Andor, il lato shakespeariano della mitologia di Star Wars
di Gianmaria TammaroAndor rappresenta un’eccezione nel mondo di Star Wars. Si basa su quella mitologia e riprende tutte le premesse che sono state lanciate e costruite da George Lucas. Ma è anche un’altra cosa. Nasce come lo spin-off di Rogue One, probabilmente uno dei film più belli dell’intero franchise; e si trasforma velocemente in qualcos’altro. Per certi versi è una spy story, per altri è un dramma classico, quasi shakespeariano, con dei momenti altissimi ed estremamente tesi. Ma andiamo con ordine e partiamo dalla trama.
Cassian Andor traffica pezzi di contrabbando, e un giorno, quasi per caso, si ritrova costretto a fare una scelta: combattere contro l’Impero o rimanere indietro, nell’ombra, rischiando di perdere ogni cosa. Inizialmente è contrario a prendere qualunque tipo di posizione, ma alla fine si decide: segue la strada della ribellione, e diventa una spia. Andor, però, non è una storia romantica. Non ci sono buoni senza macchia: siamo immersi in un grigiore di approssimazione e opposti, d…
Andor rappresenta un’eccezione nel mondo di Star Wars. Si basa su quella mitologia e riprende tutte le premesse che sono state lanciate e costruite da George Lucas. Ma è anche un’altra cosa. Nasce come lo spin-off di Rogue One, probabilmente uno dei film più belli dell’intero franchise; e si trasforma velocemente in qualcos’altro. Per certi versi è una spy story, per altri è un dramma classico, quasi shakespeariano, con dei momenti altissimi ed estremamente tesi. Ma andiamo con ordine e partiamo dalla trama.
Cassian Andor traffica pezzi di contrabbando, e un giorno, quasi per caso, si ritrova costretto a fare una scelta: combattere contro l’Impero o rimanere indietro, nell’ombra, rischiando di perdere ogni cosa. Inizialmente è contrario a prendere qualunque tipo di posizione, ma alla fine si decide: segue la strada della ribellione, e diventa una spia. Andor, però, non è una storia romantica. Non ci sono buoni senza macchia: siamo immersi in un grigiore di approssimazione e opposti, di brutture e ansie. Si muore, qui. E si muore nel peggiore dei modi: da soli e lontano da casa.
Lo stesso Cassian fa quello che fa per sopravvivere e solo in un secondo momento per il bene comune. Tony Gillroy, il creatore di Andor, ha trovato la sua strada quando ha sviluppato questa serie. Ha messo tutto quello che ha imparato e che ha fatto in questi anni in un universo narrativo dove spesso c’è una mancanza profonda di coerenza e spunti originali, in cui ci si muove a tentoni senza avere una visione di insieme. E ha dato forma al suo racconto.
Si è circondato di attori bravissimi, come Diego Luna che riprende il ruolo di Cassian e Stellan Skarsgard, che in un certo senso è quasi un simbolo. E poi, di volta in volta, ha inserito passaggi e situazioni più o meno iconici e appassionanti. Un esempio su tutti: l’episodio in prigione, dove Andy Serkis recita un monologo incredibile, bellissimo, sull’essenza della libertà e sulla necessità di ribellarsi.
Vedere una serie come questa tra i titoli candidati all’Emmy per il miglior drama è un segnale importante, e anche – ci permettiamo – un segnale dei tempi in cui viviamo. Il genere non è più una discriminante: nel fantasy e nella fantascienza possono vivere storie complesse e profonde, per niente banali e approssimative. Andor ne è un chiaro esempio. Certo: ci troviamo nell’universo narrativo creato da Lucas, dove da una parte c’è l’Impero e dall’altra la resistenza; ci spostiamo in una galassia enorme, piena di razze e di culture. Eppure, nello stesso istante, resiste quell’elemento che avvicina e unisce gli spettatori.
Andor, disponibile su Disney+, si regge sui dialoghi, sulle singole sequenze, sulle interpretazioni del cast e sulle scelte di regia. Ma soprattutto si regge sulla scrittura. Eccola, la vera differenza. Quello che molte serie e film di Star Wars non hanno. La scrittura. Andor non è stata sviluppata con l’idea di approfittare di questo o quel personaggio, di riprendere questa o quella dinamica. C’è un protagonista, e c’è la sua storia. Andor vuole mostrare la guerra nella sua crudezza e nella sua mostruosità, e spogliare la lotta armata del suo romanticismo.
Ribellarsi, a volte, è l’unica decisione possibile: è ciò che può fare la differenza tra vita e morte. E ribellarsi è anche il modo che, in dittatura, i popoli hanno di ribadire non solo la propria libertà, ma pure la propria cultura e le proprie tradizioni. Ribellarsi, in Andor, non è la scelta più facile: è la scelta obbligata, fatta per noi dagli eventi.