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Farmaci anti-obesità: interrompere la terapia fa riprendere peso nel giro di un anno

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Lo conferma una metanalisi appena pubblicata su Bmc Medicine che ha considerato sei diversi medicinali

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Non esiste un unico intervento capace di risolvere, magicamente, il problema della gestione del peso. Neanche i nuovi farmaci, per quanto rivoluzionari ed efficaci per la perdita di peso e per il controllo delle comorbidità, possono farlo. Tanto che, quando si smette di assumerli, si comincia a riprendere peso, a prescindere dal medicinale utilizzato. A confermarlo, mettendo insieme i risultati provenienti da diversi studi, è una metanalisi appena pubblicata sulle pagine di Bmc Medicine da parte di alcuni ricercatori cinesi, che parlano di un “sostanziale” aumento di peso una volta abbandonati i farmaci, che si osserva già nel primo anno.

Sei i farmaci presi in considerazione

L’intento del loro lavoro, spiegano, era proprio quello di andare oltre le singole evidenze in materia che già suggerivano un effetto yo-yo dopo l’interruzione dei farmaci. Lo scopo era anche quello di capire questi effetti sul lungo termine per diversi medicinali approvati (non tutti in Italia). Quelli analizzati sono stati sei: orlistat, naltrexone-bupropione, liraglutide, semaglutide, tirzepatide e fentermina-topiramato, per i quali i ricercatori hanno raccolto i dati provenienti da 11 studi clinici (la maggior parte riguardava i nuovi farmaci anti-obesità, come gli agonisti del recettore Glp-1), che hanno coinvolto in totale, tra pazienti e controlli, quasi 2.400 persone.

I risultati della metanalisi

Mettendo insieme i dati, i ricercatori hanno osservato che, nelle settimane di follow-up seguite all’interruzione dei farmaci, si osservava un sostanziale guadagno del peso appunto, che seguiva un andamento particolare. I dati si limitano a un’analisi che copre al massimo un anno dall’interruzione dei farmaci. Nel dettaglio, a distanza di un mese circa si osservava una piccola diminuzione del peso, ma subito dopo questo cominciava ad aumentare, prima più velocemente e poi più lentamente, fino a stabilizzarsi intorno a partire dalla venticinquesima settimana dall’interruzione dei medicinali. Come a suggerire, continuano gli autori, che l’aumento di peso si concentrasse soprattutto nei primi sei mesi, anche se proseguiva fino a un anno dopo. Complessivamente si osservano aumenti, a un anno, fino a circa 2,5 kg rispetto ai controlli, un trend che nel lungo termine potrebbe tradursi in guadagni di peso più importanti. Come ricordano i ricercatori, è noto infatti che altre strategie - come la chirurgia bariatrica o le terapie comportamentali - possono far riguadagnare peso, e i controlli a follow-up più estesi - a 10 e 15 anni - mostrano che circa un terzo del peso perso può essere recuperato. Parimenti anche l’interruzione dei farmaci anti-obesità - alcuni relativamente “giovani” - potrebbe favorire un effetto yo-yo e appare pertanto necessario, testuale, “stabilire un trattamento anti-obesità a lungo termine nella pratica clinica”.


Ovviamente, questo è il quadro globale: le condizioni dei pazienti influenzano la perdita di peso, precisano gli esperti, così come i medicinali assunti, anche se non sempre in maniera chiara. Così, per esempio, si osserva un significativo guadagno di peso per chi aveva seguito un trattamento con agonisti del recettore Glp-1 rispetto a terapie diverse, consistente con il fatto che i pazienti che avevano assunto queste terapie avevano sperimentato una altrettanto sostanziale perdita di peso prima (e quindi con più probabilità potevano riacquistarlo). Alcuni dati apparentemente in contrasto con quanto osservato in precedenza - come il fatto che l'aumento di peso fosse più consistente per chi continuava a seguire delle indicazioni sugli stili di vita - si spiegherebbero invece con il numero di studi ridotto e i limiti metodologici.

Servono azioni efficaci sul lungo termine

In conclusione gli autori auspicano studi con follow-up più lunghi per capire meglio quanto l’interruzione dei farmaci sia associata al rischio di recupero del peso perso. Anche per approfondire i meccanismi che favoriscono questo effetto sul lungo termine, che chiamano in causa verosimilmente fattori ormonali, energetici e comportamentali, aggiungono gli esperti.