L’orario di lavoro è terminato, perché continuano a scrivermi?
di Giuseppe LaveniaLa domanda riguarda soprattutto ciò che temiamo possa accadere se non rispondiamo. Un responsabile potrebbe considerarci poco disponibili. Così il tempo libero non è più un momento protetto della nostra vita
Quanto siamo liberi di rispondere domani a un messaggio di lavoro ricevuto la sera? La domanda riguarda soprattutto ciò che temiamo possa accadere se non rispondiamo. Un responsabile potrebbe considerarci poco disponibili, un collega potrebbe farci notare che lui invece c’era. Chi aspetta il rinnovo di un contratto può decidere che sia meglio evitare qualsiasi equivoco. Così si risponde durante la cena, mentre si ascolta un figlio, poco prima di andare a dormire. A forza di farlo, si comincia a controllare il telefono anche quando nessuno ha scritto.
È su questa abitudine che dovremmo fermarci a riflettere. La possibilità tecnica di raggiungere una persona in qualsiasi momento ha reso più facile considerarla ancora disponibile quando la sua giornata lavorativa è finita. Spesso accade senza una richiesta esplicita: basta che i messaggi arrivino regolarmente fuori orario e che le risposte immediate vengano apprezzate perché tutti capiscano quale comportamento sia preferibile. Il confine del riposo diventa così una questione da negoziare ogni sera, con una libertà che varia molto a seconda della propria posizione professionale.
L’indagine
L’indagine EU-OSHA OSH Pulse 2025 rileva che il 29% dei lavoratori dell’Unione europea riferisce stress, depressione o ansia causati o aggravati dal lavoro nei dodici mesi precedenti. Sono esperienze riferite dagli intervistati, legate a molte condizioni lavorative: il dato non misura gli effetti della sola connessione continua. Ci aiuta però a capire perché la salute psicologica debba entrare nelle decisioni sull’organizzazione del lavoro, compreso il modo in cui vengono utilizzati gli strumenti digitali. Da psicoterapeuta mi preoccupa la facilità con cui chiediamo alle persone di adattarsi a questa disponibilità prolungata.
Leggere una mail richiede pochi minuti, ma il pensiero di ciò che contiene può accompagnare il resto della serata. Si torna su un problema, si prepara mentalmente una risposta, si aspetta che qualcuno scriva ancora. Nel frattempo diventa più difficile seguire una conversazione o dedicarsi a qualcosa senza interrompersi. Anche chi ci vive accanto ne risente e può interpretare quella distrazione come disinteresse, aggiungendo tensione a una stanchezza già presente.
Le fascia di reperibilità
Dire a una persona di spegnere il telefono serve poco se il giorno dopo dovrà giustificarsi. Per questo, come fondatore e direttore scientifico dell’Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, propongo al Governo un confronto con sindacati, associazioni di categoria, imprese e professionisti della salute per rendere effettivo il diritto alla disconnessione. Occorrono accordi comprensibili sulle fasce di disponibilità e sulla reperibilità, procedure per le vere emergenze e garanzie per chi rimanda una risposta al proprio orario di lavoro. Le imprese, soprattutto quelle più piccole, devono essere aiutate a organizzarsi. Se gli incarichi assegnati non possono essere completati nelle ore previste, la disconnessione rimane difficile anche in presenza di un accordo.
La formazione dei responsabili dovrebbe comprendere questi aspetti, insieme alla prevenzione dei rischi psicosociali e alla possibilità di riconoscere e affrontare le difficoltà prima che si aggravino. Un supporto psicologico riservato può essere utile, purché si intervenga anche sulle condizioni che producono malessere. Vorrei che questo confronto partisse da una situazione molto concreta: una persona vede arrivare una richiesta la sera, sa che può occuparsene domani e continua quello che stava facendo. Non deve spiegare come intende trascorrere il proprio tempo né preoccuparsi di apparire meno affidabile. La serietà professionale dovrebbe poter convivere con questa tranquillità.
Psicoterapeuta, docente universitario, fondatore e direttore scientifico dell’Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, GAP e Cyberbullismo (Di.Te.)