✕

Sian Heder e i ritratti dei nuovi americani: "Una serie che rivela il prezzo del sogno"

La regista premio Oscar lo scorso anno per il film sulla famiglia di sordi 'Coda' firma da showrunner la serie antologica 'Little America' che racconta tante storie vere di immigrazione. Una storia molto personale per la cineasta di madre gallese e padre ungherese
5 minuti di lettura

Quando lo scorso marzo è salita sul palco del Dolby Theater per ritirare l'Oscar al miglior film pochi al mondo conoscevano Sian Heder, nome gallese e cognome ungherese, 45 anni. Sceneggiatrice e regista, si è fatta le ossa con la serie cult Orange is the new black prima di firmare i suoi film indipendenti Tallulah con Elliott Page e Coda – I segni del cuore, l’outsider che ha sbaragliato gli Academy Award. Firma da showrunner la serie antologica Little America (su Apple tv+) alla seconda stagione, una selezione di storie vere di immigrazione. Il ragazzo coreano che vuole diventare artista ma i genitori lo vogliono medico, quello che si ritrova a gestire un motel perché i genitori vengono rimpatriati, l'amicizia tra una ragazza da El Salvador che ha subito l'amputazione del braccio e un giardiniere giapponese a Beverly Hills.

'Little America' cosa ci racconta degli Stati Uniti di oggi?

"Storie totalmente differenti. Persone c…

Quando lo scorso marzo è salita sul palco del Dolby Theater per ritirare l'Oscar al miglior film pochi al mondo conoscevano Sian Heder, nome gallese e cognome ungherese, 45 anni. Sceneggiatrice e regista, si è fatta le ossa con la serie cult Orange is the new black prima di firmare i suoi film indipendenti Tallulah con Elliott Page e Coda – I segni del cuore, l’outsider che ha sbaragliato gli Academy Award. Firma da showrunner la serie antologica Little America (su Apple tv+) alla seconda stagione, una selezione di storie vere di immigrazione. Il ragazzo coreano che vuole diventare artista ma i genitori lo vogliono medico, quello che si ritrova a gestire un motel perché i genitori vengono rimpatriati, l'amicizia tra una ragazza da El Salvador che ha subito l'amputazione del braccio e un giardiniere giapponese a Beverly Hills.

'Little America' cosa ci racconta degli Stati Uniti di oggi?

"Storie totalmente differenti. Persone che da ogni parte del mondo approdano in zone diverse degli Stati Uniti con esperienze molto distanti tra loro. C’è un tema comune che emerge da questo ritratto collettivo americano: la decostruzione del sogno americano. La serie risponde alla domanda ‘qual è il patto che viene stipulato per entrare?' Negli Stati Uniti ci sono opportunità ma c’è anche molto da perdere: la propria cultura, la propria famiglia, la connessione con la propria casa, il senso di sicurezza che si prova nella propria comunità di origine. La serie ci interroga sul fatto se tutti i sacrifici che queste persone fanno alla fine valgano la pena. Un altro tema che accomuna molte storie è quello della famiglia e del passaggio tra generazioni: spesso i genitori arrivano negli Stati Uniti con delle aspettative di riuscita per i loro figli, ma talvolta i ragazzi non condividono queste ambizioni. Si creano divari culturali quando la pressione è tutta sui figli della serie ‘guarda cosa abbiamo fatto per te... ora tocca a te fare la tua parte’".

Mr. Song, episodio della seconda stagione firmato da Sian Heder 

Come scegliete le storie tra quelle pubblicate su Epic Magazine?
"Partiamo da centinaia di racconti, la selezione si basa soprattutto sulle interviste. Intervistando i nostri soggetti gli autori si comportano come dei giornalisti, approfondiscono le storie, poi ci ritroviamo nella nostra stanza degli autori, ne parliamo tutti assieme e cerchiamo di dar loro una forma: un inizio, uno svolgimento e un finale. Vogliamo raccontare storie che coprano un ampio raggio a livello di razza, genere per rappresentare demograficamente tutti gli americani e anche i luoghi dove si svolgono. Ovviamente abbiamo tante storie newyorkesi perché la città è un tale “melting pot” ma ci siamo  sforzati di raccontare esperienze diverse. Ci sono storie bellissime che poi vengono scartate e che magari rispunteranno in una nuova stagione".

Anche la sua famiglia è immigrata negli Stati Uniti. Come questo elemento personale ha influito sul suo lavoro?
"Entrambi i miei genitori sono immigrati ma hanno storie totalmente diverse: mio padre è un rifugiato durante la rivoluzione ungherese, è arrivato negli Stati Uniti con solo uno zaino per tutta la famiglia scappando dalla guerra, mentre mia madre era una studentessa d'arte convinta di non poter essere pienamente un'artista in una piccola cittadina del Galles. Sono entrambe storie di immigrazione ed entrambe valgono la pena di essere raccontate poi i miei genitori sono bianchi, cosa che rende la loro esperienza ancora totalmente diversa rispetto a quella delle persone di colore. La prima stagione è stata girata nell'era Trump dove c’era un forte sentimento anti immigrati e l’immigrazione era demonizzata. Il mio obiettivo principale con questa serie è stata raccontare storie il più specifiche possibile perché negli Stati Uniti se non sei un nativo americano sei in ogni caso un immigrato".

Melanie Laurent in 'The Silence' 

Lei ha scritto e diretto due episodi, uno nella prima e uno nella seconda stagione.

