Bisogna nuotare per essere felici
di Giulia Masoero RegisIl nuoto attiva oltre 200 muscoli ed è un toccasana per l’organismo. Ma non è solo uno sport. A sedurre è la sua dimensione emotiva e psicologica. In acqua si accede a una dimensione parallela e ci si può concentrare sui propri pensieri. Una filosofa nuotatrice spiega questa cascata di effetti che coinvolgono l’intera esistenza
“Ci sono quelli che nuotano per tenersi in forma, perché sono obbligati, perché sono al mare, perché fa caldo o semplicemente perché lo hanno sempre fatto. Poi ci sono quelli che nuotano per amore, perché sono arrabbiati, perché non ne possono più o perché solo così riescono a essere felici”. L’arte di nuotare, edito da Il Mulino, è l’ultima dichiarazione d’amore della professoressa di filosofia – ma soprattutto appassionata nuotatrice – Carola Barbero. Si stima che il nuoto attivi nel corpo umano oltre 200 muscoli, dalle braccia al bacino e poi ancora più giù, fino alle gambe. Ma, lungi dall’essere uno sport solo fisico, è la dimensione emotiva quella che seduce maggiormente le persone. Perché una bracciata dopo l’altra, il mondo si mette da parte e ci si concentra solo sui propri pensieri.
L’inizio della bella stagione, dei primi mari e dei primi soli estivi, è il momento migliore per elogiare, e conoscere più a fondo, un’attività che si può praticare in città e in vacanza, al mare e in montagna. Un po’ metafora di vita, un po’ realtà parallela, sicuramente un esercizio che inizia in acqua e continua fuori.
Professoressa Barbero, molti hanno cominciato a nuotare “costretti” da piccoli. Perché spesso si tratta di un trauma?
"Sì, anche il mio rapporto con l’acqua è iniziato con un leggero trauma: entrare nell’acqua fredda, tenere le mani sul bordo per battere i piedi, le labbra blu tremanti mie e degli altri bambini. È difficile imparare a stare a galla...".
Perché è così complicato?
"Perché nuotare ci chiede un cambiamento totale: non solo per passare dall’aria all’acqua, ma anche per riuscire a modificare il modo in cui stiamo nel mondo, da “verticali” a “orizzontali”".
Il cambiamento, però, non è solo fisico.
"No, spesso si sottovalutano gli aspetti legati alla percezione e alle emozioni. Entrare in acqua significa avvertire il corpo, sempre così pesante e difficile da gestire, alleggerirsi e abbandonarsi a un altro modo di sentire. Questa immersione contempla una condizione diversa anche a livello mentale: immerso nell’acqua e cullato dalle onde, l’essere umano non è più una mera sostanza pensante in un corpo materiale, ma si trasforma in un pensiero liquido che rimbalza da un bordo all’altro della vasca, dalla riva a quel punto imprecisato che si è deciso di raggiungere".
Lei scrive che, nuotando, si verifica una sorta di “epochè”, che in filosofia è una sospensione del giudizio: di che cosa si tratta?
"L’acqua ci aiuta a mettere tra parentesi il mondo: non tanto perché ci aiuta a fuggire dai problemi, ma perché, quando ci togliamo i vestiti e li lasciamo nello spogliatoio o sulla spiaggia, è come se stessimo mettendo da parte anche i pesi della nostra vita verticale: problemi, urgenze, scadenze".
C’è chi nuota tra un impegno e l’altro. Come si entra davvero leggeri in acqua?
"Con un gesto consapevole: il tuffo iniziale. Sapendo cosa si vuole lasciare fuori e cosa portare con sé. A volte nuotiamo con un pensiero in testa, ed è inevitabile, ma possiamo decidere di affrontarlo proprio lì, in acqua".
A lei che cosa piace pensare mentre nuota?
"Le prime 10-20 vasche mi servono per ricollegare la testa al corpo. Poi mi abbandono e, contando le vasche, entro in una sorta di meditazione".
Se dovesse associare ogni stile di nuoto a uno stato d’animo, come lo farebbe?
"Lo stile libero serve per salvarsi: quando si ha bisogno di tirarsi fuori da una situazione che non funziona o risolvere un problema, il crawl è perfetto. La rana è lo stile del silenzio, riflessivo e pensieroso, mentre il dorso è il più poetico, perché si guarda in alto oppure il cielo e si prosegue pur senza guardare avanti. Il delfino, invece, è per chi vuole farsi notare in tutta la sua meravigliosa potenza".
Che cosa cambia in acque libere?
"La piscina è uno spazio prevedibile, dove ci possiamo “stordire” di vasche. Le acque libere, invece, sono vive e hanno a che fare con l’avventura e quindi con l’attenzione. In mare o al lago si misura sé stessi: non c’è una corsia ma una direzione e ogni bracciata implica orientamento, adattamento, perfino dubbio. È meno controllo e più relazione con l’imprevisto".
A 60 anni, l’americana Diana Nyad ha nuotato per circa 177 chilometri nell’oceano, da Cuba alla Florida: ha dichiarato che a distanza di tanti anni quell’impresa la fa sentire ancora fortissima. È un esempio?
"La sua storia (che ha ispirato anche un film, Nyad – Oltre l’oceano, ndr) mi ha colpito tantissimo, perché mostra che i limiti non sono così rigidi come pensiamo, ma possono essere spostati, se sappiamo chi siamo e dove vogliamo arrivare. Così quella che per molti era una follia, per lei è diventato un obiettivo possibile".
A proposito di limiti, l’apnea, a cui dedica un capitolo, è un esercizio che ci mette alla prova. Perché?
"Trattenere il respiro ci insegna fin dove possiamo arrivare e che il controllo non è forza, ma calma: più si è agitati, più si consuma ossigeno. E questo ha un valore più generale: non si tratta di superare un limite, ma di riconoscerlo. L’apnea è un’esperienza sublime e per questo ambivalente: suscita piacere, ma anche smarrimento; ci attrae e ci fa paura".
Lei racconta che, nuotando, si acquisiscono delle tecniche grazie alla quali possiamo vivere meglio anche fuori dall’acqua. In che senso?
"Sì, per nuotare bene non bisogna guardare chi ci è accanto: in vasca, come nella vita, è importante andare per la propria strada, seguire il proprio ritmo. Ci insegna a stare da soli in mezzo agli altri: non si tratta di isolarsi, ma di concentrarsi su quello che si vuole ottenere. Poi il nuoto, con la sua postura orizzontale, ci obbliga a cambiare prospettiva: quante volte, nella vita, è importante provare a modificare il punto di vista per capire gli altri?".
Qual è la sua idea di nuotata perfetta?
"È quella in cui il corpo smette di pesare e il mondo si ritira sullo sfondo: restano il ritmo delle bracciate, il respiro, il battito del cuore. È una soglia tra due dimensioni in cui si ha la sensazione limpida di essere esattamente dove si vuole essere".