ROMA - Oggi tutti gridano al successo per il fatto che si torna, dopo la conclusione dell'Uruguay Round del 1995, ad un accordo WTO sul commercio, il Bali Package, approvato all'unanimità (cosa non riuscita né a Seattle né al Doha round). Ma si tratta di un vero successo ? La crescita lineare e talvolta a balzi in avanti del progresso tecnologico aumenta la nostra produttività e la nostra capacità di creare valore economico. Il vero limite è il cammino molto più faticoso del progresso umano che deve tenere il passo e preoccuparsi di come rendere la creazione di valore economico socialmente e ambientalmente sostenibile.
La sfida è tenere assieme sviluppo e sostenibilità. Gli orologi dell'ideologia sono fermi ad idee scolastiche del funzionamento dell'economia e degli scambi. Abbattere frontiere, eliminare dazi, aumentare la produzione e i commerci, ridurre i prezzi. Tutto questo aumenterebbe di per sé e quasi automaticamente il benessere riducendo la povertà. In questa visione il fattore umano diventa una semplificata e stilizzata linea di costo e il problema della sostenibilità ambientale sparisce fino alla preoccupazione che segue una nuova catastrofe ambientale. La sfida invece è tenere assieme lo sviluppo di relazioni commerciali pacifiche tra i popoli, con il vincolo della sostenibilità ambientale e con il fine (è un fine non un vincolo) della sostenibilità sociale.
Ha prevalso la logica multilaterale. Se è vero che nel mondo c'è un miliardo in più di persone sopra la soglia di povertà, è altrettanto vero che esiste ancora un esercito di riserva di 1,2 miliardi di persone che vivono con meno di 1,25 dollari al giorno e 2,7 miliardi con meno di due. La convergenza (il recupero almeno in termini di reddito medio pro capite) dei paesi poveri verso i ricchi è in moto, ma i tempi sono lentissimi e i processi avvengono a costo di dolorosissime migrazioni di lavoro i cui effetti in Italia paese di frontiera tra Nord e Sud del mondo, conosciamo bene. In questo contesto l'accordo di Bali, approvato all'unanimità, conferma la tradizione di un crescente protagonismo dei paesi emergenti (il direttore generale del Wto è il brasiliano Azevedo) e significa il prevalere della logica multilaterale su accordi bilaterali, che possono spiazzare il benessere di stati terzi.
L'accordo si fonda su tre punti principali.
- Il primo è la semplificazione burocratica delle pratiche doganali, attraverso un migliore utilizzo delle tecnologie della rete. Ed è indubbio che questo è un risultato a somma positiva, in grado di beneficiare tutti i paesi membri.
- Il secondo (e il terzo) punto sono quelli più controversi, ma anche più interessanti. Con il secondo viene accettata l'eccezione indiana, che chiedeva una deroga all'apertura delle frontiere, consentendo allo Stato di acquistare a prezzi sussidiati dai propri contadini più poveri derrate alimentari per fronteggiare il rischio di fame e povertà. Anche se questo può produrre effetti controversi di esportazione, da parte dei contadini beneficiati, di altri prodotti sottocosto in paesi limitrofi.
- Con il terzo punto si aiutano i paesi meno avanzati, eliminando parte dei dazi a scalare, cui erano sottoposti in caso di esportazione di prodotti lavorati solo in parte sul loro territorio.
Il libero commercio cieco produce i roghi di Prato. I prossimi mesi ci diranno se, a partire da questo compromesso, stiamo muovendo verso una globalizzazione 2.0 nella quale il tema della responsabilità sociale ed ambientale diventa la regola e non l'eccezione. E' ora di uscire dai trionfalismi superficiali e scolastici delle sorti progressive del libero commercio tout court. Un "libero commercio" cieco che produce i roghi di Prato, il crollo del Rana Plaza a Dacca e l'insostenibilità ambientale che ha portato fenomeni naturali estremi fino alla nostra soglia di casa, non è più razionale né accettabile. E' tempo di mettere al centro altre regole. Seguendo l'esempio indicato dalla Social Business Initiative nell'UE e l'introduzione dei criteri sociali ed ambientali minimi, per l'accesso alle gare di appalto come fatto recentemente in Italia. E' ora che come cittadini ci svegliamo diventando protagonisti con il nostro voto "di mouse" e di portafoglio, per premiare i campioni (imprese etiche, equosolidali ma non solo) della globalizzazione sostenibile.
Solo la vigilanza umanizzerà le regole. La tecnologia, alla vigilia dell'avvento delle nuove apps, che ci diranno cosa c'è dietro i prodotti, ci consente di farlo sempre meglio. Solo la nostra vigilanza e spinta dal basso potrà creare quella pressione in grado di produrre quella globalizzazione dei diritti, in grado di umanizzare le regole di massima fissate a Bali. E non dobbiamo farlo per altruismo verso gli ultimi, ma per autointeresse lungimirante. E su questo infatti che si decideranno la qualità del nostro lavoro, del nostro ambiente naturale e i nostri destini.
