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Lavorare e studiare? In Italia solo l’8% dei giovani lo fa. “Ma non chiamateli bamboccioni”

La media europea è del 26%. Il sociologo: “C’è un problema strutturale. E comunque non è un male che i nostri ragazzi si dedichino solo allo studio”
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Giovani italiani bamboccioni? I numeri li condannano, ma c'è chi corre in loro difesa. In Italia, spiegano i recentissimi dati provenienti dall'Unione europea, la quota di ragazzi che studiano all’università e nelle scuole superiori e che contemporaneamente lavorano per raggranellare qualche soldo o per pagarsi gli studi rappresentano una quota marginale. Mentre negli altri Paesi del Vecchio continente l’abitudine di studiare e lavorare è di gran lunga più diffusa.

Cattiva volontà o ostacoli oggettivi? Nel corso degli ultimi anni, i giovani nostrani sono stati definiti in mille modi. Nel 2007, l'allora ministro dell'economia Tommaso Padoa Schioppa li definì bamboccioni e giù una valanga di polemiche. Qualche anno dopo, la collega Elsa Fornero li apostrofò choosey: dall’inglese, schizzinosi. Era il 2013 e a palazzo Chigi sedeva Mario Monti. E ancora: sdraiati, mammoni, fogli di famiglia e chi più ne ha più ne metta. Sta di fatto che i giovani italiani fanno fatica ad allontanarsi dalla…

Giovani italiani bamboccioni? I numeri li condannano, ma c'è chi corre in loro difesa. In Italia, spiegano i recentissimi dati provenienti dall'Unione europea, la quota di ragazzi che studiano all’università e nelle scuole superiori e che contemporaneamente lavorano per raggranellare qualche soldo o per pagarsi gli studi rappresentano una quota marginale. Mentre negli altri Paesi del Vecchio continente l’abitudine di studiare e lavorare è di gran lunga più diffusa.

Cattiva volontà o ostacoli oggettivi? Nel corso degli ultimi anni, i giovani nostrani sono stati definiti in mille modi. Nel 2007, l'allora ministro dell'economia Tommaso Padoa Schioppa li definì bamboccioni e giù una valanga di polemiche. Qualche anno dopo, la collega Elsa Fornero li apostrofò choosey: dall’inglese, schizzinosi. Era il 2013 e a palazzo Chigi sedeva Mario Monti. E ancora: sdraiati, mammoni, fogli di famiglia e chi più ne ha più ne metta. Sta di fatto che i giovani italiani fanno fatica ad allontanarsi dalla famiglia e a conciliare studio e lavoro. A certificarlo, in quest'ultimo caso, sono i numeri della Commissione europea. La questione è complessa e forse non si tratta soltanto di cattive abitudini familiari.

I dati

Secondo un articolo pubblicato lo scorso 25 novembre sul sito della banca dati della Commissione europea, i giovani (tra i 15 e i 29 anni) che lavorano mentre studiano in Europa ammontano al 26%. In Italia non si arriva neppure all’8%. Siamo infatti al 7,6%. Volgendo lo sguardo ai partner europei in diretta concorrenza economica con l’Italia, come Germania e Francia, ci si rende conto delle profonde differenze tra noi e gli altri Stati membri.

Oltralpe, la quota di giovani che lavorano mentre studiano supera il 24%: uno su quattro. Mentre nella locomotiva d’Europa si sfiora la metà del totale: il 45,4%. Ma sono Olanda e Danimarca a segnare i valori più alti in assoluto. Nel primo caso, quasi tre ragazzi su quattro (il 74,5%) riescono a conciliare studio e lavoro. Nel paese scandinavo, siamo al 53%. L’Italia è anche uno dei 27 Paesi Ue col minor numero di ragazze e ragazzi che si definiscono disoccupati, che cioè cercano lavoro ma fanno fatica a trovarlo durante gli studi. Mentre i meno occupati a lavorare nel corso degli studi, col 2,3%, sono i ragazzi romeni.

Le cause

Flavio Ceravolo è professore di sociologia all’università di Pavia. Ed è anche rettore del Collegio Benvenuti Griziotti: un ente per il diritto allo studio che sostiene i giovani universitari con borse di studio, posti letto e pasti nelle mense. Insomma, ha a che fare con i giovani meno abbienti. Spesso meridionali che si trasferiscono al Nord per studiare. “Nel mio collegio, il 50% degli studenti lavora e studia e sono in pari con gli esami. Sono bamboccioni? Chiediamoci piuttosto se ci sono problemi di sistema”. Poi, continua. “Non c’è niente di male a fare un piccolo lavoretto mentre si studia, l’ho fatto anch’io quando ero studente. Ma occorre fare una considerazione preliminare: c’è una bella differenza tra lavorare tra i 15 anni e il diploma o dopo. Per me la bassa percentuale di studenti liceali e delle superiori che lavorano è un marchio di qualità del nostro Paese. Che tipo di lavoro si svolge mentre si studia? E questo lavoro – si chiede – rappresenta un modo per accrescere le proprie competenze? Se i nostri studenti hanno la possibilità di studiare e lo fanno con impegno e dedizione va bene”. Ceravolo si sofferma anche sul mercato del lavoro che offre possibilità limitate ai giovani anche in termini retributivi. “L’Italia è un paese che non riesce a valorizzare i propri giovani. E retribuzioni a uno o due euro l’ora possibilmente fanno desistere i più. Per non parlare del lavoro sommerso. Se si potessero censire anche gli studenti che lavorano in nero magari le percentuali italiane si incrementerebbero”.

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