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Trauma cranico, come capire se un colpo alla testa è grave? Le nuove tecnologie per la diagnosi

I colpi alla testa sono molto diffusi tra i calciatori (Foto Ansa) 

Dal trauma sportivo agli incidenti, ma anche le cadute dei bambini e degli anziani. Risonanza magnetica avanzata, intelligenza artificiale e nuove procedure mini-invasive rendono più rapida la comprensione del problema

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Una caduta dal monopattino, uno scontro durante una partita, un incidente in scooter, un colpo alla testa apparentemente non grave. Il trauma cranico fa paura anche perché non sempre “si vede” subito: a volte il paziente parla, cammina, sembra orientato, ma nelle ore o nei giorni successivi possono comparire sintomi o complicanze. La domanda, allora, è una delle più difficili per medici, pazienti e familiari: quando si può stare tranquilli e quando, invece, bisogna approfondire?

È uno dei temi al centro della XVI edizione degli Incontri clinico-radiologici di neuroscienze “Michela Bonamini”, in programma dal 4 al 6 giugno 2026 a Ponza, con un confronto tra neuroradiologi, neurologi, neurochirurghi e specialisti della riabilitazione. Il programma affronta il trauma cranico acuto “dall’emergenza alla medicina di precisione”, ma anche trauma pediatrico, spinale e trauma sportivo, risonanza magnetica avanzata e intelligenza artificiale.

Dal Pronto soccorso alla medicina di precisione

La recente morte dello sciatore azzurro Matteo Franzoso, deceduto dopo una caduta in allenamento in Cile e un grave trauma cranico, ha riportato l’attenzione su un tema che riguarda non solo lo sport professionistico, ma anche la vita quotidiana: che cosa succede al cervello nei minuti, nelle ore e talvolta nei giorni successivi a un impatto? “Nella maggior parte dei casi, se la TAC è negativa si può stare tranquilli perché l’esame è in grado di escludere emorragie nel cervello e nelle strutture che lo circondano”, spiega Alberto Pierallini, direttore del Servizio di Diagnostica per Immagini dell’Irccs San Raffaele di Roma e ideatore degli incontri di Ponza.

Esaminare il trauma

Ma questo non significa che ogni trauma cranico finisca con il primo esame. “Se a distanza di tempo compaiono mal di testa anomalo, indebolimento di un lato del corpo, perdita di forza a un braccio o altri sintomi neurologici, è necessario rivalutare il paziente con TAC o risonanza magnetica, che può dare una visione più precisa del cervello”.

Il messaggio è chiaro: non tutti i colpi alla testa richiedono lo stesso percorso. Un trauma lieve in un paziente giovane, senza sintomi e senza fattori di rischio, può richiedere solo osservazione e attenzione all’eventuale comparsa di segnali successivi. Un trauma più importante, invece, anche con una prima TAC negativa, va seguito con maggiore cautela, soprattutto se compaiono cefalea insolita, vertigini, vomito, disturbi neurologici focali o cambiamenti cognitivi.

I sintomi da non sottovalutare

Nel trauma cranico il tempo conta, ma conta anche saper leggere i segnali giusti. “I sintomi che non andrebbero sottovalutati sono certamente una cefalea anomala, vertigini, nausea, vomito, ma anche maggiore difficoltà di concentrazione, perdita della memoria recente e aumentata sensibilità agli stimoli luminosi”, sottolinea Pierallini. In questi casi, aggiunge, “serve una valutazione clinica per decidere se eseguire una TAC o una risonanza magnetica”.

È qui che la diagnostica per immagini sta cambiando ruolo. Non serve più soltanto a “fotografare” una lesione già evidente, ma sempre più a orientare le decisioni: chi può essere osservato, chi deve essere seguito nel tempo, chi ha bisogno di un approfondimento, chi può sviluppare complicanze. “Oggi si parla di medicina di precisione perché abbiamo tecniche molto avanzate, capaci di mostrare dettagli che in passato sfuggivano”, spiega Pierallini. “Pensiamo ai traumi sportivi: una volta molti venivano sottovalutati, mentre oggi sappiamo che possono lasciare piccole alterazioni. La possibilità di ottenere immagini più dettagliate consente di osservare particolari che prima non vedevamo”.

Risonanza magnetica avanzata

Tra le frontiere più interessanti al centro di alcune sessioni del Convegno di Ponza c’è la risonanza magnetica funzionale a riposo, o Resting State, una tecnica che permette di studiare le connessioni tra diverse aree cerebrali anche quando il paziente non esegue alcun compito. È un punto importante soprattutto nei pazienti non collaboranti, con alterazioni dello stato di coscienza o con esiti di traumi importanti. “In passato la risonanza magnetica funzionale veniva eseguita chiedendo al paziente di svolgere un compito, per osservare che cosa accadeva nel cervello”, spiega Pierallini. “Con il Resting State, invece, analizziamo le reazioni cerebrali senza stimoli di attività: il paziente è a riposo e non viene sottoposto ad alcun esercizio”.

