Focus su prevenzione e trattamenti personalizzati, diagnosi precoce e qualità di vita, con uno sguardo alla ricerca e alle innovazioni tecnologiche, dai test genetici, all’intelligenza artificiale, che stanno già entrando nella pratica clinica. Perché la gestione del melanoma negli ultimi decenni è cambiata: è migliorata la sopravvivenza, ma anche i trattamenti sono diventati più complessi, e gestire la malattia oggi significa imparare a far fronte anche a questa complessità. Per essere sempre più vicini ai malati, migliorare l’esito delle cure e ridurre il peso degli effetti collaterali, partendo dall’ascolto delle stesse associazioni di pazienti. Sono questi i temi al centro delle discussioni su cui si confronteranno per i prossimi tre giorni gli esperti riuniti per il congresso dell’Intergruppo Melanoma Italiano (Imi), che si apre oggi a Bologna.
Il primo passo, rivedere la prevenzione
Il melanoma è un tumore in gran parte prevenibile, soprattutto con misure personali, quali la corretta esposizione al sole e il controllo dei nei. Ma oggi - quando in Italia si diagnosticano 12900 casi di melanoma l’anno, 100 mila nel mondo, con un trend in aumento negli ultimi anni - la prevenzione non può giocarsi solo su questo. O meglio deve affinarsi. “La sfida è prevenire ancora meglio - ha dichiarato Vincenzo De Giorgi, Segretario Imi - circa il 70-80% del danno solare che viene provocato sulla pelle dai raggi della radiazione ultravioletta avviene prima dei prima dei 20 anni. Questo significa che è fondamentale iniziare la prevenzione da bambini e adolescenti. Sappiamo infatti che quanto maggiori sono le esposizioni in età infantile, maggiori sono le probabilità di sviluppare un melanoma in età adulta”.
Una prevenzione corretta, ha proseguito l’esperto, è quella che tiene conto di tutte le esposizioni a rischio. Non solo quelle in spiaggia durante le vacanze, ma in ogni occasione in cui si passa del tempo all’aria aperta. “Su questo siamo ancora in ritardo”. Fondamentale resta poi il lavoro per migliorare la diagnosi precoce: è importante arrivare quanto prima alla diagnosi di un melanoma, ma al tempo stesso riuscire a identificare meglio quelle lesioni che non lo sono, evitando escissioni e cicatrici non necessarie, con risparmi sanitari e sociali, ha proseguito De Giorgi. “Infine, occorre investire sull’appropriatezza del percorso preventivo: non siamo in grado di reggere controlli dei nei annuali per tutta la popolazione. Serve una stratificazione del rischio, magari anche aiutati dall’intelligenza artificiale, per individuare, sulla base dei fattori di rischio - esposizione al sole, fototipo chiaro o familiarità - le persone che più possono beneficiare dei controlli”.
Modernizzare la diagnosi
Sul fronte diagnostico, ha aggiunto la presidente Daniela Massi, la digitalizzazione dei reperti, e la possibilità di applicare algoritmi di intelligenza artificiale, possono migliorare il lavoro dell’anatomopatologo. Ma parimenti è importante che venga favorito l’inserimento di quegli strumenti, già esistenti, che possono migliorare l’accuratezza diagnostica, come il test Ngs (Next Generation Sequencing): “Sono esami che consentono di identificare le alterazioni genomiche dei tessuti asportati: sono fondamentali per guidare la scelta terapeutica, ma anche per la diagnosi, soprattutto in casi complessi, come nei tumori melanocitari atipici - ha spiegato Massi - Per questo che come Imi abbiamo richiesto al Ministero della Salute la possibilità di inserire nel nomenclatore tariffario anche l’utilizzo degli Ngs anche con finalità diagnostica”.
La gestione del paziente dopo la malattia
Oggi la sopravvivenza del melanoma a cinque anni è di circa il 90%, anche grazie alle nuove terapie. Questa è di certo una buona notizia, ma al tempo stesso chiama a risolvere delle nuove sfide, hanno ricordato gli esperti. “L’approccio chirurgico è profondamente cambiato e in contesti selezionati vi è stata una riduzione dell’invasività degli interventi - ha aggiunto Roberto Patuzzo, consigliere Imi, stimando che nell’80% dei casi gli interventi chirurgici siano oggi piuttosto limitati - È un fatto importante dal momento che la prospettiva di una lunga sopravvivenza è sempre più frequente e quindi sono più rilevanti le conseguenze degli interventi. Cicatrici, dolore persistente, linfedema e limitazioni funzionali possono accompagnare il paziente per diversi anni. Preservare tessuti e funzioni, garantire la riabilitazione e la gestione degli esiti sono ormai parti essenziali della cura. Il percorso deve assicurare continuità assistenziale, controlli personalizzati e attenzione alle priorità della persona”.
Considerando alcuni aspetti impensabili fino a qualche anno fa, ha aggiunto Mario Mandalà, past president Imi. L’arrivo di nuove terapie, come le terapie target e l’immunoterapia, ha infatti cambiato la storia della malattia, ma ha reso più complessa anche la sua gestione. Oggi gli specialisti - un team multidisciplinare, che conta oncologi così come endocrinologi, pneumologi e gastroenterologi - non sono chiamati solo a gestire le tossicità acute e a lungo termine, per migliorare non solo la sopravvivenza ma anche la qualità di vita dei pazienti, ha spiegato l’esperto. Nella popolazione sotto i 40 anni il melanoma è la terza neoplasia solida più frequente tra i tumori solidi: “abbiamo davanti quindi una popolazione che ha un'aspettativa di vita molto lunga, che ci chiama a considerare aspetti che prima non consideravamo, come quello della fertilità”, dice l’esperto. Oggi però sono ancora pochi i centri a livello europeo che hanno un percorso dedicato alla fertilità per i pazienti con melanoma, ha aggiunto.
L’impegno nella ricerca
Gli esperti riuniti a Bologna hanno anche ricordato l’impegno di Imi sul fronte della ricerca indipendente: “L'obiettivo in particolare è quello dedicarsi a popolazioni di pazienti difficili, spesso esclusi dalle sperimentazioni cliniche degli studi registrativi, e a studi di real life, perché possono aiutarci a migliorare la pratica clinica anche dopo l'approvazione dei farmaci - ha aggiunto Anna Maria Di Giacomo, Consigliere Imi - è fondamentale che la ricerca si impegni anche a identificare nuovi biomarcatori che ci aiutino non solo a migliorare l’esito delle terapie ma anche a risparmiare, dove possibile, tossicità inutili, a beneficio anche della qualità di vita dei pazienti”. E ovviamente a identificare nuove strategie di cura, ha concluso, per quei casi in cui i pazienti sono resistenti alle attuali terapie.

