Niente lettini, né sedie in cerchio, niente camici, nessuna diagnosi. A lavorare, questa volta, è il corpo. In uno spazio teatrale della capitale, lontano dall’ospedale, un gruppo di adolescenti affronta i disturbi mentali attraverso il movimento. Qui si cura l’autolesionismo, l’ansia che non fa più vivere, la depressione. E tutte le dipendenze e i disturbi che oggi sembrano aver ‘catturano’ i ragazzi.
È Corpo a(L) Corpo, il laboratorio ideato da Balletto Civile – la compagnia diretta da Michela Lucenti – e prodotto dal Centro Nazionale di Produzione della Danza Orbita|Spellbound.
Il progetto
Il progetto nasce da un’intuizione della neuropsichiatra infantile Maria Cristina Porfirio e del team del reparto di Neuropsichiatria infantile del Policlinico Tor Vergata di Roma, diretto dal professor Luigi Mazzone. Un percorso innovativo in Italia, dove artisti e clinici collaborano sul campo per trasformare il disagio in gesto creativo e costruire una comunità capace di sostenersi.
"L’idea arriva dalla pratica clinica quotidiana – spiega la neuropsichiatra Porfirio – . Oggi vediamo ragazze e ragazzi sempre più giovani che si rivolgono ai servizi per problemi gravi, spesso espressi attraverso il corpo: autolesionismo, disturbi alimentari, ideazioni suicidarie. Le terapie tradizionali privilegiano l’uso della parola, ma il corpo degli adolescenti chiede di essere visto e ascoltato”. Il progetto si inserisce nelle linee indicate dal Report Oms 2022, per trasformare i sistemi di cura della salute mentale, “de-istiuzionallizando”, creando interventi multidisciplinari e di comunità, avviati precocemente, anche nell’ottica di contenere i costi della spesa sanitaria pubblica, e il ricorrere ad ospedalizzazioni non necessarie.
“Non facciamo danza-terapia, ma teatro fisico: un metodo che sviluppiamo da vent’anni. Non “cura” la sofferenza psichica, ma costruisce una rete di relazioni, un’identità collettiva e porta a un risultato scenico condiviso”, spiega Lucenti.
Quando il corpo entra nella cura
L’impostazione è radicale: il corpo diventa strumento terapeutico, non solo contenitore di sintomi."Il corpo dell’adolescente è protagonista fin da subito – ricorda la specialista – Nei modelli clinici tradizionali il corpo resta immobile, mentre lavorano la parola e il linguaggio. Noi vogliamo integrare: trasformare il linguaggio “malato” in espressione comunicativa. E farlo al di fuori dell’ospedale, in spazi e tempi che favoriscano l’instaurarsi di un processo generativo, a favore del benessere mentale della collettività”.
La peculiarità del laboratorio è la condivisione fisica fra medici e adolescenti. “Anche per noi professionisti non è semplice – continua la Porfirio – celiamo rigidità e timori dietro agli “aspetti del ruolo” che i ragazzi percepiscono come distanza. Nel laboratorio impariamo a stare nel corpo, a reggere, a essere presenti anche nel silenzio. È un esercizio di reciprocità”.
Dentro una sessione
"La danza e la scrittura fisica rendono consapevoli. Partiamo dal corpo, che spesso è luogo di conflitto, e lentamente arriviamo al suono e alla parola. Gli esercizi – memoria, coordinazione, contatto – servono a creare fiducia. Da qui nasce la narrazione personale, mai pietistica, inserita in un piano umano condiviso. È un processo rigoroso, ma attraversato da una grande gioia”, aggiunge Lucenti.
Dopo un anno di attività, i segnali sono evidenti. “Abbiamo osservato nei ragazzi – afferma Porfirio – maggiore autoefficacia, capacità di sostenersi, tempi di attenzione più lunghi e una gestione più contenuta delle crisi. C’è entusiasmo nel lavorare a un obiettivo comune, come la realizzazione dello spettacolo. E le famiglie partecipano di più, rafforzando l’alleanza con gli operatori”.
La forza del gruppo
Lucenti aggiunge: “I ragazzi sono più aperti, più propositivi. Ridono insieme. Sono un gruppo. Un episodio lo dimostra: un giorno uno di loro mancava. Gli altri, spontaneamente, si sono organizzati per sostituirlo. È stato lì che abbiamo capito che la squadra era nata”.
Per la dottoressa Porfirio il metodo è replicabile: “Servono risorse, personale e un cambiamento culturale nei servizi di neuropsichiatria. Interventi di comunità fin dall’inizio potrebbero prevenire molte fasi acute e ridurre ricoveri impropri”. E la direttrice artistica di Belletto Civile, Lucenti, sottolinea: “Si può fare, ma servono psichiatri disponibili e realtà culturali pronte a sostenere percorsi lunghi. I risultati arrivano, ma richiedono tempo e lavoro”.
Il linguaggio del corpo si trasforma in relazione
Dal laboratorio emerge un messaggio forte e chiaro: servono spazi dove il linguaggio del corpo possa trasformarsi in relazione. “Vogliamo raccontare la rete di dinamiche che nasce da questo lavoro – conclude Porfirio – per spingere verso un nuovo modo di intendere la salute mentale”. C’è poi un altro aspetto: spazi come questo creano un punto di riferimento per le famiglie. Un luogo dove sentirsi meno sole. “Le famiglie di chi soffre – conclude Lucenti – di questi disagi portano un peso enorme. Questo percorso può alleggerirlo, creando un luogo altro, quasi magico, fuori da case e reparti: un luogo dove ritrovarsi”.