Come lavora con Antonio Albanese?
"Ci siamo divertiti tanto, se la gente si divertisse la metà, già andrebbe bene. In certi momenti è stata dura andare avanti, scoppiavamo a ridere. Tutta farina del sacco di Antonio, U Stuorto non poteva che avere un laboratorio di pellicceria, conserva le pellicce in quel frigorifero, diventa uno dei pochi posti dove avvengono gli incontri tra Sebastiano e il mondo esterno. La madre di U Stuorto è un po' come quella di Norman Bates in Psycho. Alla fine viene il sospetto che sia U Stuorto che si traveste da sua madre".
'I topi 2', torna Antonio Albanese con i suoi latitanti mafiosi tutti da ridere
Antonio Albanese torna nel ruolo di autore, regista e attore nella seconda stagione di I topi. Sei nuovi episodi in cui si ride del mondo della criminalità organizzata, sbeffeggiando le sue leggi e i suoi costumi. Albanese torna a vestire i panni di Sebastiano, un mafioso latitante che vive recluso in cantina insieme allo zio Vincenzo (Tony Sperandeo), aiutato dall'amico U Stuorto (Nicola Rignanese). Il nascondiglio è collegato all'appartamento dove vive la sua famiglia, la moglie Betta (Lorenza Indovina), i figli Carmen (Michela De Rossi) e Benni (Andrea Colombo) e la zia Vincenza (Clelia Piscitello). La serie prodotta da Rai Fiction e Wildside, parte di Fremantle, sarà disponibile su RaiPlay a partire dal 3 aprile e andrà in onda dal 18 aprile su Rai 3 (foto di Claudio Iannone)
L'amicizia con Albanese quando è nata?
"Alla Scuola Paolo Grassi a Milano. Io abitavo a Foggia ero una capra totale a scuola, una disperazione. Fino a quando ho incontrato una persona che mi ha conquistato col teatro. Ho capito che quella cosa mi riusciva, e da lì, dopo un paio di anni, sono partito per Milano per frequentare la Civica scuola di teatro: lì ho incontrato Antonio e c'era anche Giuseppe Battiston. Ho pensato: speriamo che mettendo tre fisici così ne esca uno giusto".
La complicità è nata subito?
"Ti conosci e ti annusi, con Antonio sono nate subito piccole occasioni. Studiavamo, facevamo il cabaret e abbiamo fatto anche gli imbianchini. Eravamo leali, c'era una lealtà e una franchezza, anche la condivisione dei pacchi che arrivavano dal Sud. La domenica andavamo a mangiare dai genitori di Antonio. La settimana era dura, quel pranzo ti rimetteva in pace con i sensi".
Avete lavorato nei villaggi vacanze?
"Non avevamo una lira. Tra il primo e il secondo anno un produttore mi chiese se avevo fatto cabaret: ho risposto di sì e ho pensato subito ad Antonio, aveva la disperazione giusta e mi faceva tanto ridere. Così portavamo in giro questi spettacolini per l'estate, facevamo le prove nel salotto di mia madre a Foggia: 55 repliche in 60 giorni, abbiamo fuso le macchine di mio padre, di mio fratello, volò anche un bungalow per una tempesta. Estate indimenticabile".
'Cetto c'è, senzadubbiamente' - Trailer in anteprima
Albanese le ha affidato ruoli incredibili, basta pensare a Pino O'straniero nei film 'Qualunquemente' e 'Tutto tutto niente niente'.
"Antonio mi conosce, sa cosa ho dentro quindi sa come tirerò fuori il personaggio. Anche per l'ultimo film i capelli sono stati fondamentali. Avevo visto un narcotrafficante in tv col caschetto: può sembrare una cavolata ma se sbagli il dettaglio è finita. La nostra comicità nasce dalla commistione tra gioco e crudeltà, viene dalla durezza, da una radice nera, da una disperazione vera e profonda. Che poi fa ridere".
Le piace più essere drammatico o comico?
"Sono contento di essere cosi trasversale ma credo che in Italia possa essere un problema sia come essere umano, che come artista. I registi hanno dubbi: 'Ma questo sarà in grado?'. A volte la pago ma non mi interessa, c'è l'onesta del lavoro. Mi piace mettermi alla prova: a volte se giri una storia forte mi diverto a sfidare la trama, per vedere che qualcuno sorride. Se fai le cose con semplicità tutti si arrenderanno all'evidenza, avremo un racconto destinato a essere super drammatico con un personaggio che ha una doppia lettura".
È successo nella serie 'Questo nostro amore'.
"Sì, una storia di emigrati, scritta benissimo da Stefano Bises. È chiaro, fai le proposte, se c'è un regista in grado di cogliere che stai provando a portare un segno diverso, tutto funziona. Da teatrante per me è importante il set. Vedere come reagisce l'ultimo elettricista e si ferma quando urlano 'ciak, azione' e poi viene a dirti: 'Bella la scena'. Se hai conquistato la sua attenzione sai che hai catturato anche l'ultimo spettatore della piccionaia, ancora prima che la storia entri nelle case".
Come sta passando questo periodo?
"Sto facendo il topo, dovevano partire dei progetti e non si sa di che morte moriremo, Siamo tutti fermi. Per questo secondo me bisogna ripensare a come lavorare, trovare un modo per riaprire i set. Far firmare liberatorie per cui durante il periodo in cui lavori, che siano tre giorni o cinque settimane, ti impegni a non tornare a casa. Io rimarrei 'prigioniero' del set se potessi tornare a recitare. Dopo di che sarei monitorato e liberato. Lo dico per noi lavoratori dello spettacolo, e spero che studino strategie per tutti. Vorrei essere considerato un individuo e non una moltitudine, vorrei tanto tornare a fare quello che so fare".