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"Basta con le punizioni: non servono a niente e demoralizzano"

È quanto sostiene in recente studio per il quale non sono in grado di aumentare la collaborazione tra soggetti dello stesso gruppo poiché influiscono negativamente

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HAI sbagliato? Sarai punito. Un modo per ricordare meglio l’errore commesso ed evitare di ripeterlo. Siamo, però, sicuri che sia un metodo efficace per educare o istruire qualcuno? Un gruppo di ricerca guidato da Marko Jusup della Hokkaido University in Giappone e Zhen Wang della Northwestern Polytechnical University in Cina, sostiene di no, almeno se l’intento è di insegnare la collaborazione all’interno di una stessa comunità.

Un’osservazione rilevante se consideriamo che lo sviluppo della nostra società è legato proprio alla capacità di cooperazione. Abilità peraltro favorita dalla selezione naturale, nonostante i singoli che ne fanno parte siano sostanzialmente egoisti e teoricamente pronti a scegliere un vantaggio personale rispetto a uno di gruppo che può anche andare a scapito dell’interesse individuale.

L'ESPERIMENTO. Per capire se una potenziale punizione sia in grado di stimolare la collaborazione tra soggetti di uno stesso gruppo,  il team di studiosi ha utilizzato un “esperimento di dilemma sociale”. Tramite iun noto gioco nato negli anni Cinquanta e conosciuto con il nome di “Dilemma del prigioniero” (in cui la discriminante è rappresentata dalla possibilità di collaborare o meno tra i partecipanti), sono stati coinvolti 225 volontari divisi in tre gruppi che hanno giocato 50 round ognuno.

I GRUPPI. Il primo gruppo era costituito da studenti che ogni volta interagivano con due avversari diversi. A tutti era offerta la possibilità di cooperare o meno, con dei punti da assegnare in base alle scelte del momento. Se sia lo studente, sia gli avversari optavano per non collaborare, i punti guadagnati erano zero, mentre, se ogni persona coinvolta decideva di sostenere gli altri, i punti incamerati erano 4, che diventavano 8 se solo due maturavano una reciproca alleanza. Il secondo gruppo differiva dal primo perché le persone coinvolte nel gioco formavano dei gruppi statici, così come il terzo che, però, prevedeva la possibilità di infliggere anche una punizione con conseguente riduzione dei punti assegnati (maggiore nei puniti e minore nei punitori). Infine, gli studiosi hanno analizzato i punteggi ottenuti per assegnare premi in denaro pari ai risultati. Ebbene, i giocatori del primo gruppo hanno collaborato meno (4%) rispetto agli altri (38%), che, in virtù di una stabilità di base, hanno avuto la possibilità di raggiungere un accordo per garantire maggiori guadagni a tutti. La possibilità di punizione inserita nella terza compagine, però, non ha aumentato la cooperazione reciproca (assestata al 37%) e i compensi ottenuti sono stati, in media, inferiori rispetto a quelli del secondo gruppo. Un risultato che va contro le aspettative teoriche, in base alle quali il rischio di essere castigato dovrebbe incoraggiare a spalleggiare i propri interlocutori. Come mai? Perché una punizione ha un effetto demoralizzante che induce a valutare estremamente volatile una parte dell’utile. Inoltre, viene subito percepita come una volontà di fare del male. Nonostante ciò, il castigo si è diffuso capillarmente nella società umana e il suggerimento proposto da Marko Jusup per risolvere questa contraddizione è che con ogni probabilità i nostri cervelli godono nell’osservare le sanzioni altrui. O, forse, come sostiene Zhen Wang, esiste una parte dominante in grado di punire senza causare ritorsioni di sorta.