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Dove il corpo inciampa, la danza libera. “Non è soltanto movimento, ma un linguaggio che permette di esprimersi, di sentirsi vivi, di connettersi con gli altri e con sé stessi. Ballare significa non arrendersi, continuare a trovare la propria forza nonostante le sfide. Non bisogna lasciarsi definire dai limiti che gli altri ci attribuiscono”. Un messaggio che Carlos Diaz Gandia, ballerino e coreografo spagnolo, impersona e trasmette. Noto in Italia da quando, subito dopo il Festival di Sanremo del 2025, divenne virale un video in cui dettava i passi alla cantante Gaia per il brano ‘Chiamo io, chiami tu’, Carlos Diaz Gandia, che ha lavorato anche con Mahmood e Tony Effe e all’estero con Will Smith e Nathy Peluso, ha messo a punto una coreografia dedicata a chi soffre dell’atassia di Friedreich, malattia rara neurodegenerativa di origine genetica che in Italia colpisce una persona su 100mila. “La diagnosi viene effettuata con un test del Dna. L’iter diagnostico risulta però spesso lungo e complesso, perché i sintomi iniziali sono lievi e subdoli e talora non di tipo neurologico, come la scoliosi o la presenza di piede cavo”, spiega Camilla Ferrari, neurologa dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Careggi di Firenze. Nel video della coreografia, che fa parte della campagna di informazione “Rassegnati tu! Io ballo con Friedreich” realizzata da Biogen con l’Associazione Italiana per la lotta alle Sindromi Atassiche, Carlos Diaza Gandia balla con tre giovani malati, Giulio, Rita e Tatiana.

Carlos Diaz Gandia, come può la danza aiutare chi soffre di atassia di Friedreich?

“Il messaggio di questa campagna mi ha colpito fin dal primo momento. Il titolo stesso, ‘Rassegnati tu! Io ballo con Friedreich’, racchiude un'idea molto potente: non lasciare che le difficoltà definiscano chi sei. Tutti, in modi diversi, incontriamo ostacoli nella vita, ma ciò che conta è continuare ad andare avanti, cercando ogni giorno la migliore versione di noi stessi. Per me la danza rappresenta proprio questo. Non è soltanto movimento, ma un linguaggio che permette di esprimersi, di sentirsi vivi, di connettersi con gli altri e con sé stessi. In questo progetto il concetto di ‘ballare’ assume anche un valore simbolico e poetico: significa non arrendersi, continuare a trovare la propria forza nonostante le sfide.

Lavorare con le persone che convivono con l’atassia di Friedreich ha avuto per me un significato profondo, perché quello che questa esperienza rappresenta per loro rappresenta molto anche per me. Credo che la danza possa offrire uno spazio di libertà, di emozione e di condivisione, aiutando le persone a concentrarsi non su ciò che la malattia toglie, ma su tutto ciò che ancora possono comunicare e trasmettere”.

Serve un talento speciale per ballare?

“Il talento esiste, certamente. Come in qualsiasi disciplina, ci sono persone che hanno una predisposizione naturale che permette loro di apprendere più velocemente o di esprimersi con maggiore facilità. Ma il talento, da solo, non basta: per trasformarlo in una professione servono lavoro, disciplina, costanza e tanta determinazione. Detto questo, la danza è qualcosa di molto più grande di una professione. Prima ancora di essere un mestiere, è un impulso umano. Balliamo in modo istintivo, quasi prima di imparare a parlare. È un linguaggio che appartiene a tutti, indipendentemente dall'età, dal corpo o dalle capacità fisiche. Per questo credo che la danza sia profondamente inclusiva. Non tutti devono diventare ballerini professionisti, ma tutti possono danzare. Perché danzare significa esprimere emozioni, sentirsi presenti, entrare in connessione con sé stessi e con gli altri. È qualcosa che fa parte della nostra natura, come ridere, emozionarsi o comunicare. La mia stessa esperienza mi ha insegnato che non bisogna lasciarsi definire dai limiti che gli altri ci attribuiscono. Mi sono sentito dire molte volte che non avevo il fisico giusto per questo mondo, ma ho continuato a credere nella mia visione. Oggi porto quel messaggio anche in progetti come questo: la danza non appartiene a pochi eletti, appartiene a tutti”.

Cosa le è rimasto da questa esperienza? Cosa le hanno insegnato Giulio, Rita e Tatiana sulla danza e sulla vita?

“È stata una delle esperienze più belle e significative della mia vita. Mi ha ricordato qualcosa che spesso, presi dalla velocità del lavoro e degli impegni, rischiamo di dimenticare: l'importanza di essere presenti, di vivere davvero il momento”.