Minicar, perché il dolore degli altri non ha fermato quei ragazzi
di Giuseppe LaveniaLe violenze in auto si sono ripetute per due serate: c’è stato il tempo di ripensarci, dopo aver già colpito qualcuno
Mi chiedo che cosa si dicessero quei due ragazzi tra un’aggressione e l’altra. Le violenze dalla minicar si sono ripetute per due serate: c’è stato il tempo di ripensarci, dopo aver già colpito qualcuno. “Lo abbiamo fatto per divertimento, era uno scherzo”, avrebbero detto agli investigatori. Vorrei capire quanto contasse l’approvazione dell’amico e se, nei loro discorsi, trovassero posto le persone lasciate per strada. Cerchiamo spesso una spiegazione nell’incapacità di comprendere le conseguenze.
Dobbiamo però considerare anche la possibilità che un ragazzo riconosca la paura che provoca e continui perché sentirsi forte davanti all’altro, in quel momento, gli importa di più. Quanto questo abbia contato nella vicenda andrà ricostruito. Il digitale riguarda anche questa ricerca di riconoscimento. Un video che umilia qualcuno e raccoglie commenti divertiti può suggerire a chi guarda che quel comportamento sia apprezzato. L’attenzione si concentra su quanto abbia osato l’autore dello “scherzo”, mentre la persona ripresa resta quella di cui ridere.
Contenuti violenti
L’American Psychological Association raccomanda di limitare l’esposizione degli adolescenti a contenuti che incoraggiano a fare male agli altri e chiede alle piattaforme di evitare di indirizzarli verso quei contenuti. Non abbiamo elementi per attribuire ai social un ruolo in queste aggressioni, ma nella riflessione educativa dobbiamo occuparci anche di ciò che un ragazzo vede premiato online. E dei modelli che noi adulti contribuiamo a sdoganare. Quando applaudiamo un personaggio che umilia qualcuno, presentandolo come “uno che dice quello che pensa”, rendiamo attraente anche il suo modo di trattare gli altri. Poi chiediamo ai figli di essere rispettosi.
Il digitale può amplificare questa contraddizione, dando visibilità e un pubblico alla prepotenza. Dovremmo interessarci a ciò che diverte i ragazzi e guardarci mentre ridiamo anche noi, quando la battuta ci piace abbastanza da farci sorvolare sulla persona che ne paga il prezzo. Per un genitore è doloroso accettare che il figlio conosciuto in casa possa comportarsi crudelmente fuori.
“Non è da lui"
“Non è da lui" è una reazione comprensibile, che rischia però di impedirci di ascoltare ciò che avremmo bisogno di sapere. Un ragazzo affettuoso con noi può umiliare un compagno. Se un insegnante ce lo racconta, dovremmo riuscire a interessarci all’accaduto prima di cercare un’attenuante. Nessuna prepotenza consente di prevedere una violenza così grave; merita comunque attenzione per la sofferenza che sta già provocando. Delle famiglie dei due minorenni sappiamo troppo poco per valutare. Anche noi professionisti dobbiamo evitare di usare la parola “disagio” come una spiegazione buona per tutto. La gravità di un comportamento, da sola, non dimostra un disturbo.
Imparare ad assumersi le proprie responsabilità
Questi ragazzi avranno bisogno di un lavoro serio, insieme alle conseguenze giudiziarie, per assumersi la responsabilità di ciò che hanno fatto. La confessione ci dice poco di quanto abbiano compreso: si può essere molto spaventati per il proprio futuro e pensare ancora pochissimo a chi è stato ferito. Chi si occuperà del loro recupero dovrà lavorare anche su questa distanza, tenendo presenti Davide Iacopini e le altre vittime, le cui vite sono state sconvolte durante quelle serate.
Giuseppe Lancini, psicoterapeuta, docente universitario, fondatore e direttore scientifico dell’Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, GAP e Cyberbullismo (Di.Te.)