“Quando è stata sottoposta a ECMO, l'équipe non sapeva ancora cosa stesse causando il peggioramento delle condizioni di Evie; sapevamo solo che dovevamo supportare il suo corpo nella lotta contro qualunque cosa fosse. I nostri medici specialisti in malattie infettive ci hanno aiutato a esplorare un’ampia gamma di possibili cause - continua - e, dopo diversi giorni di ricerca di possibili eziologie, abbiamo iniziato a pensare a cause rare di malessere infantile. Questa rapida progressione, unita alla consapevolezza che la bambina proveniva dal Nord Dakota (dove l'hantavirus è presente), ci ha fatto capire che era necessario effettuare un test. È stato allora che abbiamo scoperto che Evie aveva contratto questa rara malattia”. I medici hanno poi contattato subito i Centers for Disease Control and Prevention.
I trattamenti
Tuttavia, anche aver dato il nome alla malattia non ha cambiato molto le cose. “Non esiste una cura specifica per l’Hantavirus, ovvero nessun farmaco antivirale in grado di aiutare l'organismo a combattere l'infezione”, spiega Lautz. “Quindi, pur avendoci fornito un contesto per comprendere l’accaduto e spiegato il perché fosse così grave, non c'era nulla che potessimo somministrarle per cambiare effettivamente il corso della malattia. Con l’Hantavirus, il trattamento - continua - consiste essenzialmente nel trovare terapie che supportino il paziente durante la fase acuta della malattia. Nel caso di Evie, si è trattato dell’ECMO”. Per fortuna Evie si è ripresa.
L’epilogo
In totale, la ragazza ha trascorso circa un mese in ospedale: poco più di due settimane in terapia intensiva e altri 11 giorni in reparto. "Una caratteristica peculiare di questo caso è l'età del nostro paziente. Meno del 10% dei casi di sindrome polmonare da hantavirus (HPS) si verifica nei bambini (0-12 anni) o negli adolescenti (13-18 anni)", hanno spiegato i medici nello studio.
“L’HPS è associata a un alto tasso di mortalità, pari al 35% in tutte le fasce d'età. Tuttavia, la progressione dall0esordio dei sintomi al deterioramento clinico nei bambini con HPS - continuano - è significativamente più breve rispetto agli adulti. Il rapido peggioramento delle condizioni della nostra paziente entro 24 ore dal ricovero evidenzia la natura drammatica di questa infezione. I medici devono mantenere un elevato indice di sospetto per l’HPS in qualsiasi paziente pediatrico che presenti insufficienza respiratoria fulminante e possibile esposizione a roditori a ovest del fiume Mississippi, dove si verifica il 94% dei casi di HPS”. Ora, completamente guarita, Evie pratica atletica leggera e sogna di diventare infermiera.