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Un test del sangue potrebbe prevedere l’Alzheimer con dieci anni di anticipo

L’esame ricerca un biomarcatore legato alla proteina tau, notoriamente coinvolta nella malattia di Alzheimer. Un nuovo studio, pubblicato su Jama, ne ha valutato l’attendibilità

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Valutare la predisposizione a sviluppare la malattia di Alzheimer e intercettare i sintomi prima che diventino manifesti, con anni di anticipo e con un semplice test del sangue: è questo uno dei più ambiziosi obiettivi dell’odierna diagnostica neurologica, cui ci stiamo avvicinando grazie all’identificazione di biomarcatori ematici e alla messa a punto di strumenti di indagine sempre più raffinati. A fare un punto è un vasto studio internazionale appena pubblicato sulla rivista scientifica Jama e coordinato da un gruppo di ricercatori del Mass General Brigham Neuroscience Institute, che in particolare ha valutato il valore prognostico di uno specifico esame del sangue in persone anziane senza apparenti problemi di memoria.

Il ruolo del biomarcatore e i numeri dell’indagine

L’esame al centro della pubblicazione si concentra sui livelli della cosiddetta tau 217 fosforilata (p-tau217), una forma circolare della proteina tau la cui anomala concentrazione del sangue è strettamente associata alla presenza di placche di beta-amiloide nel cervello, uno degli elementi fisiopatologici chiave nelle fasi precoci della malattia di Alzheimer. Gli autori del lavoro hanno aggregato i dati di 2.684 adulti anziani che, al momento del prelievo, non presentavano alcun deterioramento cognitivo, provenienti da sei diverse coorti cliniche tra Nord America, Giappone e Australia, e che sono stati seguiti dal 2004 al 2025 per monitorare le loro traiettorie cognitive. Dai risultati è emerso che i soggetti con livelli “molto alti” di p-tau217 nel sangue presentavano un rischio assoluto del 38% di sviluppare un deterioramento cognitivo nei successivi cinque anni; il rischio calcolato, inoltre, saliva al 78% su un orizzonte temporale di dieci anni. “Lo studio rappresenta un passo avanti fondamentale per comprendere meglio cosa può dirci la p-tau217 sul rischio di deterioramento cognitivo”, ha commentato Rachel F. Buckley, neuroscienziata cognitiva all’istituto e co-autrice del lavoro. “Ciò che distingue davvero questo studio dagli altri è il fatto che stima il livello di rischio individuale di deterioramento cognitivo. Abbiamo armonizzato i dati di sei coorti, creando un set di dati ampio e variegato, e abbiamo trovato risultati coerenti che mostrano come la p-tau217 dia informazioni importanti sul variare del rischio nel tempo”.

Dalla diagnostica per immagini agli esami del sangue

Sul piano del contesto clinico, la stima del rischio di malattie neurodegenerative in fase preclinica si basa quasi esclusivamente sulla tomografia a emissione di positroni (Pet), un esame di diagnostica per immagini effettivamente molto accurato per rilevare le placche amiloidi, ma difficilmente “scalabile” su grandi numeri a causa dei costi e della scarsa accessibilità. Lo studio appena pubblicato evidenzia che il test del sangue riesce a prevedere il rischio di declino cognitivo in modo indipendente rispetto all’effettiva presenza ed estensione di beta-amiloide visibile alla Pet e a varianti genetiche note, come il gene Apoe4: tutto ciò indica che il test ematico riconduce a un marcatore specifico della malattia in modo autonomo, misurando direttamente la risposta delle sinapsi al processo degenerativo.

I limiti metodologici e le incognite a lungo termine

Nonostante la significatività statistica del campione, è bene sottolineare i limiti metodologici dello studio, tra l’altro esplicitati dagli stessi autori. Anzitutto, il potenziale bias di selezione (un errore sistematico nel campionamento): le coorti esaminate mancavano infatti di un’adeguata diversità razziale e socioeconomica, essendo composte per la stragrande maggioranza da soggetti bianchi, una disomogeneità che limita l’immediata generalizzabilità dei risultati alla popolazione generale. In secondo luogo, mentre le stime a 5 anni poggiano su dati solidi, le proiezioni a un decennio si basano su un sottoinsieme molto ristretto di partecipanti (il 5% circa del campione totale) che è stato effettivamente monitorato per 10 anni. I ricercatori avvertono inoltre che i modelli statistici impiegati non hanno tenuto conto dei cosiddetti “rischi concorrenti”, come il decesso naturale prima dello sviluppo della demenza, un fattore ovviamente rilevante in una fascia d’età avanzata.

Le possibili applicazioni

Il test del sangue per la p-tau217 ha recentemente ricevuto l’autorizzazione federale negli Stati Uniti, ma le attuali linee guida mediche sconsigliano ancora l’uso di questo esame su individui cognitivamente sani al di fuori degli ambiti di ricerca. “Al momento, non disponiamo ancora di trattamenti in grado di modificare il decorso della malattia per persone che scoprono di essere ad alto rischio di sviluppare un deterioramento cognitivo dovuto all’Alzheimer”, ha commentato Reisa Sperling, un’altra degli autori del lavoro, “motivo per cui non raccomandiamo i test ematici per individui asintomatici. Oggi il nostro consiglio rimane lo stesso a prescindere dai risultati del test: fare esercizio fisico regolare, mantenere una dieta sana e dare priorità al sonno e al benessere generale”. Le prospettiva cambiano, tuttavia, se si guarda alla sperimentazione farmacologica: “Il panorama delle cure preventive potrebbe cambiare rapidamente qualora gli studi incorso su terapie in grado di modificare la malattia si rivelassero utili”, prosegue Sperling. “Man mano che questi studi procedono, le stime individualizzate, compreso il valore prognostico del biomarcatore, potrebbero guidare decisioni di trattamento e monitoraggio più precoci, e in futuro questi test potrebbero aiutare a identificare coloro che potrebbero trarre maggiore beneficio dai trattamenti. Il nostro obiettivo a lungo termine è arrivare al punto in cui si trova il test del colesterolo nella previsione del rischio di infarto”.