A 2 anni con l’iPhone in mano nella pubblicità? No, non è tutto ok
di Giuseppe LaveniaCartelloni pubblicitari che spingono all’acquisto di un modello di lusso con un bambino piccolo, troppo piccolo. Così il telefono assume il significato di una protezione e la spesa elevata viene giustificata dal bisogno di offrire il meglio ai figli
Sopra una strada trafficata, un cartellone mostra un bambino sorridente – avrà non più di 2 anni – con un iPhone tra le mani. Accanto al suo volto compare una frase pensata per togliere ogni preoccupazione: “Tutto ok, è iPhone”. Quel messaggio tocca un punto sensibile dei genitori, perché lo smartphone viene spesso acquistato ai figli per raggiungerli e sentirli più vicini quando sono fuori casa. Il telefono diventa così una risposta alla paura adulta prima ancora di essere una necessità del bambino.
Un dispositivo riconoscibile
La forza della pubblicità sta anche nell’oggetto scelto, un dispositivo riconoscibile che in alcuni modelli supera i mille euro e porta con sé un valore sociale evidente. Il bambino appare felice e a suo agio; chi guarda riceve l’impressione che quella scena appartenga ormai alla normalità. La campagna si rivolge agli adulti che acquistano, ma entra nell’immaginario dei più piccoli e contribuisce a definire ciò che serve per sentirsi inclusi. E che non sia considerato un messaggio “normale” lo dimostra anche la segnalazione al Garante per l’infanzia.
L’indagine “Bambini Digitali”, condotta da Di.Te. e Sipec su 6.666 famiglie, ha rilevato che il 61,4 per cento dei bambini tra zero e sei anni utilizza ogni giorno uno schermo e che nel 41,5 per cento dei casi il primo incontro con smartphone o tablet avviene tra i due e i tre anni. In questa fase un bambino assorbe facilmente il legame tra l’oggetto mostrato e l’emozione che lo accompagna. La capacità di riconoscere la strategia commerciale arriverà più tardi, mentre il desiderio può nascere subito e rafforzarsi quando quel telefono comincia a circolare tra i compagni.
Il tema dei valori e delle scelte degli adulti
Qui entra anche il tema dei valori, che i bambini apprendono osservando ciò a cui gli adulti attribuiscono importanza. Vedono quanto spazio occupa un marchio e quanto siamo disposti a spendere perché non si sentano diversi. Il prestigio riconosciuto a chi possiede l’ultimo modello diventa parte del messaggio. Da queste scelte possono ricavare l’idea che per essere accettati occorra avere l’oggetto giusto. È una lezione silenziosa, spesso più efficace di molti discorsi sul valore delle persone e su ciò che conta davvero.
Nelle famiglie il passaggio è rapido. Un figlio chiede lo smartphone perché lo hanno gli altri e il genitore, anche quando vorrebbe aspettare, teme che il rifiuto possa farlo sentire escluso. L’acquisto assume allora il significato di una protezione e la spesa elevata viene giustificata dal bisogno di offrirgli il meglio. Il mercato offre una rassicurazione immediata mentre i genitori avrebbero bisogno di essere aiutati a sostenere il limite e a tollerare la frustrazione del figlio senza sentirsi in colpa.
Ritardare lo smartphone
Da anni chiediamo alle famiglie di ritardare lo smartphone personale e di accompagnare l’autonomia digitale con gradualità. Questo compito diventa più faticoso quando la comunicazione commerciale presenta un bambino con un telefono di lusso come un’immagine serena e quotidiana. Anche le aziende dovrebbero assumersi una parte della responsabilità educativa e prestare maggiore attenzione all’uso dei minori nelle campagne dedicate ai dispositivi digitali. Le immagini partecipano alla costruzione della realtà e spostano ciò che gli adulti considerano normale.
Il dibattito sul rapporto tra bambini e smartphone riguarda l’idea di crescita che vogliamo trasmettere. “Tutto ok?” dovrebbe restare una domanda da rivolgere a un figlio, dandogli il tempo di rispondere e mostrando interesse per quello che prova. Trasformarla nella promessa automatica di un oggetto può renderci più tranquilli, ma rischia di insegnargli che il benessere e persino il proprio valore abbiano un prezzo.
Giuseppe Lavenia è psicologo e psicoterapeuta, presidente Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, GAP e Cyberbullismo “Di.Te” e docente di Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni Università Politecnica delle Marche