Studiare le connessioni cerebrali

Questo può aiutare a capire quanto il trauma abbia alterato le reti cerebrali. “Nei traumi cranici ci può essere una perdita o un’alterazione delle connessioni tra aree cerebrali. Studiare queste connessioni può dare indicazioni sulla gravità del trauma e anche sulle possibilità di recupero funzionale”, aggiunge Pierallini. Alla base c’è la tecnica Bold, che misura le variazioni del flusso sanguigno cerebrale e consente di osservare indirettamente l’attività delle diverse aree del cervello.

L’Intelligenza Artificiale entra nelle immagini

Un altro tema forte del convegno è l’Intelligenza Artificiale. Nel programma di Ponza è prevista una relazione dedicata alle applicazioni cliniche, ai limiti attuali e alle prospettive future dell’AI in medicina. Nel campo dell’imaging, però, l’Intelligenza Artificiale è già entrata in modo concreto in alcune fasi del lavoro. “Fa parte della nostra attività sia nella fase di acquisizione delle immagini, perché riduce i tempi e migliora la qualità e la risoluzione, sia in alcuni programmi che iniziano ad assistere anche nella refertazione”, spiega Pierallini. “Nella risonanza magnetica, l’AI agisce anche sullo spazio K, cioè sulla modalità con cui vengono acquisiti e ricostruiti i dati dell’immagine. Questo consente di ottenere immagini di qualità nettamente superiore rispetto al passato e si traduce in diagnosi più precise e rapide”.

La cautela, però, resta necessaria: l’AI non sostituisce il medico, ma può diventare uno strumento di supporto, soprattutto quando aiuta a migliorare la qualità delle immagini, ridurre i tempi di esame, evidenziare anomalie o integrare dati diversi.

Perché si parla tanto di embolizzazione

Tra gli argomenti più attuali c’è anche l’embolizzazione dell’arteria meningea media nel trattamento dell’ematoma sottodurale cronico perché intercetta tre grandi questioni della medicina contemporanea: l’invecchiamento della popolazione, l’aumento dei traumi cranici anche lievi negli anziani fragili e la ricerca di trattamenti meno invasivi ma più efficaci nel ridurre le recidive. Invece di limitarsi a drenare la raccolta di sangue, la procedura agisce sul meccanismo che può mantenerla o farla ricomparire, chiudendo dall’interno i piccoli vasi che alimentano le membrane dell’ematoma.

Le evidenze più recenti, pubblicate anche sul New England Journal of Medicine, hanno acceso l’interesse della comunità scientifica perché suggeriscono un possibile ruolo dell’embolizzazione come trattamento aggiuntivo alla chirurgia o come opzione in pazienti selezionati. Nel programma del convegno, il tema è affidato a Mario Muto, direttore della Neuroradiologia dell’Ospedale Cardarelli di Napoli. L’ematoma sottodurale cronico è una condizione frequente soprattutto negli anziani, spesso dopo traumi anche lievi, e può essere favorito da fragilità, cadute, atrofia cerebrale legata all’età o terapie anticoagulanti.

Una tecnica mini-invasiva

Il problema non è solo drenare il sangue, ma ridurre il rischio che l’ematoma si riformi. “L’embolizzazione è una tecnica mini-invasiva che viene utilizzata in aggiunta alla chirurgia per limitare il rischio di recidiva dell’ematoma sottodurale”, spiega Pierallini. “In alcuni casi selezionati può essere usata anche come alternativa alla chirurgia. È una tecnica già applicata e può migliorare il recupero dei pazienti”. È un esempio concreto di come la cura del trauma cranico stia diventando più personalizzata: non un unico trattamento per tutti, ma strategie diverse in base all’età, alle condizioni generali, al tipo di lesione, al rischio chirurgico e alla probabilità di recidiva.

Dal trauma cranico al trauma spinale

Il convegno di Ponza non si ferma al cervello. Una sessione è dedicata anche al trauma spinale e alle nuove prospettive della neuromodulazione e della neurostimolazione midollare, con una relazione di Pietro Mortini dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. “La neurostimolazione nei traumi midollari è in una fase avanzata di sperimentazione e sta dando risultati interessanti”, osserva Pierallini. “In alcuni pazienti mielolesi è stato applicato un neurostimolatore nella zona della lesione midollare e, dopo un percorso di riabilitazione, con l’aiuto di deambulatori, si è ottenuto un recupero parziale ma funzionale dell’attività deambulatoria”.