Scienze

Sorpresa, l'alga corallina vive anche in acqua dolce

E' stata individuata nelle acque del fiume Cetina, in Croazia, con il contributo dei ricercatori dell'Università di Trieste. Una scoperta che rivoluziona quello che sapevamo su questi organismi, che creano alcuni dei paesaggi più suggestivi nei nostri mari. E potrebbe avere ricadute importanti in molti campi della biologia

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SONO tra le più antiche forme di vita sul nostro pianeta, una presenza che da milioni di anni costruisce e modifica incessantemente i paesaggi sottomarini. Parliamo delle alghe coralline, organismi dotati di scheletri calcarei che si accumulano con il tempo su rocce e fondali, contribuendo a creare alcuni dei paesaggi più suggestivi e ricchi di biodiversità dei nostri mari: come il coralligeno, l'equivalente mediterraneo dei grandi reef (o barriere coralline) degli oceani tropicali. Di queste alghe, che gli scienziati definiscono più precisamente alghe rosse calcaree, esistono 725 taxa diffusi dai tropici ai poli, e fino ad oggi si riteneva che fossero organismi esclusivamente marini. Adesso però, una una nuova scoperta cambia di colpo le carte in tavola: la prima specie di alga rossa calcarea che vive unicamente in acqua dolce. Si tratta della P. cetinaensis sp. Nov., individuata nel fiume Cetina, in Croazia, da un team internazionale a cui hanno partecipato anche i ricercatori del gruppo “Biodiversità ed Ecofisiologia delle Macroalghe Marine” dell'Università di Trieste. Anche se in pochi le saprebbero riconoscere, le alghe coralline sono una presenza costante nei mari e negli oceani di tutte le latitudini: pezze o macchie di colore rossastro o rosaceo, e di consistenza ruvida, aggrappate agli scogli e alle rive rocciose; o più raramente, forme ramificate che ricordano autentici coralli. “Si tratta di organismi che svolgono un importante ruolo come bio-costruttori di ambienti”, spiega Annalisa Falace, ricercatrice dell'Univesità di Trieste che ha collaborato allo studio. “Il loro contributo è fondamentale ad esempio per la costruzione del coralligeno, un autentico hot spot per la biodiversità dei nostri mari: paragonabile alle barriere coralline tropicali. Si tratta di un ambiente marino fragile e ad alto rischio, e per questo le alghe rosse calcaree sono fortemente protette dalle direttive europee”.

Le alghe coralline, sottolinea la ricercatrice, sono organismi adattatisi per sopravvivere in habitat estremamente differenti, che vanno dall'acqua salmastra delle lagune, fino a pozze e laghi iper-salini. Ma non nell'acqua dolce, un ambiente in cui fino ad oggi non si conosceva nessuna specie in grado di sopravvivere. Ed è questo che fa della P. cetinaensis sp. Nov. una scoperta di eccezionale importanza.

Questa alga infatti è diffusa unicamente nel fiume Cetina, dove secondo le analisi dei suoi scopritori sarebbe arrivata dal mare intorno al periodo dell'ultima glaciazione (circa 20mila anni fa). All'epoca il fiume attraversava quattro grandi bacini prima di raggiungere l'Adriatico, ed è proprio nelle acque di uno di questi paleo-laghi, le cui acque all'epoca dovevano essere salmastre, che l'antenata della P. cetinaensis potrebbe essersi diffusa inizialmente. Successivamente, ipotizzano i ricercatori, il lago ha iniziato a perdere la sua salinità, e la pianta è sopravvissuta fino ad adattarsi alla vita in un ambiente di acqua dolce. E grazie ad una piccola lumaca di acqua dolce, la Theodoxus fluviatilis fluviatilis, che spesso la ospita sul suo guscio, si è diffusa per tutto il corso del fiume, fino a raggiungere i 300 metri sopra l'altezza del mare.

Le analisi del gruppo di ricerca “Biodiversità ed Ecofisiologia delle Macroalghe Marine” dell'università di Trieste hanno dimostrato inoltre che la P. cetinaensis sp. Nov. oggi non è più in grado di sopravvivere in acqua di mare. Una scoperta importante per lo studio delle alghe coralline, ma che potrebbe avere ricadute anche in altri campi, come quello della paleobiologia. Sulla terra ferma le alghe calcaree rappresentano infatti una testimonianza fossile di ere passate, e fino ad oggi la loro presenza era considerata sufficiente per ritenere che nell'antichità una determinata area fosse coperta dalle acque del mare. Una convinzione che la comunità scientifica potrebbe dunque essere costretta a rivedere.