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Diabete, muoversi fa molto bene. Soprattutto agli anziani

Una ricerca dimostra come aumentare l’attività fisica avanti negli anni può evitare più casi reali nella popolazione. Osservato anche un possibile effetto dell’orario

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Quando parliamo di attività fisica, cerchiamo spesso la formula perfetta: quanti minuti, a che ora, con quale intensità. Ma il corpo non risponde al movimento sempre nello stesso modo. Conta l’età, conta il metabolismo, conta soprattutto il rischio da cui si parte.

Una nuova ricerca presentata al congresso annuale dell’European Association for the Study of Diabetes ha analizzato quasi 88.000 adulti della UK Biobank senza diabete all’inizio dello studio. I partecipanti hanno indossato per una settimana un accelerometro da polso, così da misurare in modo oggettivo l’attività fisica moderata-vigorosa: quella che aumenta il respiro, come camminare a passo svelto, correre, pedalare o allenarsi con una certa intensità.

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Durante circa otto anni di osservazione, poco più di 2.100 persone hanno sviluppato diabete di tipo 2. Chi si muoveva meno, circa 121 minuti a settimana, aveva un rischio più alto rispetto a chi accumulava livelli molto maggiori di attività, circa 409 minuti a settimana.

Il dato diventa interessante quando viene letto per età. Negli adulti sotto i 63 anni, fare poca attività era associato a più del doppio del rischio di sviluppare diabete rispetto a chi si muoveva di più. Negli adulti più anziani l’aumento relativo era meno marcato, circa il 65%, ma il significato di sanità pubblica era forse ancora più importante.

Il motivo è semplice: con l’età il rischio assoluto di diabete cresce. Quindi, anche quando la riduzione proporzionale appare meno spettacolare, aumentare il movimento negli anziani può evitare più casi reali nella popolazione. È una distinzione cruciale, perché il rischio relativo racconta quanto cambia la probabilità in percentuale, mentre il rischio assoluto ci dice quante persone si ammalano davvero.

Il ruolo dell’orario

Lo studio ha osservato anche un possibile effetto dell’orario. L’attività svolta nel pomeriggio o alla sera risultava associata a un rischio leggermente più basso rispetto a quella del mattino, soprattutto nei più giovani. È un segnale interessante, perché il metabolismo cambia nell’arco della giornata, ma non basta per trasformare l’orologio in una nuova ossessione. Prima di chiedersi quando allenarsi, bisogna riuscire ad allenarsi.

Come sempre, serve prudenza. Si tratta di uno studio osservazionale, quindi non può dimostrare da solo un rapporto di causa-effetto. Inoltre, la UK Biobank non rappresenta perfettamente la popolazione generale: i partecipanti tendono a essere più sani, più istruiti e più benestanti della media. Anche lo stato di prediabete era stato misurato anni prima dell’attività fisica, quindi potrebbe essere cambiato nel tempo.

Il quadro biologico, però, è coerente. Quando il muscolo lavora, consuma glucosio, migliora la sensibilità all’insulina, aiuta a ridurre grasso viscerale, infiammazione e rischio cardiovascolare. Il movimento non è solo consumo calorico: è uno stimolo metabolico che rende l’organismo più capace di gestire l’energia.

Attività fisica e traiettoria del rischio

Per la longevità il messaggio è concreto. Nei più giovani l’attività fisica può modificare presto la traiettoria del rischio; negli anziani può produrre un grande beneficio collettivo perché il rischio di partenza è più alto. In entrambi i casi, la priorità resta la stessa: ridurre la sedentarietà e costruire una routine sostenibile.

Il diabete di tipo 2 non dipende solo dalla volontà individuale. Contano genetica, ambiente, cibo disponibile, sonno, stress, lavoro e condizioni sociali. Ma il movimento resta una delle leve più accessibili e potenti che abbiamo. Non cancella il rischio, però aiuta il corpo a non subirlo passivamente.

Take home messages

1. Fare più attività fisica moderata-vigorosa è associato a un rischio più basso di diabete di tipo 2.

2. Nei giovani il beneficio relativo sembra maggiore, ma negli anziani il beneficio assoluto può pesare di più.

3. L’orario dell’attività è un tema interessante, ma la priorità resta muoversi di più e farlo con continuità.

Ref.

Feng Q., van Heemst D. et al. Moderate-to-vigorous physical activity, timing and risk of type 2 diabetes: UK Biobank study. Annual Meeting of the European Association for the Study of Diabetes, 2026.

Aureliano Stingi, dottore in biologia molecolare, lavora nell'ambito dell'oncologia di precisione e longevità

Instagram: Aureliano _Stingi X: @AurelianoStingi