"Faccio fatica a isolare questi due episodi perché ho lavorato a tutte le storie. Per The Silence, nella prima stagione, mi piaceva l’idea che la protagonista (Melanie Laurent, ndr.) si trovi in questo ritiro dove la parola è bandita e si è in silenzio tutto il tempo. Non esiste per lei una barriera in quanto immigrata e infatti lo spettatore non lo sa che è francese fino alla fine dell’episodio. Mi piaceva l’idea che suggeriva questa storia ovvero che se si toglie il linguaggio come separazione alla fine siamo tutti esseri umani alla ricerca di modi per interagire. Per quel che riguarda Mr. Song, in questa seconda stagione, mi interessava raccontare la giustapposizione della storia di questa famiglia di Seul che finisce al centro della comunità afroamericana di Detroit diventando punto di riferimento come realizzatori di cappelli delle signore che frequentano la chiesa locale. Mr. Song è il cappellaio più famoso di tutti gli Stati Uniti: il cappello che portava Aretha Franklin al discorso inaugurale di Obama è realizzato da lui. Una persona incredibile con una storia incredibile di ribellione ai genitori, che lo volevano medico mentre lui sognava di essere artista e vivere a New York e dopo il suo fallimento come artista finisce sulle orme di sua madre e scopre che il suo destino era fare cappelli: un viaggio sorprendente".

Il suo film 'Coda – I segni del cuore' ha vinto a sorpresa l’Oscar come miglior film lo scorso anno. Qual è il segreto di questo successo?
"Ora sono un membro dell’Academy e sto vedendo i film per la votazione ed è qualcosa di incredibile perché mi chiedo come fai a paragonare Top Gun: Maverick con Women talking, sono due bestie totalmente diverse, come si fa a metterle a confronto? È come lo scorso anno Coda rispetto a Dune… non penso che siano lo stesso tipo di animale. Credo che quello che abbia funzionato di Coda è il fatto che fosse una storia intima e familiare in un momento in cui il mondo stava faticosamente cercando di uscire da una pandemia mondiale che ci ha ricordato l’importanza dei legami familiari. Credo che la specificità di questa storia sia arrivata al pubblico, emozionare gli spettatori è uno strumento straordinario che il cinema ha ma è un lavoro difficile. Credo che Coda, come anche la serie Little America, dimostrino che se racconti una storia molto particolare e intima dal punto di vista dei personaggi, puoi far sì che chi la vede si apra nei confronti di quello che fino a poco tempo prima poteva considerare altro da sé. Quello che ci unisce come esseri umani sono i sogni, le frustrazioni, essere in vita su questa terra… abbiamo molto più in comune di quello che ci distingue. È facile col cinema guardare a una famiglia sorda, una famiglia coreana e dire cosa hanno a che fare con me? Poi però ti rendi conto che ci sono aspetti di queste storie che illuminano anche la tua vita, magari anche più di qualcuno che ti somiglia di più".

Dopo l'Oscar si è parlato molto del ruolo delle piattaforme nei confronti del cinema indipendente. Cosa ne pensa?

"Entrambi i miei film (Tallulah è su Netflix, ndr.) sono stati distribuiti da streamer. Quello che hanno le piattaforme è che possono raggiungere il mondo intero quindi anche se tu fai un piccolo film artistico che trova il suo spazio nella distribuzione in sala rimarrà non visto nei principali posti del mondo compresi gli Stati Uniti nelle cittadine più piccole. Quello che ti offre una piattaforma come Apple è arrivare dove i cinema d’essai non arrivano e portare la tua storia ad un pubblico che altrimenti non avresti mai. Inoltre uscendo dalla pandemia non tutti si sentono sicuri di andare al cinema come facevano prima e questo è un modo per assicurare che storie come queste circolino".

35 anni dopo 'Figli di un Dio minore' le istanze della comunità sorda sono tornate sul palco degli Oscar. Quanto era importante per lei che, differentemente dal cast del film francese, tutti gli attori che interpretano i personaggi sordi fossero effettivamente sordi?

"C'è un fraintendimento sul perché si è scelto di ingaggiare attori sordi per quei ruoli; non perché fosse la cosa giusta da fare da un punto di vista etico o politico, ma semplicemente perché ciò che un attore porta a un ruolo perché ha vissuto un’esperienza simile o uguale ha un valore immenso come regista e creatore… I miei attori in Coda mi hanno dato tantissimo a livello di credibilità non solo per quello che riguarda il linguaggio dei segni ma da ogni punto di vista compreso come arredare il salotto. Per Little America è stato lo stesso, abbiamo fatto un casting cercando di trovare attori che più si avvicinassero all’esperienza dei personaggi e che ci hanno aiutato con cose basilari come “è così che io mangio”. Il casting autentico è fondamentalmente un regalo per il regista e i creatori che permettono alla storia raccontata di essere più vera".

È lo stesso pensiero che le ha fatto scegliere Laverne Cox, prima attrice transgender a essere candidata a un Emmy, per il ruolo di Sophia in Orange is the new black?

"È bello quando si vedono veri cambiamenti culturali attraverso qualcosa che hai fatto. Sicuramente Orange is the new black ha fatto parte di questo cambiamento. Quando ho scritto l’episodio di Sophia ho scelto di farla interpretare da Laverne Cox e mi sono resa conto di quello che lei portava al personaggio e alla storia. Ho visto il mondo cambiare anche attraverso Time Magazine che ha scelto di mettere Laverne in copertina, attrice straordinaria ma anche una voce importante per i diritti delle persone trans, un’attivista. È lo stesso con Coda quando ho visto il New York Times scrivere un pezzo sulla lingua dei segni  ho pensato che le cose stanno evolvendo. Non voglio prendermi meriti che non ho ma di certo Coda con l’Oscar ha fatto vedere la comunità sorda in un altro modo. Sono contenta di fare dei lavori che sollevino la discussione".