@leonardobecchet
La sfida è tenere assieme sviluppo e sostenibilità. Gli orologi dell'ideologia sono fermi ad idee scolastiche del funzionamento dell'economia e degli scambi. Abbattere frontiere, eliminare dazi, aumentare la produzione e i commerci, ridurre i prezzi. Tutto questo aumenterebbe di per sé e quasi automaticamente il benessere riducendo la povertà. In questa visione il fattore umano diventa una semplificata e stilizzata linea di costo e il problema della sostenibilità ambientale sparisce fino alla preoccupazione che segue una nuova catastrofe ambientale. La sfida invece è tenere assieme lo sviluppo di relazioni commerciali pacifiche tra i popoli, con il vincolo della sostenibilità ambientale e con il fine (è un fine non un vincolo) della sostenibilità sociale.
Ha prevalso la logica multilaterale. Se è vero che nel mondo c'è un miliardo in più di persone sopra la soglia di povertà, è altrettanto vero che esiste ancora un esercito di riserva di 1,2 miliardi di persone che vivono con meno di 1,25 dollari al giorno e 2,7 miliardi con meno di due. La convergenza (il recupero almeno in termini di reddito medio pro capite) dei paesi poveri verso i ricchi è in moto, ma i tempi sono lentissimi e i processi avvengono a costo di dolorosissime migrazioni di lavoro i cui effetti in Italia paese di frontiera tra Nord e Sud del mondo, conosciamo bene. In questo contesto l'accordo di Bali, approvato all'unanimità, conferma la tradizione di un crescente protagonismo dei paesi emergenti (il direttore generale del Wto è il brasiliano Azevedo) e significa il prevalere della logica multilaterale su accordi bilaterali, che possono spiazzare il benessere di stati terzi.
L'accordo si fonda su tre punti principali.
- Il primo è la semplificazione burocratica delle pratiche doganali, attraverso un migliore utilizzo delle tecnologie della rete. Ed è indubbio che questo è un risultato a somma positiva, in grado di beneficiare tutti i paesi membri.
- Il secondo (e il terzo) punto sono quelli più controversi, ma anche più interessanti. Con il secondo viene accettata l'eccezione indiana, che chiedeva una deroga all'apertura delle frontiere, consentendo allo Stato di acquistare a prezzi sussidiati dai propri contadini più poveri derrate alimentari per fronteggiare il rischio di fame e povertà. Anche se questo può produrre effetti controversi di esportazione, da parte dei contadini beneficiati, di altri prodotti sottocosto in paesi limitrofi.
- Con il terzo punto si aiutano i paesi meno avanzati, eliminando parte dei dazi a scalare, cui erano sottoposti in caso di esportazione di prodotti lavorati solo in parte sul loro territorio.
Il libero commercio cieco produce i roghi di Prato. I prossimi mesi ci diranno se, a partire da questo compromesso, stiamo muovendo verso una globalizzazione 2.0 nella quale il tema della responsabilità sociale ed ambientale diventa la regola e non l'eccezione. E' ora di uscire dai trionfalismi superficiali e scolastici delle sorti progressive del libero commercio tout court. Un "libero commercio" cieco che produce i roghi di Prato, il crollo del Rana Plaza a Dacca e l'insostenibilità ambientale che ha portato fenomeni naturali estremi fino alla nostra soglia di casa, non è più razionale né accettabile. E' tempo di mettere al centro altre regole. Seguendo l'esempio indicato dalla Social Business Initiative nell'UE e l'introduzione dei criteri sociali ed ambientali minimi, per l'accesso alle gare di appalto come fatto recentemente in Italia. E' ora che come cittadini ci svegliamo diventando protagonisti con il nostro voto "di mouse" e di portafoglio, per premiare i campioni (imprese etiche, equosolidali ma non solo) della globalizzazione sostenibile.
Solo la vigilanza umanizzerà le regole. La tecnologia, alla vigilia dell'avvento delle nuove apps, che ci diranno cosa c'è dietro i prodotti, ci consente di farlo sempre meglio. Solo la nostra vigilanza e spinta dal basso potrà creare quella pressione in grado di produrre quella globalizzazione dei diritti, in grado di umanizzare le regole di massima fissate a Bali. E non dobbiamo farlo per altruismo verso gli ultimi, ma per autointeresse lungimirante. E su questo infatti che si decideranno la qualità del nostro lavoro, del nostro ambiente naturale e i nostri destini.
@leonardobecchet