“Abbiamo raggiunto un nuovo traguardo, clinicamente molto rilevante, nel sottogruppo più numeroso di donne colpite da tumore mammario”. Con queste parole Lucia Del Mastro, direttrice della Clinica di Oncologia Medica dell’IRCCS San Martino, Università di Genova, commenta gli ultimi dati che arrivano dallo studio Natalee. Sono quelli presentati all’ultimo congresso della European Society for Medical Oncology, che si è chiuso da poco a Madrid. Natalee è una sperimentazione che ha messo a confronto l’utilizzo di ribociclib, una inibitore delle cicline, e ormonoterapia rispetto alla sola ormonoterapia nel trattamento del tumore al seno HR+/HER2 in fase iniziale. I dati del follow-up a sei anni mostrano benefici sia in termini di sopravvivenza globale che del rischio di ricaduta.
Professoressa, ci può riassumere i dati presentati a Esmo dello studio Natalee e perché sono così importanti?
“Riguarda pazienti colpite da carcinoma con recettori ormonali positivi che rappresentano circa il 70% di tutti i casi di malattia. Stiamo parlando di oltre 38mila donne solo nel nostro Paese e una parte di loro può beneficiare del trattamento con ribociclib e ormonoterapia. Quando osserviamo un vantaggio in questo sottogruppo significa che i benefici sono garantiti ad un numero importante di pazienti. I dati emersi dallo studio Natalee sono molto incoraggianti. Il periodo di osservazione di 6 anni garantisce la solidità dei risultati: riduzione della percentuale di donne che va incontro ad una ricaduta della malattia ed aumento la sopravvivenza, con una riduzione del 20% circa rischio di morte per cancro del seno. Ricordiamo che è la neoplasia più diffusa e frequente in Italia così come in molti altri Paesi Europei”.
Perché la doppia inibizione rappresenta oggi un approccio così rilevante nelle pazienti a maggior rischio di recidiva?
“Per queste donne in passato avevamo a disposizione solo l’ormonoterapia che veniva utilizzata in tutte indipendentemente dal rischio di ricaduta. La disponibilità degli inibitori di cicline, come ribociclib, permette di differenziare il trattamento in base al rischio. In particolare la combinazione degli inibitori di cicline con terapia ormonale viene riservata alle pazienti con rischio elevato, mentre l’ormonoterapia da sola rimane il trattamento di scelta per le pazienti a basso rischio di recidiva”.
Una delle novità più rilevanti riguarda anche le pazienti senza coinvolgimento linfonodale ma con caratteristiche di alto rischio. Perché è importante non trascurare questa popolazione?
“Fino a qualche anno fa distinguevamo tra pazienti con linfonodi negativi e quelle con linfonodi positivi. Le prime, a differenza delle seconde, di solito venivano considerate a rischio basso di ricaduta di malattia. Ora sappiamo che, vi sono alcune caratteristiche di aggressività biologica, come ad esempio il G3 (classificazione basata sull’esame istologico, Nda), l’elevata velocità di crescita delle cellule tumorali che identificano anche nella popolazione con linfonodi negativi un sottogruppo a più alto rischio di recidiva. Anche in questo sottogruppo, dopo l’intervento chirurgico, sarebbe utile rafforzare il trattamento adiuvante associando ribociclib alla terapia ormonale”.
Qual è il messaggio che oggi possiamo dare alle donne che affrontano una diagnosi di tumore al seno HR+/HER2− in fase iniziale?
“Oggi pazienti e clinici hanno a disposizione un’ulteriore arma terapeutica rappresentata dagli inibitori di cicline. Sono farmaci altamente efficaci e che sono associati alle consuete terapie anti-ormonali. I dati dello studio Natalee, presentati in questi giorni a Madrid, evidenziano chiaramente come possiamo personalizzare i trattamenti sulla base del rischio di recidiva”.

